Recensioni
Pet Shop Boys, Blur, Halsey, Kendrick Lamar, Depeche Mode, Rosalìa
Primavera Sound Festival 2023
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Tommaso Bonaiuti
- 7 Giugno 2023

Un’altra edizione del Primavera Sound di Barcellona si è conclusa, questa, la ventunesima, che sa di un nuovo inizio e che si appresta a passare la torcia a Oporto e, per la prima volta nella sua storia, all’edizione “specchiata” del capoluogo Madrid.
Una settimana di performance (ben 317 in totale, tra gli eventi della ciutat e quelli del Parc del Fòrum) che ha raccolto 253,000 persone da tutto il mondo (le nazionalità maggiormente rappresentate, oltre alla Spagna, sono Italia e Inghilterra). I numeri servono solo a catturare una parte dell’esperienza, significativa anche quest’anno nel manifestare l’amore viscerale che si respira là dentro – per la musica, certo, ma anche per un certo stile di vita, se vogliamo allargare un po’ la prospettiva sulla funzione vitale che questi eventi esercitano. 12 mesi fa introducevo la mia analisi all’edizione del ventennale parlando di feeling, di rituali collettivi e condivisioni di esperienze umane; se l’anno scorso, staccandoci un po’ dagli alti concetti, tutto questo veniva meno per scarsa cura nei confronti degli avventori, e per alcune scelte strampalate di cui si è dibattuto in lungo e in largo, quest’anno si è tornati a una dimensione che il Primavera Sound ha sempre governato con dimestichezza e spirito identitario – il pubblico, prima di tutto.
Anzi, i pubblici, brutto termine mutuato da qualche guru del marketing, ma che serve a sottolineare la pluralità di stili e tribù raggruppate in un luogo fisico, in dei confini senza confini; difficile prevedere, anche solo 10 anni fa, un unico evento che riuscisse a mettere d’accordo appassionati di clubbing ed elettronica, pubblico generalista, appassionatissimi e amabili nerd delle più oscure propaggini musicali, traperos e metallari. Se i recinti e il “razzismo” tra appassionati di musiche differenti sono roba molto anni ’80, è altrettanto vero che a tirar su lineup come quella di quest’anno ci vuole coraggio, al netto di ciniche e fredde analisi sui “bisogni commerciali” e sulle voglie che un mercato sempre più fluido deve, in un modo o nell’altro, appagare.

Ma avere nella propria madrina una figura come Rosalìa significa identità, soprattutto in Catalogna, ma anche rivendicare una posizione intellettualmente dominante nel panorama del pop; evocare antichi e nobili spiriti di generazioni passate (dai Blur agli Unwound), è manifesto di un rispetto per le radici, è segno di grande riconoscenza. In poche parole, trovatemi una lineup che trasuda senso di appartenenza e spirito identitario come quella del Primavera Sound.
È così che nascono le leggende, e la storia (recente o meno) dei più famosi festival europei e mondiali sembra partire dall’entropia, dal caos, da micce che espolodono, anche in maniera violenta, o generando violenza (la Woodstock originale, o quella del 1999; il Fyre Fest, Altamont, etc.); il Primavera sembra lo Yang di tutta questa cosmogonia di esperienze collettivi e rituali, che ancora conservano elementi pagani – il celebre (e ugualmente misterioso) Burning Man si conclude con un enorme rogo; festival più rurali come lo Sziget, Bonnaroo o il Glastonbury hanno qualcosa di insito e profondo, di tribale, appunto, nel modo in cui i partecipanti lasciano tracce di sé.

Il Primavera Sound vive di contrasti, ma con una logica; un amico e compagno di edizioni, negli anni, mi faceva notare la particolarità di un evento così grande, seppur mai periferico: un festival cittadino per i cittadini, un festival a misura d’uomo, urbano eppur marittimo, sentimentale e poetico quando la luna si alza in cielo e la brezza mediterranea si alza, lieve, e accarezza la testa e le spalle di tutti. Durante il set dei The Voidz (non la band più poetica e leggiadra in circolazione, ecco), Julian Casablancas si emoziona in maniera autentica guardando il cielo, dopo il crepuscolo: “Tattooine moon”, esclama, apprezzando l’idilliaco orizzonte e una bella luna piena che, giallastra e fiera, sembra voler assistere anche lei al concerto, spuntando da timide nuvolaglie.
Il Primavera sa essere generoso nel fornire momenti di autentica catarsi collettiva, lo ha sempre fatto; uno su tutti, per il sottoscritto, la pura energia caotica sprigionata dalla band giapponese di metal sperimentale Boris, collocati (apparentemente con poca logica) all’interno del bellissimo Auditori, acusticamente perfetto e funzionale, ma ben più adatto a live maggiormente “meditativi” (John Cale, Laurie Anderson e i “tangerismi” kosmische degli Emeralds, tra gli altri).
Dipanatasi una coltre di fumo artificiale, i Boris hanno fatto alzare dalle proprie poltrone gran parte della sala, riempiendo di suoni, feedback luciferini e incensi vari lo spazio circostante; un live che non poteva non finire con un abbraccio collettivo al cantante Tetsuo, cristologico nel suo lasciarsi prendere, cullare e trascinare dalla folla.

La folla esaltata e genuinamente orgogliosa del proprio sound latino, accorsa per la performer e rapper Tokischa, che rappresenta quel perrear che è un pezzo di cultura di strada e che il PS vuole rivendicare, o almeno rappresentare; l’energia caotica, anche qua, che si trasforma in festa pura, trascinante anche per chi è più avvezzo a sound cerebrali, borghesi, caucasici.
Momenti di puro godimento collettivo, dallo spirituale al dionisiaco: la trascendenza dei Liturgy, band black metal che lega molto del suo sound alla filosofia e all’angelologia, la cui brutalità sonora combacia perfettamente con i suoi alti concetti; o lo spiritual nel senso più strettamente musicale e culturale (anche nel senso di culto cristiano) del gospel, rappresentato da quella macchina del groove e delle good vibes che risponde al nome di Gabriels, forse la miglior band di soul contemporaneo in circolazione, tanto trascinante da istituire seduta stante la Chiesa Battista della Fratellanza del Primavera Sound – con o senza ironia, momenti goderecci ed emozionalmente impattanti, che restano impressi.
C’era quindi euforia, c’era passione, c’era anche molta più serenità rispetto allo scorso anno, una maggior organizzazione che è solo merito di un festival conscio delle proprie possibilità, ma anche coraggioso nel riconoscere i limiti, risolvendo situazioni spinose anche in maniera drastica: la zona del Nits, la celebre “spiaggetta elettronica” è stata tolta dalla mappa e resa inaccessibile per evidenti problematiche di gestione delle folle e dei relativi spostamenti; alcune disposizioni dei palchi sono state modificate, rendendo il passaggio più fluido e congeniale a grandi masse di persone che transitano da uno stage all’altro (dinamica quasi impercettibile nei primi due giorni, un filo più tangibile al sabato, giorno che inevitabilmente ha richiamato più attenzioni per gli headliners).
Anche la situazione in ciutat è migliorata e resa più organizzata, evitando frustranti file chilometriche fuori dai club, e permettendo agli interessati di prenotarsi con biglietto tramite app. Piccoli accorgimenti che rendono sempre più fruibile e confortevole l’esperienza del PS, festival che inizia a tracciare nuove traiettorie dopo i vent’anni di età, verso orizzonti sempre più intriganti che non vediamo l’ora di esplorare, tutti assieme, con grande spirito di collettività.
Graciés, Primavera Sound.
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