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Ho passato gran parte del periodo pandemico a cercare di ricordarmi che cosa realmente fosse un festival musicale. Ho cercato di ricostruirne l’immagine, risalire all’ideale platonico, riunire frammenti esperienziali che potessero far riaffiorare, in maniera sinestesica, il feeling di un’esperienza del genere. È così che ho affrontato il ritorno al Primavera Sound (il festival, se chiedi agli appassionati veri, quello che perlomeno ne interpreta i connotati più puri): con una vaga litografia mentale di ciò che è stato, con l’eccitamento di riabbracciare quella condizione esistenziale (perché condividere uno spazio delimitato con altre migliaia di persone per più di tre giorni con rituali scanditi e pattern comportamentali analoghi è una condizione esistenziale, per certi versi), con il timore di non ritrovarla più com’era prima – cosa che è effettivamente stata, ma procediamo con ordine.

La ventesima edizione del PS era programmata inizialmente come il consueto fine settimana (più due date “off”, mercoledì e domenica) che, a cavallo tra maggio e giugno, si tiene al Parc del Fòrum, prodezza architettonica cementificata che si estende per più di un km di litorale lambendo un frammento di molo e la spiaggia, ai confini del quartiere di Sant Adrià. Col senno di poi, l’aver saltato due edizioni a piè pari ha portato l’organizzazione a coagulare una maxi-lineup in ben due fine settimana, più gli eventi cittadini nell’arco dei quattro giorni tenutesi in vari club-istituzioni quali Razzmatazz e Sala Apolo, e un afterparty dal sapore un po’ ibizenco chiamato “Brunch on the beach” – pietra della discordia, una delle tante, di quest’edizione ciclopica ma anche un po’ miope e zoppa.

La luculliana line-up ha convinto molti a trattenere il proprio ticket (inizialmente acquistato per l’edizione che definiremmo “light”) tramite il servizio Dice, una piattaforma che consente di acquistare il pass di un evento, ma anche di re-immetterlo nel flusso di compravendita a prezzo di costo, senza particolari sovrapprezzi e/o clausole (col senno di poi, un metodo utile a spezzare il fiato al processo del secondary ticketing, questione di cui si è discusso molto, soprattutto nel periodo pre-pandemico).

Il pubblico del Primavera Sound
People, Primavera Sound 2022, foto di Francesca Sara Cauli

Del resto, se hai la possibilità di estendere il tuo pass settimanale per un ulteriore weekend di musica a un prezzo tutto sommato onesto, perché non farlo? A posteriori, però, potremmo rintracciare nella suddetta dinamica l’inizio dei problemi che questo festival ha avuto, estendibili a più fronti: la line-up, che ha subìto numerosi cambiamenti in corso d’opera (se ne accennava nel nostro pezzo-guida al festival), con importanti defezioni, sostituzioni in corsa, spostamenti nella timetable e cancellazioni di set già fissati da mesi (come molte performance che avrebbero dovuto “doppiare” i set del Fòrum, come quella di Jamie XX); la presenza eccessiva di pubblico, già percepibile al giovedì del primo weekend – la sensazione di overbooking era palpabile, soprattutto da chi era già stato al festival negli anni passati, ma percepibile anche dai novizi; e, di conseguenza, grossi disservizi da parte dell’organizzazione del festival, che hanno portato a una reazione piuttosto veemente sui canali social del Primavera – file molto lunghe per i bar e per i bagni, la pressoché totale mancanza di punti di ristoro in cui fornirsi di acqua potabile, con sole due fontanelle in tutta l’area del festival, e situazioni molto scomode (e piuttosto pericolose) d’imbottigliamento tra folle che migravano da un palco a un altro (soprattutto i main stage, collocati uno a fianco all’altro, laddove prima si “guardavano” all’opposto di un’estesa pianura, rinominata “Mordor” dagli aficionados del PS), oltre a un percorso ben più lungo (e nondimeno pericoloso in alcuni tratti) per raggiungere la zona Bits (in pratica, il “festival-nel-festival” con buffet elettronico con cui Primavera nel 2018 lanciò il guanto di sfida ai rivali del Sònar).

Fontaines DC
Fontaines DC, Primavera Sound, foto di Francesca Sara Cauli (2022)

Tutte problematiche che, a onor di cronaca, sono state risolte (almeno in parte) dalla zelante organizzazione del festival, che non è comunque stata impeccabile nell’arco dei 12 giorni sotto più punti di vista, segnale che la gestione di un pubblico così ampio – mezzo milione di persone tra i due weekend, secondo la cartella stampa ufficiale del festival – è tutto fuorché noccioline. Ovviamente, questo flusso di gente non ha reso semplice gli smistamenti nell’arco degli eventi alla “Ciutat”, con club colmi di persone oltre il limite consentito, ancora code chilometriche e ore di attesa per coloro che non erano in possesso di un accesso prioritario. Lo stesso limite di capienza ha colpito il suddetto Brunch, pubblicizzato dal festival come un giorno supplementare nella zona del Fòrum, ma organizzato con la previsione di un numero contingentato di persone: le polemiche sono esplose, c’è chi è arrivato a definirla una truffa organizzata, e il festival ha salomonicamente smistato il resto del pubblico in altri eventi cittadini tirati in piedi in quattro e quattr’otto, con set supplementari di deejay presenti al festival quali Goldie e Dj Seinfeld.

Questi sono tutti elementi che hanno indubbiamente reso più stressante l’esperienza del Primavera, un festival che ha per anni legato il suo nome a uno standard d’eccellenza, non solo nella lineup ma anche appunto nell’accoglienza riservata ai propri clienti, agli addetti ai lavori (un po’ trascurati a mio modo di vedere in quest’edizione) e in generale nella vivibilità che quest’anno è venuta meno per ovvi motivi.

Beck, Primavera Sound 2022, foto di Francesca Sara Cauli

Già, la lineup: non è mistero che Gabi Ruiz e soci abbiano deciso di intraprendere un percorso diciamo “alternativo” alla consueta direzione artistica, potendo attingere da profonde tasche (in parte ridimensionate, e questo lo si vede anche nella scelta di sponsor locali come Estrella e Cupra, al posto di partnership storiche come Heineken o Ray Ban) per convocare all’appello nomi del calibro di Gorillaz e Dua Lipa; è un processo in atto da almeno due edizioni, ribadito a forza nel 2019 con il concept del 50/50 (la “quota rosa” paritaria, una roba che puzza più di politica e compromesso che di vera e propria scelta stilistica qualitativamente accettabile e giustificata), tacitamente ripercorso quest’anno in una line-up un po’ ruffiana, come lo sono poi tutte le celebrazioni e gli anniversari.

Alla vecchia guardia diamo un contentino che possa soddisfare il palato (Dinosaur Jr., Shellac, Yo La Tengo, Low e altri “ripetenti” del PS), lo stesso piatto di carbonara che è buono come lo faceva la mamma, ma pur sempre la stessa carbonara rimane; ai newcomers, nomi di grido e scelte più vicine alla logica di uno Sziget o di un Coachella per appunto fidelizzare una fascia di clientela anagraficamente meno avanzata e potenzialmente “spremibile” sul lungo periodo. Ingenua come visione? Sicuramente, se si parla di un festival che di fatto ragiona come una multinazionale, estendendo i propri tentacoli all’America Latina e a Los Angeles (che, in parte, Latinoamerica lo è).

Ma se questo compromesso storico porta ad avere una quota piuttosto sostanziosa di traperos e campioni del reggaeton di dubbio gusto e qualità, allora forse è segno che qualcosa di diverso (forse sbagliato) sta avvenendo. Ripeto, lungi dal sottoscritto stupirsi di certe dinamiche, ma indubbiamente questa mossa sa di baratto – scambio un connotato identitario, vendo la quota che ha fatto la fortuna del festival, per potermi permettere le star più eclatanti e artisticamente vuote e tristi del panorama musicale latino (e non solo).

King Gizzard
King Gizzard and The Lizard Wizard al Primavera Sound 2022, Foto di Francesca Sara Cauli

Se il PS lascia in panchina i propri boomers, forse guadagna campo per un nuovo pubblico, ma perde quella fetta che ha reso il festival il place to be, grazie proprio al passaparola su quelle esperienze condivise di cui si parlava nel cappello introduttivo del pezzo. Non che una cosa escluda l’altra, comunque: la qualità day-by-day era tangibile, ma appunto, molti nomi fighi della scena alternative buttati lì sanno un po’ di contentino. Finché ci stanno, comunque, ci si lamenta poco: hanno fatto all-in su praticamente tutta la nuova scena UK (dai Dry Cleaning ai black midi, con Idles e Fontaines D.C. a comandare la carovana), e fortunatamente, non si sono persi per strada qualche chicca (The Armed su tutti), laddove negli anni passati (2018 e 2019 nella fattispecie) hanno forse faticato a trovare quei nomi che non si sarebbero mai spesi per un tour europeo nei club (men che meno qua da noi).

Che poi queste selezioni siano cherrypicking per i più sgamati, presentati magari come tapas di contorno (gustose, ma mai il piatto principale), fa poca specie: ciò che invece colpisce è la logica del cottimo, un qualcosa che il festival ha dovuto usare come scudo per il problem solving dell’ultimo minuto, quando si è trattato di sostituire act saltati e rinunce di vario tipo, ma che si è pure configurata come una strategia vera e propria. In sostanza: cinque set dei King Gizzard (tutti diversi, tutti comunque appaganti) possono essere una prospettiva intrigante, una mossa estrema seppur degna d’attenzione, ma anche un segnale di stanchezza, o un limite non risolvibile – come se il festival non fosse riuscito a trovare altri artisti da impiegare per la lunga e fitta programmazione.

Ben vengano i bis, ma che siano giustificati e supportati da una logica: per ora, l’unica logica in merito è quel processo di coachellizzazione che proprio non ci sta, non va giù a chi aveva un’idea del festival e che adesso vede tradita, in un certo senso. Al netto di certe sensazioni (e dell’idea che ripetere gli stessi nomi, spesso anche headliners come The Strokes – che per covid hanno saltato il primo appuntamento – Gorillaz e Tame Impala, fosse una mossa pigra), la qualità media si è assestata anche a questo giro su un livello piuttosto alto, e da qui prendiamo spunto per una serie di note di merito e appunti sparsi sul festival.

Julian Casablancas
Julian Casablancas, Strokes, al Primavera Sound 2022, Weekend 2, foto di Francesca Sara Cauli
  1. Gli artisti continuano a scegliere il PS: che il Primavera Sound fosse il place to be per gli spettatori è già stato detto; ciò che spesso ci si dimentica, però, è che questa dinamica vale anche per gli addetti ai lavori, in particolar modo gli artisti. Di habituè ne rintracciamo molti, anche nell’edizione appena trascorsa: dai Tame Impala di un Kevin Parker sempre più innamorato del capoluogo catalano (spottato nei giorni del festival a sollazzare con moglie e crew in uno dei tapas bar storici di Barcellona, il Bar La Plata), fino a Tyler, the Creator, che ha da sempre individuato nel Primavera una tappa fissa per le sue tourneè estive in Europa. Tra gli altri aficionados, i The National, oltre ai sempre presenti Shellac.
  2. Il parco-nomi elettronico è sempre più vasto ed intrigante: se il Sònar (che si tiene abitualmente a una settimana di distanza dal PS) è il fiore all’occhiello dei festival di musica elettronica più “colta”, il Primavera Bits ne è la controparte: a prescindere da alcuni headliner di quest’anno che si sono esibiti anche al Sònar in passato (Disclosure, Jamie xx), la programmazione elettronica del PS ha raggiunto un clamoroso livello di qualità, per diversificazione nella proposta, dialoghi tra vecchia e nuova generazione e passaggi di consegne: i live set di Fred Again.. e Dj Seinfeld (senza scordarsi di Daniel Avery); la nuova scena house con Special Request, Acemoma e Honey Dijon; i set-fiume di Evian Christ e Dj Harvey; Ben Ufo e Mall Grab, per chi scrive tra i due migliori dj del vecchio e del nuovo continente; la performance memorabile (e molto partecipata) di Lorenzo Senni, che si è esibito con una flag alle spalle recante il suo nome a caratteri cubitali (no, non era un set di Jovanotti); la vecchia scuola rappresentata da Jeff Mills e Goldie (ma anche il nostro Lory D); il set all killer no filler dei 2manydjs, e molto altro ancora. Il Primavera Sound dietro al deck non è solo Dj Coco e le sue selecta trash-ruffiane, ma un vero e proprio “festival-nel-festival” che, in questi ultimi anni di drastici cambiamenti, resta una delle note costanti e positive.
  3. Dave P è il vostro nuovo deejay preferito: parlando di dj, ecco un nome che sulle prime dev’esservi sfuggito (io vi avevo comunque avvertiti). Dave Plianka al secolo, in arte, semplicemente, Dave P. chi è? Il vostro nuovo deejay preferito. Anche se non avete idea di chi sia, o di cosa faccia con la sua serata Making Time a Philadelphia (che ovviamente, non è proprio dietro l’angolo). È diventato una sorta di mascotte del PS, allungando la sua residency per tutti e due i weekend, chiudendo al Cupra Stage (ex-Ray Ban per i nostalgici) il sabato del primo, dopo un set memorabile e partecipatissimo dei Disclosure (privilegio che non viene concesso al primo che passa), e mixando con sapienza Bull in the Heather e My Girls con missili house e techno; poi, la serata alla Sala Apolo della domenica, un’autentica botta di club culture in endovena, partita tra l’altro con “In Particular” dei Blonde Redhead. Ha lasciato talmente il segno che è stato richiamato dal festival nella serata-pezza con cui hanno provato a tenere a bada un’ampia fetta di clientela esclusa dal tanto sospirato brunch.
  4. Il palco NTS era una bomba (la Boiler Room Cupra un po’ meno): in un’edizione tribolata, uno dei problemi irrisolvibili (almeno per tempistiche) era la collocazione della Boiler Room, stavolta all’aperto, proprio accanto al Plenitude (ex-Pitchfork). Il volume spesso interferiva in maniera molesta con i set del palco adiacente, in particolar modo quello dei Big Thief (non proprio i Melvins in quanto a volumi). I The Armed, i DIIV, i Viagra Boys e poche altre band sono riuscite a sovrastare il frenetico tunz-tunz di questo nuovo stage, invadente ma simpatico e intrigante alla vista. Notevole quanto fosse costantemente colmo di gente – tanto che nel primo weekend, a un certo punto, è crollato un pezzo di pedana, fortunatamente senza conseguenze gravi – con file abnormi (quasi un leitmotiv del festival), in attesa di salire in pista per un ultimo tango. D’altro canto, il fu Hidden Stage (poi Ray Ban Studios), uno spazio al chiuso ricavato da un parcheggio interno, sottostante l’enorme e obliquo pannello solare (che è un po’ il monumento-simbolo del Primavera), è stato quest’anno affidato alle sapienti mani di NTS Radio. La web radio di Hackney, Londra Sud, ha infatti curato la direzione artistica dello stage, invitando un disparato carnet di ospiti, dal già citato Lory D ai Duma, duo grindcore-elettronico dal Kenya. Tra le performance memorabili, il set ambient della danese Courtesy, assistita da un pubblico silenzioso e attratto (nota di merito in più: sicuramente lo stage con l’audience più educata e genuinamente ancorata alla proposta musicale), e il live dei Moin, con la batterista e percussionista Valentina Magaletti (già nei Vanishing Twin e Tomaga) a trainare un trio di polistrumentisti in una performance ipnotica, tra kraut, math rock, psichedelia, poliritmi e sample illbient.
  5. Il PS è (anche) una storia di riscatto: “Siamo venuti qua 6 anni fa, e siamo persone molto diverse da allora”, dice Zachary-Cole Smith, con il suo tono pacato, rivolgendosi al pubblico durante il set della sua band, i DIIV. Quello a cui allude il leader del quartetto newyorchese è la dipendenza da eroina che ha rischiato di far saltare la band, e quasi ucciso il diretto interessato. Grazie a una lenta e dolorosa risalita (raccontata nel terzo e splendido album Deceiver), i DIIV sfornano, per chi scrive, la miglior prestazione di tutto il festival – con energia, pochi fronzoli, visual essenziali e luci ben gestite, un gran muro di suono a sorreggere l’impalcatura. Tra le varie storie del Primavera Sound c’è anche il riscatto, o la rinascita: Nick Cave, che ha da poco perso un secondo figlio in circostanze tragiche, non ha comunque rinunciato al suo tour estivo, presentandosi in forma, con le solite messianiche doti, dedicando il brano I Need You ai suoi due figli «da qualche parte, ad aspettare l’inizio dei Bauhaus». Anche loro, grande incognita (si vociferava un forfait dato da problemi di salute, probabilmente legati al Covid), hanno invece stupito tutti con un set antologico, scenografico seppur sobrio, solido a livello sonoro, immersivo nell’utilizzo di ghiaccio secco e di luci inquietanti. Ma soprattutto, un Peter Murphy in enorme spolvero, di nero vestito con perle a tappezzare il suo abito di palco, un Macbeth gotico, con testa lucida, barba lunga e baffi da sparviero – e un diadema mostrato sul finale di God in an Alcove. Pensando al fatto che Murphy ha subìto un arresto cardiaco nel 2019, vederlo in questa forma (supportato dalla band, solo membri originali, in grandissimo spolvero) non può che far piacere.
Pubblico al Primavera Sound, foto di Francesca Sara Cauli 2022
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