Recensioni

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In principio furono i Black Sabbath, l’onda sonica in salsa hard dalle vibrazioni al contempo virulente e truculente. Poi, fu Ozzy: che piano piano, si auto-estromise dalla band di Iommi e Co. e iniziò la sua avventura solista. A testimonianza di questa esperienza en solitaire rimangono tanti (anzi, troppi) dischi che “ricicciano” le intuizioni psycho (nel senso del film di Hitchcock) hard della band madre; tipo Diary Of A Madman, del 1981, in combutta col compianto (r.i.p.) ex Quiet Riot Randy Rhodes, che probabilmente rimane il suo capolavoro. Lì, in quella manciata di canzoni a loro modo perfette, e nei dintorni dei dischi immediatamente precedenti e successivi, Ozzy-il-fuori-di-testa ha dato il meglio in fatto di grinta, spinta e, perché no, innovazione del verbo classic metal.

Oggi Ozzy è un signore ricco sfondato che fa la vita dei ricchi sfondati ed è ammalato di una forma lieve della malattia di Parkinson (ma a vederlo durante una qualsiasi delle session di metà Seventies con i Sabbath, strafatto come una cucuzza, uno avrebbe detto che malato di quel perfido male lo era già da tempo…), ma che comunque si diletta ancora col rock duro e melodico che è il suo marchio di fabbrica. Ordinary Man è il suo dodicesimo studio album e devo dire che, anche se temevo il peggio, è un disco a suo modo più che dignitoso. Per dire: Straight To Hell, il pezzo che apre il cd, è puro distillato, senza troppi fronzoli, di quel sound post-sabbathiano venato di kitsch’n’glam che ha fatto la fortuna del Nostro proprio agli albori della sua carriera. È vero, qualche pezzo riempitivo c’è; tipo quello che titola il disco, una ballad melensa che non a caso vede il featuring di Mr. Melassa Elton John.

In quanto ad ospiti invece, ce n’è in abbondanza; a cominciare da Chad Smith dei Red Hot Chili Peppers e poi Slash e Duff McKagan dei Guns N’ Roses, fino al rapper Travis Scott e Tom Morello. E se ve lo state chiedendo, la risposta è sì: il disco contiene anche il suo bel classico vampiresco/catacombale, che a questo giro si intitola Under The Graveyard e fa il suo sporco lavoro in combutta con gli stilemi dell’immaginario da b movie tipico di Ozzy. Del resto dei pezzi, che dire? Funzionano – tipo Eat Me, rocciosa, con un tiro esecutivo impeccabile; o Scary Little Green Men, perfetta nella colonna sonora di uno qualsiasi dei film sella serie Scream.

Ecco, se proprio in difetto vogliamo trovarlo, in questo disco, ammesso che poi sia tale, è che tenta sempre e comunque l’acchiappo di un pubblico di giovanissimi pronti ad aprirsi alle delizie hard caciarone di Ozzy. Ma, lo abbiamo detto, questo potrebbe essere anche il pregio di Ordinary Man, che suona fresco e in tutto e per tutto “classico”, all’interno della discografia di Ozzy, a cui vanno e andranno da sempre e per sempre perdonati gli eccessi grand guignol, sebbene mitigati da quella sua passionaccia “beatlesiana” per la melodia catchy (si ascolti qui Holy For Tonight, a metà fra Fab Four e Rocky Horror Picture Show).

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