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Per chi lo ha vissuto negli anni e continua a seguirlo, il Primavera Sound al Parc del Fòrum di Barcellona (e nei suoi eventi satelliti in città) rimane uno di quei rari contenitori in grado di tenere assieme qualità e varietà, concedendo il giusto spazio al mainstream – e neppure a quello più massivo e scontato – per regalare decine di live set che pescano a piene mani nel meglio del cosiddetto mid-stream, accanto a proposte più peculiari e di ricerca e a nuove promettenti leve. Doja Cat e Massive Attack (purtroppo cancellati), Cure e Addison Rae, The xx e Gorillaz non sono propriamente gli headliner più scontati, ma la punta di una fitta costellazione di band e artisti che, per chi frequenta attivamente la nuova musica, rappresenta un faticoso pellegrinaggio tra palchi, anche solo per qualche canzone.

L’edizione 2026 è la seconda consecutiva sold out per l’evento che più volte, in questi anni, è stato paragonato al Coachella. Con il costo degli abbonamenti ci stiamo avvicinando, ma il Primavera non è e non sarà mai quella vetrina che Damon Albarn e Graham Coxon hanno definito rispettivamente «l’incarnazione dei social media» e «il festival dove suoni a gente a cui non gliene frega nulla di te». Una differenza ancor più marcata se pensiamo alle mosse esplicitamente politiche di questa edizione, sulle quali torneremo più avanti, e alla presenza dell’indispensabile Auditorium, rifugio ideale per chi vuole stare comodo e seduto e godersi un concerto in una location nata proprio per ascoltare musica.

L’edizione si è aperta con una giornata inaugurale a ingresso gratuito (mercoledì), pensata come riscaldamento generale e caratterizzata da set solidi come quelli di Yard Act e Wet Leg, prima che il festival entrasse nel vivo e venisse immediatamente investito da condizioni meteorologiche critiche. Nella giornata di giovedì il vento ha iniziato a soffiare con raffiche fino a 80 km/h, mentre le piogge intense hanno compromesso una buona parte della programmazione outdoor.

Le cancellazioni sono state pesanti: Massive Attack, Mac DeMarco, Alex G, Doja Cat e Bad Gyal, con la situazione ulteriormente complicata dal tentativo dell’organizzazione di recuperare alcuni concerti posticipandoli e lasciando il pubblico in attesa. In questo scenario lo spazio al chiuso ha assunto un ruolo centrale nell’economia del festival. L’Auditorium ha regalato almeno due performance di assoluto culto: Cameron Winter piano e voce, che nonostante l’orario ha attirato parecchia gente segnando un “soldout”, e Panda Bear, che ha chiuso la rassegna al chiuso presentandosi in quintetto con una formazione allargata e due coriste polistrumentiste. Noah Lennox live è pura magia: ha trasformato le proprie composizioni in una forma ibrida tra psichedelia e orchestrina rétro anni ’50, con un uso marcato di chitarre nella tradizione di New York (pensate ad un Arto Lindsay ma anche Talking Heads) e stratificazioni sonore amplificate da ottimi visual.

In mezzo, Lucrecia Dalt in trio con l’eccellente percussionista Alex Lázaro, impeccabile sia nelle strutture ritmiche sia nelle texture percussive, premiato dal pubblico con un lungo applauso, persino superiore a quelli riservati alla bandleader e a Cyrus Campbell, e i Caroline, impegnati in una performance costruita su strutture post-rock basate su ripetizione e variazione, penalizzata in parte da problemi di mix.

Al netto della prima giornata, il resto del festival è filato liscio. I due palchi principali affiancati hanno assorbito la gran parte dei concerti più attesi, headliner e non (carichissima Little Simz), con l’eccezione dell’Occident, il palco alla sinistra dell’ingresso che ha ospitato gli attesissimi Geese, in gran spolvero tra citazioni rock classiche – dai Pink Floyd all’hard rock assortito – e il proprio repertorio, e il set a sorpresa di Olivia Rodrigo, che sul palco si è portata niente meno che Robert Smith per la prima assoluta della loro canzone condivisa, What’s Wrong With Me. Mosse che può concedersi soltanto un evento con una grande forza contrattuale, ormai diventato centrale nell’economia dei festival del vecchio continente.

Se Slowdive (problemi di audio), The Cure (live perfetto), My Bloody Valentine (volumi stranamente sotto controllo, brani arrangiati differentemente, resa non ottimale nella prima parte), Gorillaz (grande show multimediale, Albarn in gran spolvero) e Viagra Boys (garanzia) hanno rappresentato l’anima più intima del festival, il pop è senz’altro il genere al quale la direzione artistica si è aperta negli ultimi anni in particolare lo scorso mettendo in cartellone headliner come Charli XCX, Sabrina Carpenter e Chapell Roan.

Quest’anno, in perfetto stile Primavera, sono state scelte due artiste in fortissima ascesa: PinkPantheress e Addison Rae, con quest’ultima ad allestire uno spettacolo ricco di citazioni pop, da Britney Spears a Madonna passando per buona parte dell’immaginario r’n’b contemporaneo. Uno show con tanto di corpo di ballo e coreografie assortite da vedere più che da ascoltare, colorato, sexy ma anche spiritoso, ideale warm up per l’indimenticabile set dei Cure, le cui oltre due ore e mezza sono trascorse in un soffio. Diverso il discorso per gli xx, il cui show è apparso più nostalgico e celebrativo che realmente necessario, a partire da come è stato interpretato dai suoi protagonisti, che pure sembrano avere un nuovo disco in preparazione ma paiono oggi trovare maggiori soddisfazioni nelle rispettive carriere soliste, alle quali il set ha di fatto lasciato spazio.

E i Gorillaz? Hanno regalato un live che ha reso piena giustizia a un album inaspettatamente buono, o perlomeno molto più sentito di quanto ci saremmo aspettati dalla cartoon band. Un disco incentrato su due lutti e impreziosito dalla presenza di featuring di artisti anch’essi scomparsi, che ha occupato buona parte della scaletta con ben sette brani. La band di Albarn e Hewlett torna utile per introdurre la componente più esplicitamente politica del festival, che ha accolto l’intervento dell’attivista palestinese Arab Barghouti, figlio di Marwan Barghouti, detenuto in Israele dal 2002. Una partecipazione fortemente voluta dai Massive Attack, che si sono visti cancellare l’esibizione per ragioni di sicurezza.

Le scritte «No War» collocate in diverse aree del festival e i visual e i messaggi lanciati dai Kneecap in supporto alla Palestina e al Libano, oltre alla partecipazione del rapper palestinese Fawzi durante Palestine, completano il quadro di un evento che ha potuto contare anche sulla presenza del primo ministro spagnolo Pedro Sánchez, uno dei leader europei più apertamente schierati contro la politica genocida del governo israeliano e la spietata geopolitica statunitense.

Last but not least va segnalata la parte elettronica del festival, concentrata nel club all’aperto fronte mare Pulse, animato da una programmazione curata da Skrillex e svelata soltanto all’ultimo momento, con nomi come Arca, Four Tet e Blawan. L’annuncio, comparso sui monitor all’ingresso dell’area, ha generato una fila imponente proprio accanto a una delle principali arterie di collegamento tra il lato più rock del festival – quello che comprendeva Cupra Pulse, con artisti come Sophs (pregi e difetti del disco confermati) e Lambrini Girls (pura urgenza punk) – e la zona dei due palchi principali Estrella Damm e Revolut.

Al Primavera il contapassi giornaliero supera facilmente i 30.000 passi e questo va sempre tenuto in considerazione. Muoversi in un festival sold out non è soltanto una questione logistica ma anche di strategia: occorre pianificare gli spostamenti con anticipo, pena assistere ai concerti da molto lontano, affidandosi agli schermi laterali più che alla vista diretta del palco. A questo si è aggiunta una questione sonora, con alcuni stage incapaci di garantire quella qualità audio che aveva caratterizzato le edizioni precedenti, Auditorium compreso. Due aspetti che non compromettono comunque il bilancio complessivo di un evento che, arrivato a queste dimensioni, inevitabilmente richiede qualche compromesso al proprio pubblico. Sta a ciascuno decidere se accettarlo oppure no. Finché però si torna a casa con almeno un concerto destinato a restare nella memoria – e quest’anno è stato senza dubbio quello dei Cure – il saldo resta ampiamente positivo.

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