Recensioni

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Sono passati quasi due lustri da quando i Pink Floyd hanno perso il loro prime mover. Quasi un decennio e un solo disco di studio uscito dai cantieri, A Momentary Lapse Of Reason del 1987. Waters se ne è andato in malo modo e ha perso la battaglia per la sigla rimasta nelle mani di Gilmour e Mason, con Wright messo in contumacia.

Riottoso, irascibile, egocentrico. Non c’è dubbio che Waters sia stato un elemento di attrito all’interno dei Pink Floyd, ma il suo contributo, la sua stessa presenza fisica nel lasciare un impatto sull’immaginario dei fan, erano fondamentali, ed è storia che il clima di tensione che si crea all’interno di certe band molte volte diventa il carburante che serve per spingere il mezzo più lontano di quanto immaginato, anche se il viaggio si consumerà tra preoccupanti scricchiolii, impreviste soste, e deviazioni fuori programma.

Persa l’anima (e l’animosità) tormentata e tormentosa del bassista cantante e compositore, i Pink Floyd diventano una pacifica band di contemplativi signorotti dai tempi rallentati (anni e anni tra un album e l’altro), adagiati sulla spiaggia di un mare dalle acque calme, intenti alternativamente a pennellare acquerelli nostalgici, mettere insieme i tasselli di un puzzle che rivelerà una immagine accattivante, sfogliare le pagine di un album fotografico dove passato prossimo e remoto si confondono col presente. Dove le pose e lo sfondo delle istantanee sono gli stessi da molti anni: la differenza la fanno le rughe, i capelli, i sorrisi che sono diventati labbra appena increspate. Ci sta. Fa parte del gioco (della vita prima che del business). L’urgenza è cibo di chi è in conflitto con l’esistenza, qualunque sia il terreno dello scontro.

“L’ultimo progetto dei Pink Floyd mi ha stancato molto: non ho certo fretta di ricominciare con quei ritmi, non sono ossessionato dal lavoro. (…) Ho quarantasei anni, e far parte dei Pink Floyd non dev’essere un impegno che assorbe tutto il mio tempo né una ragione di vita”, dichiara David Gilmour poco prima di radunare Nick Mason e richiamare Rick Wright che era stato licenziato da Waters ai tempi di The Wall, per cominciare a ragionare sul prossimo disco.

I tre si trovano a inizio 1993 nei Britannia Row Studios di Londra che erano stati di proprietà degli stessi Pink Floyd e all’epoca appartenevano al solo Mason che li avrebbe venduti a breve. Si dice che dopo due settimane la band avesse steso ben 65 brani. The Piper At The Gates Of Dawn totalizza 11 brani; A Saucerful Of Secrets 7 brani; More 13 brani; Ummagumma 5 brani (in studio); Atom Heart Mother 5 brani; Meddle 6 brani; Obscured By Clouds 10 brani; The Dark Side Of The Moon 10 brani: fanno in tutto 67 pezzi. In quindici giorni i Pink Floyd che produrranno The Division Bell raccolgono potenzialmente quanto registrato in toto dal 1967 al 1973, gli anni di massimo splendore. Significa essere in uno stato di grazia sovrumano; oppure abbassare gli standard fino a considerare buone per la pubblicazione le registrazioni di Gilmour nel momento di accordare la Stratocaster. Qualcun altro parla di “idee”, altra definizione piuttosto vaga. Ma quando afferma “di quei frammenti arrivammo a eliminarne quaranta”, Gilmour fa definitiva chiarezza. Rivalutati con più attenzione, alla seconda scrematura di quei “frammenti” ne sopravvivono 25. Cuciti e rifiniti nei dettagli, sulla passerella di The Division Bell a giochi fatti sfileranno 11 brani per oltre un’ora di musica.

Ma gran parte delle registrazioni si sono svolte all’Astoria, una casa galleggiante del 1911 ormeggiata sulle rive del Tamigi a Hampton, comprata nel 1986 e trasformata in arioso e luminoso studio di registrazione da Gilmour, dopo esserne venuto a conoscenza grazie alla rivista Country Life che sfogliava nella sala d’attesa del dentista. Quando si dice non tutti i mali vengono per nuocere.

Inizialmente si pensò di fare di The Division Bell un concept. “Nell’intero album – ha dichiarato Gilmour – c’è un sacco di materiale che parla di comunicazione o di mancanza di comunicazione. Ma è casuale: ci siamo resi conto che c’erano un paio di canzoni su questo tema, e le altre si sono sviluppate secondo questo filone. A un certo punto, tutto ciò sembrava pervadere l’intero album ed essere il pensiero dominante”. Ma legare i testi di undici canzone sotto un unico comun denominatore non è cosa semplice. Era Waters il campione in materia. Da parte di Gilmour, Wright e Mason non c’era abbastanza energia creativa neppure per alimentare la fiamma letteraria dei singoli brani presi separatamente. A dare man forte furono chiamati dunque Anthony Moore che aveva già collaborato alla stesura dei testi di A Momentary Lapse Of Reason, Nick Laird-Clowes dei Dream Academy che Gilmour aveva parzialmente prodotto per due album, The Dream Academy del 1985 e A Different Kind Of Weather del 1990, ma soprattutto Polly Samson allora compagna del chitarrista che avrebbe sposato poco dopo, durante il tour di The Division Bell, che firma cooperativamente sette canzoni.

La difficoltà riscontrata con le parole ha riguardato anche il titolo del disco. Escogitato durante una cena insieme a Gilmour e Mason da Douglas Adams, l’autore della saga di fantascienza pop Guida galattica per gli autostoppisti, a fronte di una elargizione di cinquemila dollari a favore del EIA (Environmental Investigation Agency), in realtà semplicemente estrapolato da una linea di testo di High Hopes. A fronte del minimo impegno dello scrittore, i Pink Floyd si dimostrarono però più generosi e sensibili alla causa ambientale di quanto chiesto, devolvendo all’associazione ambientale l’incasso del concerto del 28 ottobre 1994 all’Earl’s Court, nel quale Adams, anche abile chitarrista, fu invitato a unirsi alla band per un paio di brani, Brain Damage ed Eclipse.

Ma a quasi trent’anni dall’esordio, dopo avere provato tutto o quasi (in studio di registrazione e sul palco), perso per strada seppur per motivi diversi gli “indomabili” (Barrett e Waters) ed espulso un terzo a produrre bile, dopo avere dato e ottenuto tutto o quasi dalla musica, cosa possono ancora offrire i Pink Floyd?

Non ci sono più strappi nella loro musica, non c’è la linfa che cola fresca dalle lacerazioni delle coscienze, non graffiano; catturano l’orecchio da inappuntabili professionisti, certo, ma emozionano nel profondo solo a tratti. All’inizio inghiottivano il tuo cervello in un gorgo di immaginazione; col passare degli anni ti piantavano chiodi nel cuore; ora con una puntina fissano post it su una bacheca di sughero. Annotazioni che ricordi quando ci passi davanti.

Tanto si è già sentito, qualcosa di bello si fa strada tra noia in dosi che non vorresti.

Talvolta non sembrano più loro: Take It Back è un piacevole singolo a là Mike + The Mechanics, Lost For Words viaggia sui binari dei Dire Straits meno ispirati. Altre volte lo sembrano troppo: What Do You Want From Me ha i contorni sputati della outtake di The Dark Side Of The Moon, Keep Talking – con un sampling della voce dell’astrofisico Stephen Hawking estrapolata da uno spot pubblicitario della compagnia di telecomunicazione britannica BT – pare trovato in fondo a un cassetto dove sono stati risposti i nastri di The Wall. Brani rassicuranti, risaputi. Che lo zoccolo duro dei fan, sentimentale e nostalgico, più che smanioso di essere strattonato, approverà.

Poles Apart – che ha detto Polly Samson “parla di Syd nella prima strofa e di Roger nella seconda” – è inaspettata perché, con quell’arpeggio della seconda chitarra acustica intorno a 30” che ricorda Narnia, ma anche di più grazie al clima da horror park vittoriano tipico dell’ex chitarrista dei Genesis inserito da 3’00” a 4’10”, è sorprendentemente in “sintonia” con Steve Hackett.

Marooned uno strumentale che altro non è se uno showcase di Gilmour: un signor showcase, certo; siamo pur sempre in presenza di uno dei più grandi chitarristi della storia del rock. Coming Back To Life, una canzone – per parafrasare il titolo – di ritorno alla vita quando Gilmour si scosta dal microfono e fa cantare la Stratocaster.

E se in A Great Day For Freedom, un po’ troppo svenevole la prima strofa, un valzer rallentato la seconda, Gilmour rappresenta il classico “valore aggiunto”, su Wearing The Inside Out – la voce stanca, quasi sofferente di Rick Wright che canta da solista per la prima volta da The Dark Side Of The Moon –, il cui fascino risiede nell’accento decadente e vagamente “malato” aggiunto dal sax del veterano Dick Parry, rischia di fare la frittata: in questo brano contemplativo, un fiume dal lento scorrere dentro il quale lavare pene e dolori, suggeriscono parole e musica, la piega muscolare dettata sul finale da Gilmour appare fuori luogo.

Ma se il cuore perde colpi, dalla testa e dalla coda i segnali sono confortanti, decisi e continui. Lo strumentale ambientale introduttivo Cluster One; e High Hopes non hanno cedimenti, soprattutto il secondo: un brano che non è solo un trampolino di lancio per il consueto prendersi la scena da parte di Gilmour, ma qualcosa di organico che chiude degnamente il disco.

Il produttore americano Bob Ezrin ha detto che a Gilmour il brano “venne di botto, in due giorni: era catartica, il brano migliore del disco. Dentro c’è tutto David. È un dipinto musicale monocromatico ad alto contrasto, circondato da pochissimi elementi colorati; il nucleo della canzone è molto essenziale, prettamente inglese. E quando i Floyd sono “inglesi”, sono al top”; giudizio completamente condivisibile. Soprattutto sull’aspetto della spontaneità, che può risultare la chiave di volta anche per una band che ha fatto dell’infinito lavorio, del cut up sonoro, delle chirurgiche operazioni di studio, il proprio marchio di fabbrica. E questa, volendo, potrebbe essere la vera novità: l’eperimento dell’anti-sperimentazione, la semplificazione dopo i tempi dell’accumulo.

Ho scritto che High Hopes chiude The Division Bell degnamente, e aggiungo drammaticamente; perché se le campane che annunciano il brano battono festose, il rintocco monocorde e ferale che ne sancisce la fine suona – col senno di poi – come il saluto di commiato a Rick Wright che morirà nel 2008, e tutto sommato agli stessi Pink Floyd. The Endless River, pubblicato a distanza di ben 20 anni, nel 2014, non è altro che il resoconto del taccuino di appunti presi al tempo di The Division Bell, registrato da una band dai contorni oramai fantasmatici, e Nick Mason ha definito come un tributo al tastierista deceduto. Come non bastasse, nel frattempo, nel 2013, era scomparso anche Storm Thorgerson. A tutti effetti The Division Bell chiude tra luci e ombre un ciclo, e in un certo qual modo decreta la fine definitiva dei Pink Floyd.

Le teste che si fronteggiano a occhio sgranato e bocca aperta in copertina, sono opera dell’immancabile Thorgerson, a fianco dei Pink Floyd più a lungo di quanto fatto da Roger Waters. Secondo l’art director della Hipgnosis l’unione dei profili delle due enormi teste alte quanto un tipico bus londinese a due piani rappresenta un terzo volto assente. Indovinate di chi? Spero di non risultare irriverente, ma a questo punto della storia dei Pink Floyd, quasi estranei a sé stessi (il “non dev’essere un impegno che assorbe tutto il mio tempo né una ragione di vita” di Gilmour), l’ennesimo richiamo al convitato di pietra rischia di sembrare un riflesso automatico. Piuttosto, le due capocce metalliche ricordano Gilmour e Waters che faccia a faccia se le dicono di santa ragione. Incapaci di sotterrare l’ascia di guerra e irrigiditi dagli anni. Non più quelli della riottosa ma fruttifera era che va dal 1973 al 1979, ma oggi solo riottosa.

Dall’aspetto tutt’altro che accomodante, le due teste si fronteggiano nel bel mezzo di un campo inaridito. Come le statue dell’isola di Pasqua, ma se quelle sembrano essere in pace con il mondo, queste sono metal-pietrificate in un eterno battibeccare. La musica di The Division Bell sullo sfondo. Del resto Roger Waters, come suo solito, alla richiesta di un parere riguardo al disco della sua ex band non è stato troppo diplomatico: “Solo spazzatura… un’assurdità dall’inizio alla fine”, ha detto.

Ma nonostante il giudizio sprezzante del bassista, verosimilmente non del tutto obiettivo e lucidamente distaccato, e una parte della critica non si sia espressa in termini proprio lusinghieri, il grosso dei fan – era prevedile – non ha fatto mancare l’incondizionato appoggio che si è tradotto in un successo planetario in termini di dischi e biglietti dei concerti venduti. Pubblicato nel Regno Unito il 28 marzo 1994 e negli Stati Uniti il 4 aprile, in patria The Division Bell viene certificato doppio Disco di platino in ottobre, mentre negli USA lo stesso traguardo è raggiunto in giugno, sostando nella Billboard 200 per 53 settimane. Non sono i numeri di The Dark Side Of The Moon, ma per un mercato discografico che sta cambiando e perdendo colpi si tratta di risultati comunque di rilievo che, uniti alle cifre registrate al botteghino: il numero totale di biglietti venduti alla fine del tour sarà di 5,3 milioni per un incasso di circa 100 milioni di dollari, diventano impressionanti.

Alla luce di quanto dichiarato – con estrema onestà – da David Gilmour, che occuparsi dei Pink Floyd non è più la priorità, che “non dev’essere un impegno che assorbe tutto il mio tempo né una ragione di vita”, The Division Bell non sembra il passo così incerto mosso al momento dell’uscita. Per questo tipo di lavori, quelli del crepuscolo destinato ad ammantare ogni cosa, anche le leggende, il trascorrere degli anni si rivela impietoso. Ma non è questo il caso. The Division Bell non è dei migliori album dei Pink Floyd, ovvio, ma neppure la pietra dello scandalo. What do you want from… Pink Floyd of 1994?

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