Recensioni

Si sa che, a un certo punto della vita, guardarsi indietro, rifugiarsi nel passato diventa naturale. In una sorta di presbiopia, più invecchi e più le cose lontane nel tempo appaiono vicine, diventano la lente con cui osservi il mondo, lo decodifichi. Ma Paul McCartney ha sempre amato guardarsi indietro e rifugiarsi nel passato, anche quando un passato non ce l’aveva.
Poco più che adolescente, sul palco del Cavern e ad Amburgo, si immaginava già sessantaquattrenne, favoleggiando un futuro che, in realtà, somigliava molto a un passato idealizzato, al mondo dei suoi genitori, alla sua vita familiare, a quel che ricordava della sua infanzia, tra canzoni old fashioned, vaudeville e i vecchi standard tanto amati dal padre James.
Quella canzone, When I’m 64, l’avrebbe messa su nastro alcuni anni dopo, negli stessi giorni in cui, in modo non dissimile, faceva rivivere il barbiere, l’infermiera che vende papaveri, il banchiere in automobile e le altre figurine della sua Penny Lane, come se fosse trascorso chissà quanto tempo e, invece, non aveva nemmeno venticinque anni. Oggi, che di anni ne ha quasi ottantaquattro, guardarsi indietro e rifugiarsi nel passato è diventato, per l’appunto, naturale; solo che adesso un passato Paul McCartney ce l’ha – ed è quel passato.
Con tali premesse, The Boys Of Dungeon Lane (la strada che, lungo il quartiere di Speke, percorreva insieme a George Harrison e il fratello Mike per arrivare alle rive del Mersey, dove si fa birdwatching) si configura da subito come qualcosa di più, o meglio di diverso dall’ennesimo album del Beatle giocoforza più prolifico e discograficamente longevo. Posto che, nell’anno del Signore 2026, un nuovo disco di McCartney (o di Dylan, o degli Stones) va visto per quello che è, cioè un dono (è già strabiliante che esista, e ne possiamo parlare), tra i ventisei lavori in studio che lo precedono, nessuno ha mai stretto l’obiettivo in modo così preciso su un tema specifico; sicuro, una certa nostalgia è sempre stata presente (rafforzandosi, mista a malinconico rimpianto, nell’ultimo trentennio), e l’intera discografia trabocca di esercizi di memoria, omaggio o ricreazione del passato (senza scomodare una Walking In The Park With Eloise, cos’altro era il “twenty years ago today” di Sgt. Pepper’s?). Libero dalle costrizioni come solo una leggenda del suo calibro può permettersi, stavolta Paul ha ascoltato la sua musa, abbandonandosi ai ricordi non per mero esercizio nostalgico / sentimentale, ma per capire meglio chi è adesso, e come ha fatto ad arrivare fin qui. E noi con lui.
Realizzate nel corso degli ultimi cinque anni, in diversi studi e per lo più in solitaria proprio come la trilogia dei McCartney I, II e III, queste quattordici canzoni sono un pendolo che oscilla tra presente e passato, impronte di un – non più, eppur ancora – ragazzo animato dall’entusiasmo e dall’iper-vitalismo di sempre; non è forse un caso che a dargli manforte ci sia non un Rick Rubin o un Jeff Lynne ma un trentenne, Andrew Watt, il golden boy che, provenendo dal pop (Justin Bieber, Camila Cabello, Miley Cyrus, Lady Gaga) nel giro di pochi anni si è trovato a vincere un Grammy per Ozzy Osbourne e trovarsi alla corte di Iggy Pop, Elton John, Eddie Vedder/Pearl Jam e Rolling Stones.
Un apporto, il suo, che deve aver certamente contribuito a liberare il lato più divertito, massimalista, giocoso, creativo e sperimentale di Macca; al netto di uno stile di produzione ben poco vintage e indiscutibilmente moderno (nel bene e, purtroppo, nel male; vedi la plasticosità di certi suoni e la patina digitale che penalizza certe tracce, anche in termini di missaggio), l’approccio freewheelin’ si traduce, nelle tracce più sciolte, in una parata degli stili che hanno puntellato tutta la carriera, dal rock urlato (con sorprendente sezione parlata all’inizio) alla Back To The Egg di As You Lie There alle chitarre tipicamente RAM / McCartney di Lost Horizon (recuperata da un vecchio demo dimenticato), dalle licenze psichedeliche di Mountain Top (sperimentale alla Fireman nell’accelerazione finale) allo sfoggio di rimandi e trick beatlesiani (un po’ pedanti, a dire il vero, dal flauto dolce simil Fool On The Hill all’accordo di piano di A Day In The Life) di Never Know, fino al disco-rock amabilmente tamarro di Come Inside e le leggerezze 80s (diremmo, Flowers In The Dirt o Pipes Of Peace?) di Ripples In A Pond.
Niente che, in forme simili, non si sia già sentito nei lavori di questo millennio (New, Egypt Station, McCartney III), con in più lo stupore di un ottuagenario che sa ancora trovarsi innamorato fuori dalla finestra della sua ragazza (sì, lo stesso topos di From a Window e No Reply!), che sa prendersi poco sul serio tessendo le lodi di funghetti magici o concedendosi versi come “my mind is black and blue” (una cosa come “la mia mente ha i lividi”).
A bilanciare questo lato scanzonato (in una scaletta che, forse, avrebbe giovato di una sforbiciatina, senza diluire il vero concept – ma non è quello che dicono da sempre i critici del White Album e Pepper?), arrivano quelle canzoni che costituiscono il vero cuore del disco, quello più autorale e a fuoco, che ci regalano il McCartney migliore che avremmo mai potuto desiderare – uno dei migliori di sempre, forse.
Mai, nemmeno ai tempi di dischi già maturi come Flaming Pie o Chaos And Creation In The Backyard, Paul si era reso così vulnerabile e meditativo come in Days We Left Behind, folk in punta di tasti e voce (molto intelligente il modo in cui, performer e produttore, hanno saputo costruire intorno ai limiti fisiologici di uno strumento mutato dal tempo), che evoca volutamente il Johnny Cash delle American Recordings (e in cui si riconoscerebbe certamente un Jeff Tweedy), ricordando tra vecchie foto in bianco e nero un’amicizia antica e indissolubile, fatta di codici segreti (“secret code”, che somiglia molto al “secret chord” del re Davide di Leonard Cohen) e promesse inviolabili, mantenute fino ad oggi; un miracolo di leggerezza e poesia, sentimento puro in luogo di facile sentimentalismo – forse, il miglior tributo a Lennon immaginabile.
Così come quello di John arriva il momento di George in Down South, ricostruzione dei loro viaggi in autostop poco più che adolescenti (“before we learned to twist and shout”), in una take volutamente grezza per voce e chitarra che omaggia lo spirito delle prime incisioni rock’n’roll amate dai due amici, da Buddy Holly all’Elvis della Sun Records (e cosa non è quella figura di chitarra elettrica alla fine? Ben fatto, Watt); e poi, certo, anche quello di Ringo che in carne, ossa e tom-tom fa capolino nel singolo Home To Us (di fatto, l’unica vera e possibile reunion oggi, con buona pace di Now And Then), altro ricordo della Liverpool operaia del dopoguerra ricco di immagini vivide alla Penny Lane (la mamma che brucia i toast, le rose appassite), con i due che si dividono per la prima volta (!) il microfono in una scanzonata, allegra e beatlesiana quanto basta ballata uptempo, piena delle chitarre di Watt e dei coretti delle fan in visibilio Chrissie Hynde e Sharleen Spiteri. La galleria di ricordi non può non includere, infine, James e Mary: in Salesman Saint le figure dei genitori riprendono vita come nel racconto di un cantastorie, colte in una quotidiana eroicità durante gli anni della guerra, fatta di sacrifici, tè caldo e sigarette, tra una tromba spagnoleggiante e fiati swing, a evocare gli anni 40.
È poi senz’altro una piacevole sorpresa ritrovare l’approccio lo-fi e casalingo dei primi LP nell’ottima We Two, ballad scarna incisa sfruttando le limitazioni un registratore Studer a quattro piste (con tanto di suono del nastro che si riavvolge), nonché nella meravigliosa First Star Of The Night, che rinfresca la memoria a tutto il cantautorato indie folk degli ultimi decenni, ricordando magistralmente da dove (e da chi) viene tutto quel che sanno, in un picco di ispirazione da capogiro; così come una Life Can Be Hard che, senza alcuno sforzo, dischiude la quintessenza del suo autore svelando ancora una volta i segreti del pop barocco e del pastiche vaudeville, con visibilio di tutti gli epigoni di ieri e oggi (da Brian D’Addario all’indietro), fino al vertice assoluto di una Momma Gets By che, avvalendosi dell’orchestrazione di Giles Martin (in un chiaro rimando allo stile del padre George), fa rivivere quella magia in una ballata pianistica che non avrebbe bisogno di alcun commento. Se non questo:
Grazie, Paul.
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