Recensioni

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Ve la ricordate Ou Est Le Soleil? No? Beh, se siete dei veri Macca maniacs sapete certamente di cosa stiamo parlando: quattro minuti abbondanti di electro-rock-house (zampino di Trevor Horn ben in evidenza), con tanto di testo francese nonsense, infilati nel mezzo del comeback album di fine ’80, l’altrimenti classic-pop Flowers In The Dirt. Perché ci viene in mente proprio adesso che dobbiamo parlarvi del suo primo album ufficiale di remix, se non per amor di oddity? Vai a saperlo. Forse perché ci piace pensare che questo McCartney III Imagined – stiamo facendo uno sforzo titanico per ignorare le (involontarie?) suggestioni lennoniste che l’aggettivo evoca – sia figlio di quella idea primigenia di rimescolamento delle carte e dei suoni, quell’attitudine mai nascosta a flirtare con quel mondo lì (lo stesso da dove vengono McCartney II e il progetto Fireman, in un certo senso) unita a sano e curioso spirito collaborativo; e non, invece e con un po’ di cinico realismo, figlio di un preciso calcolo di brand marketing.

Cosa meglio di una riedizione piena di feat. (c’è chi remixa, c’è chi reinterpreta, c’è chi fa entrambe le cose insieme) con alcuni dei nomi più cool e decisamente alternativi (in senso para-mainstream, ma non sottilizziamo) per un disco che, al netto di genesi e contenuto – come abbiamo provato a spiegare in fase di recensione – è stato anche accompagnato da una gigantesca operazione di product placement, con un miliardo di edizioni limitate diverse, copertine di magazine e recensioni rutilanti al fine di ottenere il (giusto, ci mancherebbe) successo commerciale che ha ottenuto?

Ok, tolto il sassolino dall’acida scarpa del critico brontolone, possiamo dirvi senza ulteriori remore che sì, III Imagined è un’operazione inevitabilmente paracula ma che, beh, se non proprio i vostri soldi (a meno che non siate completisti e non abbiate un naturale rigetto verso prodotti del genere), qualche ascolto lo vale. Anzitutto perché centra quello che dovrebbe essere il suo reale obiettivo, ovvero confermare la bontà a prescindere delle canzoni del disco originale: sia che vengano radicalmente stravolte, sia che vengano grossomodo ricalcate dai giustamente timorosi interpreti/remixer, le composizioni nate in solitaria durante il lockdown dell’anno scorso continuano a girare piuttosto bene. E non è poco.

Le cose migliori sono sicuramente la Pretty Boys del tutto trasfigurata in chiave dub-psichedelica dai sempre ottimi Khruangbin e la rielaborazione ipercontemporanea di The Kiss of Venus da parte del talentuoso Dominic Fike (esploderà a breve nel mainstream, prevedibilmente), che sa calibrare cadenze soul-r’n’b con suggestioni sixties; stesso dicasi per il gustosissimo vestito cucito addosso da Anderson Paak per When Winter Comes, ricco di dettagli e finezze da acquolina in bocca.

In un paio di casi avviene anche l’inaspettato, cioè che si migliori l’originale: nelle mani di Blood Orange, un brano altrimenti ripetitivo e stucchevole come Deep Down diventa decisamente più dinamico, ricco e suggestivo; dal canto suo, EOB (Ed O’ Brien coadiuvato da Paul Epworth) accelera e tinge della sua weirdness sonico-chitarristica il rockaccio di Slìdin’, facendola diventare quasi una Myxomatosis suonata 4/4 e non dispari. Di converso, sono i nomi più noti quelli che lasciano meno soddisfatti: un veterano come Beck fa esattamente quello che ci si aspetta da lui con Find My Way, laddove St. Vincent, al netto del riconoscibilissimo singhiozzo sghembo della sua sei corde, pare flirtare un po’ troppo coi Portishead nella sua pur buona rivisitazione di Women And Wives (l’avesse anche ricantata, forse…).
A proposito di Bristol Sound: 3D/Robert Del Naja fa, com’è d’uopo, il suo producendo il remix più smaccatamente elettronico del lotto (Deep Deep Feeling), mentre un certo Damon Albarn prende lo strumentale d’apertura Long Tailed Winter Bird e lo infonde di dub-jazz. Alla fin fine, se si eccettuano i giri a vuoto di Josh Homme e Phoebe Bridgers (che mancano clamorosamente Lavatory Lil e Seize The Day, forse più per merito delle originali che per demeriti loro), questo III Imagined viene fuori meglio di quanto si possa pensare. Come se rispondesse a una precisa idea artistica di Paul. Un attimo… ou est le soleil?

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