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6.7

Sotto i riflettori già dal debutto del 2024, Nia Archives si è fatta un nome trovando il punto d’incontro tra due mondi apparentemente distanti: la natura fisica e frenetica della jungle e la dimensione più intima del pop d’autore. È proprio in questa cuspide che ha costruito la propria identità, utilizzando breakbeat e accelerazioni ritmiche non come fine, bensì come telaio sul quale innestare un racconto personale fatto di relazioni, fragilità e trasformazioni emotive. Emotional Junglist segue Silence Is Loud, confermandone l’intuizione e ampliandone il linguaggio attraverso nuove sfumature.

Lo spettro si allarga attraverso piccoli ma significativi innesti e questa volta al centro c’è l’amore, o meglio il racconto di una relazione, dalla sua nascita fino all’inevitabile disfacimento. A differenza di opere analoghe – si pensi al monumentale This Music May Contain Hope di Raye – non si assiste ad alcuno zapping musicale: l’amalgama resta coerente, dove coerenza significa anche controllo, soprattutto nei momenti in cui, almeno sulla carta, ci si aspetterebbe che il caos interiore trovasse un corrispettivo anche sul piano estetico.

La novità principale sul fronte del sound è rappresentata dall’introduzione di chitarre ritmiche rock, ormai presenza ricorrente tanto nel mainstream quanto nella scena alternativa, dall’ultima prova di Kelela a quella di Charli XCX. Anche qui vengono impiegate soprattutto come elemento decorativo, come in Around the Bed, This Could Be…, There Goes Ma Head o in una ballata come Dance With Me 2nite. Il loro impiego richiama tanto la stagione d’oro del post-punk — con i Cure evocati soprattutto da This Could Be…, anche attraverso l’uso delle tastiere — quanto il revival dei primi anni Duemila, dagli Arctic Monkeys ai Bloc Party.

A queste si affiancano sfumature più marcatamente r’n’b e soul, evidenti in Get Me Down (non a caso con Jorja Smith) e soprattutto in Tander, con Sampha, probabilmente il vertice del disco, dove emergono una vulnerabilità autentica e un riuscito intreccio di voci. Convince anche The Darkest Hour, incursione dalle tinte trip-hop particolarmente adatta alle corde dell’artista.

Detto che l’estensione vocale di Nia Archives non è delle più ampie, la sensazione è che queste aperture, una volta trasportate sul palco, possano acquistare ulteriore intensità, ritrovando quella dimensione fisica e rave della jungle che in studio viene spesso filtrata attraverso un controllo molto preciso. Forse proprio per la quantità di materiale proposto le quindici tracce di Emotional Junglist risultano un numero leggermente eccessivo: qualche episodio avrebbe potuto essere sacrificato a favore di una maggiore incisività complessiva. In questo caso, davvero, less is more.

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