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Nel 1986 i Beastie Boys avevano conquistato il mondo quasi per errore. Licensed to Ill era nato come una gigantesca festa adolescenziale: un’esplosione di riff hard rock, beat hip hop, battute idiote e atteggiamenti sopra le righe che condensava in un solo disco tutto ciò che i tre newyorkesi avevano respirato tra hardcore punk, cultura skate e nascente scena rap. Il problema è che quella maschera funziona fin troppo bene.

Il pubblico vede in loro esattamente ciò che loro stessi stanno iniziando a mettere in discussione: tre bianchi rumorosi, irresponsabili, costruiti come incarnazione del party boy, il lato più irriverente e superficiale della nuova cultura hip hop. La Def Jam vuole un seguito immediato, un altro disco capace di replicare la formula e garantire gli stessi numeri. Ma Mike D, MCA e Ad-Rock hanno già capito che inseguire quella strada significherebbe rimanere prigionieri del personaggio che li aveva resi famosi.

Sono anni di profondi cambiamenti. La fine degli Ottanta si avvicina, il Muro di Berlino scricchiola, la cultura pop occidentale entra in una fase di trasformazione e anche l’hip hop si prepara a cambiare pelle. È il periodo delle grandi ibridazioni: il confine tra rock, funk e hip hop diventa sempre più poroso, con gruppi come Red Hot Chili Peppers, Faith No More, Jane’s Addiction, Primus impegnati a smontare le vecchie gerarchie tra generi, mentre dischi come 3 Feet High and Rising dei De La Soul mostrano un hip hop sempre più libero, ironico e aperto alla sperimentazione.

Il calderone ribolle. Generi, linguaggi e riferimenti iniziano a mescolarsi senza più gerarchie precise. Ed è proprio in questo momento che i Beastie Boys decidono di sparire dalla scena che li aveva consacrati. I tre lasciano la Def Jam, firmano per la Capitol ottenendo maggiore libertà creativa e abbandonano New York per trasferirsi a Los Angeles. È una fuga tanto geografica quanto artistica. Tra le palme della West Coast ricominciano da zero: comprano una macchina, affittano una casa con piscina a Mulholland Drive, frequentano feste dove incontrano personaggi come Bob Dylan e Burt Bacharach.

La risposta arriva attraverso Matt Dike, produttore e fondatore della label hip hop Delicious Vinyl. È lui a introdurli nell’universo sonoro di due giovani produttori dell’orbita dell’etichetta: Mike Simpson e John King, meglio conosciuti come The Dust Brothers. L’incontro cambia tutto. Quando i Beastie Boys ascoltano alcune delle loro produzioni, è una vera e propria illuminazione: improvvisamente si apre un universo parallelo dove funk, soul, psichedelia, rock, pop e musica da film convivono nello stesso spazio. L’hip hop non è più soltanto una questione di beat e rime: può diventare un enorme collage culturale, una macchina capace di inglobare qualsiasi cosa. Le produzioni dei Dust Brothers sono frankenstein sonori costruiti con decine di frammenti diversi, e le rime volutamente sgangherate dei Beastie Boys s’incastrano alla perfezione in questo caos organizzato.

Ogni traccia diventa un’esplosione di citazioni, un cut-up postmoderno che anticipa la bulimia cinefila di Tarantino: tutto può essere utilizzato, purché venga ricollocato nel posto giusto. Secondo le ricostruzioni più citate, nel disco confluiscono 105 campionamenti identificati, trasformati in una gigantesca compilation immaginaria della cultura pop del Novecento. È qui che Paul’s Boutique compie la sua magia: il trio che sembrava una caricatura del rap bianco diventa una delle forze più inventive dell’hip hop.

Il disco esce nel 1989 senza clamore. La Capitol investe pochissimo nella promozione e il pubblico che aveva amato Fight for Your Right (To Party) non sa cosa farsene di un album tanto distante dal precedente. Dentro il frullatore dei Beastie Boys finiscono Beatles, Pink Floyd, Jimi Hendrix, Eagles, George Clinton, Sly, Curtis Mayfield, Bob Marley, Johnny Cash, James Brown e una quantità quasi infinita di altri frammenti sonori.

L’apertura con Shake Your Rump è una dichiarazione d’intenti: una quantità impressionante di sample, batteria boom-bap, chitarre funk, bassi enormi e il solito caos controllato dei tre MC. Sono ancora gli stessi cazzari di Licensed to Ill, ma ora il loro caos ha una direzione. Hey Ladies mostra il lato più immediatamente pop del progetto, mentre 3-Minute Rule immerge il gruppo in atmosfere dub e Car Thief spinge il lato funk del disco verso territori psichedelici e deformati. Il viaggio culmina nei dodici minuti di B-Boy Bouillabaisse, suite conclusiva che mette insieme beat-box, psichedelia e funk in una forma completamente nuova.

Paul’s Boutique anticipa soprattutto l’idea del sample come universo compositivo autonomo, cioè il fatto che un disco possa essere costruito non semplicemente utilizzando frammenti presi altrove, ma creando un nuovo mondo sonoro attraverso il montaggio di materiali preesistenti. In questo senso è uno dei precedenti fondamentali di Endtroducing….. di DJ Shadow, che porta però quell’idea in una direzione ancora diversa: un intero album strumentale costruito quasi esclusivamente di sample, senza rapper né una struttura hip hop tradizionale.

Ma la vera intuizione dell’album non sta soltanto nelle produzioni, bensì nel modo in cui le voci dei Beastie Boys, sgraziate, ironiche, quasi fumettistiche, riescono a convivere con questa architettura sonora iperdensa, liberandoli dalla maschera che li aveva resi famosi. Restano tre minchioni bianchi, certo, ma dimostrano che dietro quella facciata c’era una libertà creativa enorme.

Paul’s Boutique è il loro grande salto nel vuoto: un disco dove l’ironia diventa metodo, il caos composizione e la cultura pop materia prima. Una sorta di Sgt. Pepper dell’hip hop: non per il successo immediato, ma perché negli anni successivi molti artisti e produttori avrebbero guardato a quel suono per capire fino a dove potesse spingersi il linguaggio del rap.

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