Recensioni

Due lunghissime suite omonime, in realtà per atmosfere e densità una sola, macilenta evoluzione intrippante, segnano questo ritorno dei finnici Pharaoh Overlord su Rocket dal disco 6 del 2020 che li vedeva accompagnati da Aaron Turner (Isis, SUMAC). Laboratorio aperto sia come collaborazioni (Grails e Hans Joachim Irmler, per fare un paio di nomi), sia come proposta musicale, la formazione che fa riferimento ai core members Jussi Lehtisalo e Tomi Leppänen – nata da una costola dei Circle – si è mossa da subito sul sentiero dello stoner-rock ma sempre con un taglio personale e straniante rispetto al canone di genere che l’ha portata su territori “jazzy” come su synthetiche visioni space-disco-rock.
Ora con questo Louhi, disco che celebra i 25 anni di carriera (e più di venti uscite), il duo cerca di unire l’ispirazione iniziale dettata dal lavoro collaborativo tra i Faust e Tony Conrad, l’epocale Outside The Dream Syndicate dichiarato punto di partenza per l’esperienza PO, con l’ovvia influenza del folk finnico, accentuata ovviamente sul versante pagan-folk anche dall’utilizzo di strumenti particolari (ghironda ed esseharpa, nello specifico). Il tutto, altrettanto ovviamente, innestato su un impianto sonoro drone-psych fatto di reiterazioni e ripetizioni kraute e deliberatamente legato a una sorta di ritorno al passato con lo sguardo al futuro (“You could say we used Louhi to reset ourselves to the past, to be able to continue again to the future”), tanto da divenire l’ideale ponte con le basi strutturali dell’intero progetto ma al contempo la dimostrazione plastica dell’evoluzione e delle sfaccettature che quel suono iniziale ha via via preso.
In sostanza, quaranta minuti di deliqui minimali e meditativi, dal retrogusto selvaggio e ancestrale nella prima parte (il growl lamentoso e sofferto dello scarno cantato è appannaggio di Turner) e dall’altissimo potenziale ipnotico da raga ultraterreno della seconda parte (midtempo e ciclicità, dopotutto, hanno la trance come obbiettivo, specie se alla chitarra si aggiunge Richard Dawson), come non se ne ascolta spesso.
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