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The Final Cut non è semplicemente un album dei Pink Floyd, ma un monologo. Un requiem privato che Roger Waters trasforma in opera pubblica, spingendo la band verso il suo punto di rottura definitivo. Arrivato nei negozi come coda emotiva di The Wall, ne esaspera l’impianto autobiografico fino a esautorarne la dimensione collettiva: è l’ultimo lavoro con Waters e il primo in cui quella incarnazione dei Pink Floyd cessa davvero di essere un organismo condiviso.

Nato inizialmente come Spare Bricks, materiale di raccordo per il film Pink Floyd – The Wall di Alan Parker, il progetto cambia pelle sotto la pressione della storia. L’inserimento di When the Tigers Broke Free sancisce la direzione: il racconto della morte del padre Eric Fletcher Waters durante lo sbarco di Anzio diventa il nucleo emotivo. Ma è la guerra delle Falkland del 1982, voluta da Margaret Thatcher, a fornire il contesto politico che trasforma l’album in un atto d’accusa. Il titolo provvisorio A Requiem for the Post War Dream esplicita la visione: un doppio tradimento, personale e collettivo, dove alla perdita intima si sovrappone quella di un’intera generazione disillusa.

La guerra come trauma originario, la figura paterna come ferita mai rimarginata, la memoria come dispositivo ossessivo: temi già presenti in Dark Side Of The Moon che qui trovano forme più esplicite, dolorose e cinematografiche. Michael Kamen costruisce un impianto orchestrale che amplifica la drammaticità, come in The Gunner’s Dream, dove il mitragliere che sogna mentre scende con il paracadute dialoga con pianoforte, batteria, basso e sax, o in The Fletcher Memorial Home, dove i leader mondiali, impegnati nei loro giochi di potere, sono immaginati in una casa di riposo, dove Waters augura loro la “final solution”.

Tutto questo mentre la band è un dato puramente simbolico ma ancora sostanziale: se Richard Wright è stato estromesso e Nick Mason è marginale o sostituito, David Gilmour compie un miracolo, superando il ruolo di session man impostogli da “Stalin”, il dispotico band leader che i tre avevano soprannominato. In equilibrio precario ma sensibile, il chitarrista costruisce assoli, fraseggi e linee atmosferiche – delicati e sospesi in Your Possible Pasts e One of the Few, tesi e aerei in The Hero’s Return, straclassici in The Fletcher Memorial Home – che restano tra i suoi migliori. Allo stesso tempo, Michael Kamen e il ricorso a session men – come Andy Newmark alla batteria in Two Suns in the Sunset che sostituisce Mason come già accaduto in passato con Mother e Jeff Porcaro – rispondono alle esigenze ritmiche complesse immaginate da Waters. L’uso dell’olofonia e degli effetti tridimensionali (lo sparo nella title track, le esplosioni di Get Your Filthy Hands Off My Desert) non è semplice ornamento, ma parte integrante della narrazione, immergendo l’ascoltatore nella scena e trasformando l’ascolto in un sofisticato teatro rock con tutti i cascami drammaturgici dell’operetta.

Con un finale letteralmente atomico – la splendida Two Suns in the Sunset, il “secondo sole” simbolo del fungo atomico – un sipario agrodolce cala su un album a lungo considerato “minore”, capace negli anni di resistere alle critiche e aprirsi a nuovi, inattesi estimatori, eppure ancora oggi oggetto ambiguo, persino scomodo.

C’è qualcosa di profondamente patetico, autoindulgente e narcisista nella pantomima di Roger Waters: nel modo in cui piega tutto – band, suono, racconto – a una visione personale che pretende di farsi universale. Un’autoterapia esibita, verbosa, a tratti soffocante, con pochi veri momenti melodici memorabili e senza le intuizioni sonore che avevano reso imprescindibili i Pink Floyd.

E tuttavia è proprio lì che il disco continua a colpire. Perché, anche quando se ne colgono i limiti, resta capace di aprire delle crepe. Funziona, se funziona, su un piano quasi terapeutico: non risolve, non consola, porta a galla. Trasforma il vissuto di Waters in un riflesso deformato ma potentissimo del nostro, anche quando non ci appartiene né storicamente né esteticamente. E allora basta uno sparo – quello della title track, in cuffia – per ritrovarsi disarmati, ogni volta.

È in questa contraddizione che The Final Cut trova forse la sua misura più autentica. Non rientra nel novero dei capolavori, forse non è nemmeno un vero disco dei Pink Floyd e, certamente, resta un’opera intrisa di conflitti che continua a dividere. Perché con le cesure nette, la pace è sempre stata complicata.

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