Recensioni

I timori di un possibile flop per la fine della storica partnershipcon San Miguel e la successiva, rassicurante conferma di Heineken come nuovo sponsor principale; la lineup – mai così ricolma di “big” – e le consuete defezioni (Fiona Apple, DIIV, Foxygen, Fidlar e Band Of Horses) riparate alla meglio (o meno peggio); l’ampliamento dell’area agibile del Parc del Fòrum ed il folcloristico esordio di una ruota panoramica in stile Coachella: tutto ciò che è stato preludio (e contorno) all’edizione 2013 del Primavera Sound Festival di Barcellona – la più chiacchierata di sempre a livello social – lo conosce bene anche chi non ha presenziato e persino chi non se ne è proprio (mai) curato. Ci concentreremo dunque, in questa sede, sull’incognita generata dalla dichiarazione di intenti, violenta ed autocelebrativa, legata all’altrettanto noto hashtag: #bestfestivalever sì oppure no?
La risposta che ci sentiamo di dare è piuttosto semplice: dipende da come lo si guarda, dipende da come lo si vive. Se infatti si limitasse il giudizio alla sola qualità delle performance andate in scena nella tre giorni, allora sì, non si incontrerebbe alcuna difficoltà nel parlare del PS13 come di uno dei migliori festival europei degli ultimi anni. Di più: si potrebbe addirittura arrivare a circoscrivere il parco delle vere e proprie delusioni ai soli Merchandise, tanto interessanti su disco quanto anonimi dal vivo; ai Daughter, con qualche problema tecnico ma soprattutto Elena Tonra – emozionatissima, costretta ed affatto pronta a fronteggiare i grandi pubblici – a fare “disastri” neanche fosse Lana Del Rey; agli Hot Chip, mai così piatti; a degliAnimal Collective che, eccedendo nuovamente in improvvisazione rumoristica e generale cazzeggio, su suolo catalano sembrano non mancare mai di dar prova di incostanza.
Per il resto, andando palco per palco, c’è stato davvero poco di cui lamentarsi. All’Heineken stage (che prima era il Mini e quest’anno è il palco principale), tra visuals epilettiche, coriandolerie,crowdsurfing oceanici ed il cameo di J Mascis nell’encore, hanno trionfato soprattutto i Phoenix. Non è mancata nemmeno l’ennesima conferma del perché i Tame Impala siano da annoverare, a detta di moltissimi, tra le migliori live band in circolazione e Kurt Vile ha rilanciato la candidatura a papabile disco dell’anno del suo Wakin on a Pretty Daze. Ben Gibbard ha fatto senz’altro meglio coi suoiPostal Service che coi Death Cab For Cutie nella scorsa edizione ed altrettanto piacevoli sono risultati sia Adam Green & Binki Shapiro, sia Wild Nothing (con le solite difficoltà a livello canoro, ma anche sempre più progetto organico e rodato). Le performance diBlur e Jesus & Mary Chain, pur ben lungi dalla memorabilità (fatta eccezione per l’ospitata di Bilinda Butcher su Just Like Honey), si sono rivelate comunque inattaccabili da prospettiva festivaliera, mentre Nick Cave ed i My Bloody Valentine sono semplicemente di un’altra categoria.
Tanta, tantissima bella roba anche al Pitchfork stage. Ottimo il rave new-age messo in scena da Doldrums, così come la virata d’impatto sullo psych-rock da parte di una Melody’s Echo Chamber(con full-band) che già ci piaceva ed ora ci piace anche di più. Consigliatissimi anche i Disclosure ed un imprendibile Dan Deacon, Killer Mike che è un trattore (ed ha confermato la collab Run The Jewels con El-P), i Local Natives che, quanto a valore aggiunto dallo show dal vivo, le hanno suonate tranquillamente ai diretti avversari Grizzly Bear. Soprendenti, infine, le vibrazioni a stampo Motown dei 70s di Solange (che performer!), i Glass Candyche non hanno fatto rimpiangere i Chromatics (anche perchè Ida No non è traballante quanto Ruth Radelet ma frontwoman dalle parti di Alexis Krauss), Mac DeMarco che ha dato lezioni di intrattenimento ed empatia col pubblico (tra lanci di pacchetti di sigarette Viceroy ed immancabile mosh-pit) e suonato pure da dio (almeno rispetto al recente passaggio in Italia). A quest’ultimo canadese sarebbe andata la palma per il concerto più coinvolgente tenutosi sul palco del celebre portale, non fosse che da Barcellona son passate anche le Savages a prendersi – nonostante la chitarra fuori gioco per una decina di minuti e la scaletta decurtata – una enorme standing ovation che ha messo a tacere un po’ tutte le critiche al loro effettivo valore e all’urgenza comunicativa (per la verità, sorrette da osservazioni dello stesso peso del “non si sentivano le voci” che ci è toccato sentire dopo il live dei MBV).
Al Primavera Stage (ex-San Miguel) le lodi sperticate sono andate ad un James Blake che ha pompato a dovere il nuovoOvergrown e si è nuovamente attestato come appuntamento live imprescindibile; aiDinosaur Jr, guitar herointramontabili. Non male anche lo show autocelebrativo deiWu-Tang Clan (pur sofferente dell’assenza di Method Man) ed i Peace che non ci aspettavamo tanto divertenti. Non condividiamo, inoltre, le tante lamentele per la performance – in playback coreografato salvo due pezzi – dei The Knife. Più precisamente: non le condividiamo se mosse dall’alto delle tre e mezza del mattino ed all’interno del contesto del festival (mentre si fosse pagato soltanto per loro, allora sì, lasceremmo voce ai rammarici). Quello che qua contava era però il “far festa” e, in effetti, lo show di Karin, Olof e compagni di collettivo artistico (e qui sta la coerenza totale con Shaking The Habitual che ci hanno raccontato in intervista) è stata la più grande festa dell’intero weekend.
Da segnalare, infine, l’irresistibile tiro primordiale di Death Grips eGoat a dominare lo schedule dell’ATP stage, How To Dress Well eChristopher Owens stelle nel firmamento di Vice Stage ed Auditorium, Dead Can Dance e Camera Obscura i migliori al Ray-Ban (anche se, in terra dell’indie-pop quale è quella spagnola, Tracyanne Campbell e soci non potevano che vincere facile).
Dove è, dunque, che il Primavera Sound 2013 ha fallito? È presto detto: nel fornire la vivibilità ottimale all’esperienza. Tralasciando la questione legata ai rifiuti (non ci si farà mai trovare pronti alla maleducazione) e all’aumento di pressing ed aggressività della security dovuti al numero sempre maggiore di bigliettati “VIP” ed alla conseguente aggiunta di aree più ampie riservate a codesti privilegiati (fortunatamente problema contenuto), ciò che è davvero mancata è una corretta gestione deflattiva del carico di pubblico palco per palco. O meglio: quella condotta imponendo dolorosissime scelte e volta ad evitare la costipazione sotto all’Heineken stage in occasione del concerto dei Blur è stata perfetta, ma episodio isolato nonché a scapito della programmazione del day-after, stracolma di tempi morti. Purtroppo, insomma, le 170.000 presenze complessive (40.000 in più dello scorso anno, 30.000 in più del 2011) si sono fatte sentire, ai danni del singolo, ben più del dovuto.
Una prima soluzione – lo fanno notare sottovoce anche Larry Fitzmaurice e Corban Goble di Pitchfork – potrebbe essere quella di rinunciare (quantomeno all’interno della manifestazione centrale al Parc del Fòrum) alla gran messa in mostra delle realtà musicali catalane e spagnole. È sempre stata parte integrante del Primavera, certo, ma non è nei fatti – appunto a livello di deflazione del pubblico – più utile al festival nella sua attuale (e futura) incarnazione “gigantizzata”. In generale, Gabi Ruiz ed il resto dellacrew degli organizzatori dovranno spingersi oltre, trovare il coraggio di fare il salto di qualità definitivo sotto tutti gli aspetti correlati al situazionismo festivaliero. Magari guardando proprio a quel Coachella che stavolta si è soltanto mimato, comunque senza troppo curarsi di quei propri tratti distintivi che sono stati e non possono più essere.
Nel frattempo, noi già sognamo i Neutral Milk Hotel (annunciati come primo headliner per il 2014 sui maxischermi del palco di Nick Cave). Ed, ancora, il #bestfestivalever.
[Special thanks to Luca Falzetti]
Amazon
