Recensioni

7.2

Nella magrittiana copertina Ethan Ramon è ritratto di spalle davanti a uno specchio che non ne riflette il piano americano ma ne duplica il ritratto. Sul ripiano alla base dello specchio c’è un vinile bianco senza scritte, sul collo del protagonista una stella rossa che richiama l’altra “star”, quella “gold”, che dà il nome al disco. Ramon è il paroliere e band leader dei Sophs, sestetto losangelino al debutto sulla britannicissima Rough Trade, che subito l’ha preso sotto la sua ala.

Cosa è piaciuto agli albionici? Innanzitutto la determinazione: ragazzi che, per mano del loro frontman, nel 2024 inviano 30 mail ai CEO di altrettante etichette discografiche spiegando nei minimi dettagli il loro progetto, un diario di caos interiore che parte dall’idea che l’arte migliore arrivi subito dopo il “rock bottom”, non durante. E il fatto che ciò che hanno da dire vada espresso indossando abiti differenti, disintegrando così ogni possibilità di facile posizionamento di mercato.

La title track è già una dichiarazione d’intenti: partenza chitarristica con fraseggi di flamenco per aprire a un melodrammatico garage rock con accenti strokesiani nel bridge. Ma questo è soltanto uno dei volti che lo specchio non restituisce: gli altri, spesso molto brit, vestono jeans larghi anni ’90. Blitzed Again sa di primi Radiohead e qualcosa di grunge, e riflette sull’incapacità di trasformare il dolore in un capolavoro “melanconico”; Sweat è una pillola soft rock con filigrana ironica e posa da crooner, che poi esplode à la Casablancas sul finale.

Poi c’è la parte più americaneggiante: una slacker indie rock song che parte raccolta e acustica per poi crescere in elettrico – House – e il pimpante e cartoonesco cow-punk di Sweetiepie, con tanto di scacciapensieri. C’è Death In The Family, che con quel mix di chitarra ritmica rilassata e rinforzo distorto sul bridge ha un respiro da college radio anni ’90 — non a caso è il singolo. Sono teatrali ed eccentrici, dicevamo: A Sympathetic Person ne accentua il piglio tra pose desuete e grana lo-fi. O They Told Me Jump, I Said How High, che si gioca persino la carta B-52’s sfruttando spoken word, pianola anni ’50 e ritmo in levare.

Volendo trovarne il bandolo della matassa: i Sophs si inseriscono nel continuum glam, sfruttando alla bisogna anche un certo intimismo post-Radiohead. Questo Goldstar li mette sulla mappa come una realtà molto promettente, con il loro leader già abile nell’arte della provocazione, capace di innestarla in melodie che ne esaltano urgenza e personalità. È una band che esprime il proprio potenziale soprattutto dal vivo, e il disco ne è un efficace biglietto da visita. C’è già un secondo album pronto: segno che l’onestà diretta, provocatoria e brutale di Ramon ha soltanto iniziato a scaldare i motori.

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