Recensioni

La copertina. In modo poco convenzionale rispetto al genere, una delle più belle; il biglietto da visita che negli anni ’70, per il prog-rock, non era solo nome, cognome e azienda, ma una tessera del puzzle che si sarebbe completato all’ultimo solco dell’album. Gli Osanna come immagine di presentazione del loro terzo lavoro adottano un trompe l’oeil elementare e ipnotico sullo sfondo dello stralcio di una città arcaica. Che sia Palepoli lo svela Vincenzo Bonassisi, nelle note riportate sulla busta che contiene il vinile del 1973: «Gli Osanna dicono (…) andiamo a cercare Palepoli, che vuol dire città antica; andiamo a cercare quello che esiste nel profondo, i valori ancestrali, eterni, per salvarci dalla corrosione, dalla alienazione, dalla distruzione che portiamo avanti con le nostre mani (…), in questa civiltà dei consumi, schiavi del mito del progresso e del benessere». Cinquant’anni fa come oggi. Non è cambiato nulla. E se qualcosa lo ha fatto, è stato in peggio.
Ma limitiamoci alla musica: gli Osanna di Palepoli sono al centro del movimento progressive italiano nel suo momento migliore, una delle band più note del periodo; oggi una figura analoga non c’è, un musicista tricolore che porti avanti un messaggio di questa portata per un long playing (o suo equivalente) intero, per un intero concerto, così determinato e anti-establishment, anti-piramide organizzata per il sistemico pre-lavaggio, lavaggio e centrifuga di menti e coscienze, non c’è.
Gli Osanna sono i Città Frontale, che sul finire del 1970 integrano il fiatista Elio D’Anna transfuga dagli Showmen di James Senese, che va a sostituire Gianni Leone a sua volta indirizzato verso il Balletto di Bronzo. Convenzionali manovre da campagna acquisti e cessioni dei musicisti. La formazione si consolida dunque attorno a Lino Vairetti (voce e tastiere), Danilo Rustici (chitarre), Massimo Guarino (batteria), Lello Brandi (basso) ed Elio D’Anna (sax e flauto). Poi il percorso a ostacoli affrontato da tutti i musicisti dell’epoca intenzionati a fare sul serio: gavetta di concerti per quattro spiccioli in ogni dove; la falsa partenza con un produttore “don abbondio” napoletano che li fa registrare ma non trova il coraggio per stampare il disco; finalmente i primi riscontri: dopo l’investitura di vincitori (con Premiata Forneria Marconi e Mia Martini) del I° Festival d’Avanguardia e nuove tendenze di Viareggio che si svolge dal 27 maggio al 2 giugno 1971, il conseguente contratto con la Fonit Cetra (Wikipedia parla di premio messo in palio; gli Osanna non ne fanno accenno, anzi narrano di più offerte ricevute) che porterà alla realizzazione dell’esordio, L’uomo (1971), e del successivo preludio tema variazione canzona (1972) – sulla copertina dell’album originale tutto minuscolo – colonna sonora del film Milano calibro 9 scritta e registrata insieme a Luis Bacalov, il compositore argentino che aveva portato al successo i New Trolls con Concerto grosso per i New Trolls (1971).
Se L’uomo è un’auto che sgomma a ogni curva, vincendo il Premio della Critica Discografica Italiana, e Preludio tema variazione canzona come impegno parziale viaggia a velocità da crociera, Palepoli è una corsa con l’acceleratore schiacciato a tavoletta lungo l’intero percorso. Che lascia senza fiato, come il soggetto delle speculazioni di Animale senza respiro, che occupa tutti solchi del lato B. Un incidere bellicoso sin dalle prime battute, il sax garrulo di Elio D’Anna ad aprire tormentoso e tortuoso, i rimandi più netti sono ai Van der Graaf Generator. Dei Genesis, con i quali gli Osanna hanno condiviso il palco, teoricamente più inclini a una presunta mediterraneità melodiosa, nessuna traccia. A proposito, con la band partenopea solita esibirsi in maschera e tuniche secondo tradizione del teatro greco, circola voce che a Peter Gabriel sia balenata l’idea di mettere in atto tutto il suo armamentario scenico proprio in occasione della prossimità con Vairetti e compagni. Ci può stare. In quel mondo dove c’è chi è pronto a giurare di vedere ancora Elvis Presley e Jim Morrison godersi i guadagni su spiagge tropicali, ci può stare.
«Animale senza più respiro / Massa informe di materia umana / Vaghi in un delirio che non ha più fine dentro di te / Paghi con la vita le rovine che hai segnato sull’umanità». Figure sincopate, ritmi psicotici, parole che annunciano gli ultimi rantoli di un modello (di civiltà) adorato, finto e fallimentare, come il Vitello d’oro di biblica tradizione, inchiodano una suite che trasuda sofferenza tematica e tensione sonora. Il progressive rock in Italia non ha mai avuto sguardo critico più impietoso, pur adoperando un linguaggio tra mito e folclore: se gli Area sparano a zero sulle distorsioni sociali del presente con orgogliosa appartenenza politica, gli Osanna guardano al passato attraversando l’oggi per spingersi alla ricerca di una Palepoli che può essere antica nel futuro, sotto un colore che non è di partito ma dell’umanità in toto.
Sul lato A un altro lungo brano di oltre 18 minuti di paritario spessore. Oro caldo nasce all’insegna della Napoli (Neapolis, la città nuova, in contrasto a Palepoli) agiografica: tarantella (sulla scia di una È festa che renderà famosa la PFM all’estero, ma qui filologicamente più corretta) e una strofa cantata in dialetto napoletano. Il resto, su una solida base personale, è progressive rock sull’esempio dei grandi nomi inglesi, che non disdegnano volgere lo sguardo al lato oscuro (oltre i già citati VdGG, un nome su tutti: i King Crimson, per effetto di un ricamo di chitarra à la Fripp da 4’00 a 4’20” circa, per flauto, sax e mellotron, per certi spigolosi assalti sonori schizoidi).
I testi non sono meno critici e sovversivi di quelli di Animale senza respiro: «Profondi solchi di trincee come le rughe di chi ha pianto mai / C’è nebbia nella mente mia». E ancora: «È una folla che mi grida: fame! / La sua giostra è chiusa in una farsa / Gente piena di segreti umani / Vecchie menti stanche di sperare». Inaspettato, un barlume di fiducia (ideologicamente socialista) fa capolino: «Organizziamoci tra noi, casa, lavoro, avremo e poi…». Poi l’innesco di un auspicio, di un desiderio: «Voglio vivere in un mondo vero / dove c’è l’amore nelle case», distrutti dal cameo orrifico di Stanza città, che chiude la facciata, poco meno di due minuti di nenia endemica partenopea, dall’andamento del corteo funebre, sotto la quale scorre sotterraneo un nastro mandato al contrario, chiuso dall’urlo improvviso di un dannato che si staglia su ogni cosa. Cancellando ogni aspettativa.
Alla pubblicazione di Palepoli seguirà un tour nei teatri con uno show con i risvolti del musical, con tanto di regista, attori e ballerini. Ma nonostante la buona accoglienza, sia critica sia di pubblico, la band non riuscirà a mantenersi coesa e dopo Landscape Of Life del 1974 si sfalderà in mille rivoli (Città Frontale, Uno, Nova…).
Opera unica, compiuta con voce altrettanto peculiare, Palepoli allestisce la scenografia della catastrofe umana ingabbiata in uno zoo urbano. Dagli anni ’60 dell’utopia, della “immaginazione al potere”, del “cambieremo il mondo”, agli anni ’70 della constatazione che il sogno era fallito e della denuncia del fallimento. I temi importanti, certifica il terzo disco degli Osanna, si possono cercare e trovare non solo sui dischi dei cantori/cantautori del periodo omaggiati dai più, i cosiddetti messaggeri dell’impegno in note, ma anche tra le pieghe del progressive rock, dove la musica degli esempi più fulgidi è capace di conferire ulteriore consonanza a parole adeguate.
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