Recensioni

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Ricapitoliamo. Un’infezione a una mano, una bronchite che l’ha costretto ad annullare un tour europeo, un ricovero per le complicazioni legate a un’influenza, una caduta che gli ha imposto di cancellare un giro di concerti stavolta americano, la rivelazione di essere affetto dal Parkinson e, tanto per non farsi mancare nulla, un’infezione da Covid-19 seguita da un altro intervento chirurgico andato a buon fine. E questo solo negli ultimi quattro anni. In mezzo a tale stillicidio, un album, Ordinary Man, pubblicato nel 2020, e adesso un altro lavoro, Patient Number 9, che ovviamente – date le recenti disavventure cliniche – non poteva non evocare nel titolo l’immaginario nosocomiale.

Ozzy Osbourne non si annoia di certo e per la sua tredicesima fatica in studio, un lavoro verrebbe quasi da dire concepito da un letto d’ospedale, ha ricevuto le visite di un sacco di amici. Il primo a portargli i cioccolatini è stato Jeff Beck, ospite nel singolo di lancio, la title-track, con quel bonbon che è l’assolo chitarristico a impreziosire un hard rock gotico accompagnato dal video orrorifico diretto da Todd McFarlane (creatore e disegnatore di Spawn). E un altro gianduiotto il chitarrista inglese gliel’ha offerto in A Thousand Shades, sesta traccia in scaletta e probabilmente la più british del lotto. Ma gli altri amici mica sono stati a guardare. I friends di Ozzy sono un po’ come quelli di Pavarotti e non è certo gente che si presenta a mani vuote. A partire dal suo vecchio sodale nei Black Sabbath, Tony Iommi, che gli ha portato i fiori, dei gigli della pace a mettere il fiocco sulla rinnovata comunanza dopo le incomprensioni di qualche anno fa (prima volta del chitarrista in un disco solista di Osbourne): suo il contributo nella lugubre ballata Escape From Now e in Degradation Rules.

Mike McCready invece gli ha portato un tablet per potersi guardare qualche serie tv, visto che Immortal, il brano a cui partecipa il chitarrista dei Pearl Jam, suona come l’ideale colonna sonora di una puntata di Cobra Kai magari remixata dai Limp Bizkit. Sì, tutto l’album è una sorta di aggiornamento fine 90s (nu-metal, cyber rock, ecc.) della produzione osbourne-iana degli anni ’80. Ricorrono tutti gli stereotipi del caso, un musicista che fa dischi dopo che la sua fama televisiva e in sostanza il personaggio (per non dire la caricatura) si sono presi tutta la scena in modo che l’ascoltatore non possa più scindere. In Italia abbiamo creature televisive croniche come Morgan o Berlusconi, maledetti e risucchiati da quella stessa tv che gli ha promesso vita e fama eterne (Immortal appunto). Pertanto tutto ciò che fa il personaggio è la rappresentazione del personaggio stesso che opera sul suo passato di qualità. La caricatura del 74enne Ozzy, nella fattispecie, è quel nonno bambino che non si odia, si compatisce un po’ ma a cui in fin dei conti si vuole bene. E si va a trovare all’ospedale.

L’ha fatto pure Eric Clapton, che gli ha portato i biscotti: un bel frollino è del resto il suo assolo di sei-corde che scatta al minuto 2:31 di One Of Those Days. C’è poi chi il Nostro lo è andato a trovare quasi tutti i giorni – portandogli oggi un succo di frutta, domani le sigarette (le arance no, quelle si portano in carcere) – come il chitarrista Zakk Wylde, che compare in alcuni tra gli episodi migliori come Mr. Darkness, forastica ballad, Nothing Feels Right, dai toni grunge, Evil Shuffle, rock duro old school, e Parasite, che ricorda i Foo Fighters ma non manca di intarsi chitarristici hard&heavy. Che poi un po’ di FF ci sono davvero nel disco, dal momento che nella carrellata di visitatori è presente pure il compianto Taylor Hawkins, ex sodale di Dave Grohl nella formazione americana. Ma la stanza di Ozzy è stata un andirivieni per tutta la durata del ricovero, e meno male che gli avevano riservato una singola altrimenti i pazienti dei letti accanto non avrebbero chiuso occhio. Anche perché Dave Navarro, Duff McKagan dei Guns N’Roses, Chris Chaney dei Jane’s Addiction, Robert Trujillo dei Metallica, Chad Smith dei Red Hot Chili Peppers e Josh Homme è tutta gente che fa rumore.

Ad assistere Ozzy per l’intera degenz… ehm… lavorazione del disco è stato invece il produttore Andrew Watt, lo stesso di Ordinary Man, uno di quelli che di solito scrivono anche i pezzi invece di cesellarli e basta. E qui la domanda sorge spontanea: chi ha scritto Patient Number 9? Come co-writer sono accreditati a vario titolo pure Trujllo, Smith, la cantautrice Ali Tamposi, McKagan, Hawkins, Iommi, Chaney e addirittura Ryan Tedder (U2, Ariana Grande, Ed Sheeran): un bel miscuglio dove non si capisce benissimo chi ha fatto cosa.

Sarebbe comunque ingiusto sostenere che mentre gli altri se la suonavano e cantavano, Ozzy stesse più di là che di qua. Respect, innanzitutto. Anche perché esistono modi peggiori di passare la convalescenza.

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