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8.2

Ci sono sostanzialmente due modi di porsi davanti a quel Malleus Malleficarum dell’heavy rock che è l’esordio dei Black Sabbath. Il primo è quello di prendere sul serio – o far finta di prendere sul serio – tutto l’apparato mitologico che gli è stato costruito intorno e che si è sedimentato in questi cinquant’anni, quel florilegio di aneddoti horror frutto in gran parte di casualità o di argute intuizioni di discografici e uffici stampa dell’epoca: dalla data di pubblicazione (un venerdì 13) a Geezer Butler che si sveglia con un fantasma davanti al letto (“what is this that stand before me?”…paura, eh?), dall’intervallo di tritono (il famigerato “diabolus in musica” che faceva cagare sotto quei teenybopper della Chiesa nel Medio Evo) nei riff di Tony Iommi alla foto di copertina (quella sì ancora inquietante dopo mezzo secolo) con la sconosciuta modella che posa tipo madonna nera pre-raffaelita davanti al mulino di Mapledurham nell’Oxfodshire.

Il secondo modo, invece, è godersi semplicemente un disco rock’n’roll di importanza capitale per le evoluzioni future del genere, tanto basico quanto straordinariamente (e sotto molti aspetti involontariamente) innovativo, facendosi contemporaneamente quattro risate con certi particolari che sembrano presi di peso dalla futura sceneggiatura di Spinal Tap. Il mio preferito: qualcuno che si è preso la briga di contarle ha notato come mettendo assieme tutte le parole dei testi delle canzoni solo cinque di esse siano formate da più di due sillabe. Mi piace pensare che sia perché chi le ha scritte (Butler) temesse che fossero state più lunghe Ozzy Osbourne avrebbe avuto difficoltà a capirle. In ogni caso, un dato che in sé racchiude la natura primitiva – giustamente, direi quasi genialmente primitiva – della ricetta sabbathiana. In fondo non stiamo parlando di una sezione distaccata nelle Midlands della Chiesa di Satana, ma di quattro cazzoni che fino all’anno prima suonavano rock-blues nei peggio pub di Birmingham e dintorni facendosi chiamare Polka Tulk Blues Band.

Tra i vari “what if?” nella storia dei Black Sabbath c’è anche il dubbio su come sarebbero stati vissuti dai contemporanei e dai posteri se avessero continuato con quel nome, genuinamente orrorifico, anche se per le ragioni sbagliate. Un altro è come sarebbe stata la storia del rock inglese se Iommi avesse deciso di restare nei Jethro Tull, con i quali ebbe una breve relazione extra-coniugale alla fine del ’68 (lo si può vedere nello spezzone del Rock’n’Roll Circus dei Rolling Stones, con l’espressione comprensibilmente perplessa di chi si chiede “ma che ci sto a fare qui?”). Chi lo sa. Forse Ozzy avrebbe finito i suoi giorni in galera e ogni canzone metal che si rispetti conterrebbe un assolo di piffero. Non importa, alla fine tutto è andato per il meglio e i Black Sabbath sono diventati la band per eccellenza alla quale appiccicare quell’immondo aggettivo usato solo dai critici musicali che è “seminale”. C’è un po’ (tanto) di Black Sabbath in chiunque abbia suonato rock peso negli ultimi cinquant’anni: dai Black Flag ai Cathedral, dai Soundgarden ai Melvins, dai Tool ai Kyuss, dai Big Black ai Sunn O))) passando per i St. Vitus (ehi, chi se li ricorda i St. Vitus?) e per quel mezzo milione di band metal, doom, grunge, stoner ecc. Ma mica solo lì. Concettualmente, se non proprio musicalmente, i Sabbath io ce li sento anche nei primi Beastie Boys o persino in certa techno e nell’hardcore (che in fondo è Paranoid con il fast-forward).

Insomma, l’eredità dei Black Sabbath sta in un’idea. Una sola idea, in effetti. Un po’ come i Ramones, ma all’altro estremo dello spettro sonico. L’archetipo della dumb music, che tuttavia non significa affatto musica stupida. C’è invece una intuizione intelligentissima alla base. Non che non ci fossero stati, in contemporanea o poco prima dei Sabbath, altri esempi simili. I Blue Cheer, per esempio. O meglio ancora gli Stooges dei primi due dischi. Ma nel caso della band di San Francisco c’era ancora una certa rigidità blues, mentre per Iggy e amici il minimalismo era figlio di una consapevole e intellettualistica vocazione all’avanguardia. Per i Sabbath, invece, la formula si riduceva a: rallentare, appesantire, trovare un riff, buttare tutto dentro un pentolone da horror movie stile Hammer e condire con quattro cazzate sataniste da fumetto. Che è un mix perfetto ancora oggi, ma soprattutto lo era in quel preciso contesto storico. Nel 1970 i teenager non avevano più voglia di aprirsi la testa con le fughe lisergiche, ma semmai di farlo sbattendola contro un muro. Cosa poteva esserci di meglio, in questo senso, di quattro disgraziati come Ozzy, Tony, Geezer e Bill?

Poche altre band nella storia del rock incarnano in modo più esemplare il concetto pubblicitario di “Unique Selling Proposition”. L’unica ragione di vendita che ti distingue dal resto della concorrenza. La USP dei Black Sabbath è stata imitata fino alla nausea, lo sappiamo, ma il fatto è che loro ci sono arrivati prima. Proprio come una specie di payoff, quella ragion d’essere commerciale e stilistica sta tutta nel primo minuto della prima canzone omonima del loro primo disco omonimo. Vento, scrosci di pioggia, rintocchi di campane da funerale nel villaggio dei dannati e infine – o all’inizio, le due cose nel caso dei Sabbath coincidono – il riff più heavy e malvagio che si fosse mai sentito fino a quel momento. Perfetto. La più efficace strategia “shock and awe” mai applicata al rock’n’roll. Ma c’è anche un altro aspetto, forse il più interessante e storicamente rilevante, ed è il rapporto irrisolto e contraddittorio con il blues. Che, ricordiamolo en passant, era la vera musica del demonio. Nonché quella sulla quale, come il 90% dei loro contemporanei inglesi, i Sabbath si erano formati. Mai, prima di questo disco, erano state asportate così chirurgicamente dal blues le sue radici nere. In questi solchi si consumava il vero parricidio che nessuno – nemmeno i Led Zeppelin – aveva fin lì avuto il coraggio di compiere. Come un re morente da favola nordica, il blues viene omaggiato e contemporaneamente pugnalato nel suo letto, aprendo una nuova era oscura. C’è un momento in cui questo passaggio viene sancito in modo azzeccatissimo, per certi versi persino maestoso, uno dei frame più memorabili di questo immortale film de paura: quando in Sleeping Village, dopo un minuto di intro a base di acustica, scacciapensieri e moanin’ di Ozzy arriva il solito accordo di Iommi e tutto si elettrifica, diventa più elastico e…ebbene sì, metallico.

Anche per questo paiono oggi davvero fuori fuoco le critiche che Lester Bangs riservò ai Sabbath nella recensione di questo esordio, nella quale li trattò come una specie di cosplayer sfigati dei Cream. Certo, il riff di N.I.B. è quello di Sunshine of Your Love, ed è altrettanto ovvio quanto le doti strumentali delle due band non fossero minimamente paragonabili. Ma è proprio il negative approach (in tutti i sensi) dei Black Sabbath a portare il gioco su un altro livello. Tutto il resto – croci rovesciate, pentacoli, natività in nero, Luciferi di provincia e pipistrelli a colazione – è puro corollario kitsch, sfondo da grand guignol che man mano prenderà il sopravvento (e non solo per quanto riguarda i Black Sabbath). Ciò che conta sta esclusivamente in quell’unica, fondamentale intuizione, quella sì davvero luciferina. E dopo quel venerdì 13, niente sarebbe stato più lo stesso per il rock pesante.

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