Uno nel tutto, foto per la stampa (2021)

Uno nel Tutto è la nuova incarnazione della storica prog band. L’intervista ai protagonisti

Abbiamo raggiunto via zoom Stefano Pilia e Enzo “Vince Vallicelli”, due dei quattro componenti di UNO nel Tutto, reincarnazione della storica formazione italiana nata dalle ceneri dei napoletani Osanna, un gruppo che durò giusto il tempo di incidere un album e fare una ventina di date nei teatri e che, in seguito, è diventato un vero e proprio culto per gli appassionati di prog, i collezionisti di vinile e semplicemente gli amanti di buona musica.

Originariamente, gli Uno erano Elio D’Anna, Danilo Rustici e appunto Vallicelli. Quest’ultimo era subentrato a Tony Esposito dopo una profetica chiamata dello stesso Rustici, di cui vi diremo nell’intervista. Proprio al compianto chitarrista e compositore, scomparso lo scorso febbraio, è dedicato il nuovo progetto che vede in formazione anche un altro membro degli Afterhours, Roberto dell’Era, e un pilastro dei Calibro 35 che di prog se ne intende parecchio, Enrico Gabrielli. Per Vallicelli riportare in vita gli Uno risponde a una seconda, oracolare, chiamata, ma fede e destino c’entrano il giusto. A esaltare lo storico batterista è soprattutto il legame, umano ancor prima che musicale, che si è creato con i ragazzi della band.

Prova provata di questa connessione l’abbiamo avuta parlando con due dei diretti interessati, con i quali avremmo potuto continuare a parlare per ore di musica, di vita e di storie che finiscono e ricominciano con rinnovata energia, perché, come dice Vallicelli, “tutto si fa al presente, noi quattro, uno nel tutto”. Rifare pedissequamente i vecchi Uno non avrebbe avuto senso, suonarli con la sensibilità e le esperienza finora accumulate questo sì. Anche perché parliamo di un progetto vivo e attivo, non certo di una cover band.

UNO nel Tutto, ve lo diranno i diretti interessati, hanno dedicato parecchio tempo a provare in studio i brani dello storico album, che al Ravenna Festival, il 24 luglio, verranno riproposti, ma anche a comporre nuova musica, con in particolare due brani papabili per l’esecuzione dal vivo, un passaggio importante che farà comprendere alla band i loro futuri sviluppi. All’orizzonte c’è un album, ma torniamo a noi, anzi a loro…

Inizierei la chiacchierata parlando della nuova incarnazione degli UNO…

Vallicelli: questa cosa è nata lo scorso anno. Il 1 agosto mi trovavo in un agriturismo in Pian di Stantino. Il giorno prima avevamo fatto il concerto con i Lockdown Blues, formazione che oltre a me comprende Antonio Gramentieri (Don Antonio) alla chitarra, Roberto Villa al basso e Nicola Peruch alle tastiere. Lì incontrammo Giovanni Versari e Enrico Croci siamo entrati in argomento. Loro tirano in ballo la storia degli Uno, del fatto che ci suonavo la batteria e mi fanno: «Perché non rimetti in piedi la band?». Era da anni che ci stavo pensando ma mi ero sempre scontrato con le difficoltà di trovare oltre che una produzione, dei musicisti capaci. Musicisti che, e Stefano te lo può confermare, non sono musicisti qualunque. Quel tipo di suono mica lo possono fare tutti.

Quella degli Uno è musica molto difficile da riproporre. Il trio originario faceva uso di apparecchiature specifiche ai Trident Studio, prendi anche solo quelle pedaliere che ne rendevano peculiare il sound. Poi sai, senza basso… era un sound complesso e pertanto molto difficile da riprodurre e riproporre.

Visto che siamo in argomento, mi racconti di più sulla strumentazione live del trio …e tutte le diavolerie che avete usato?

Vallicelli: Beh c’ero io alla batteria ma avevo anche un piccolo vibrafono che poi faceva sei note in tutto il set, niente di che. Comunque avevo due casse, una Roger e una Ludwig assemblate. Danilo Rustici (il caro Danilo che se n’è andato…) aveva invece una chitarra a due manici, sotto acustica e sopra elettrica. Poi una 12 e una Fender Stratocaster e stava su uno sgabello, ai suoi piedi la pedaliera della Echo, sai, quel tipo quelle pedaliere che suonano gli organisti hammond, e questa, a sua volta, era filtrata con echi Binson a nastro. Ne usciva un suono particolarissimo, fai conto una sorta di mellotron d’archi… Poi c’era Elio D’anna che aveva tutta una serie di fiati: il flauto, il sax tenore, contralto e baritono. Anche lui era seduto su uno sgabello e aveva la sua pedaliera. Però, particolarità, di un’ottava sotto.

Io suonavo in una cupola geodetica, ma non chiusa. Fai finta di vederla tagliata a metà. E quindi la batteria, con i fari che sparavano da dietro, aveva questo suono particolare, mentre gli altri due suonavano dentro delle piramidi bianche di stoffa. Questo era l’assetto live, a tre, in un epoca in cui si prestava molta attenzione alla scenografia, con i Pink Floyd a aver guidato un po’ questa tendenza. Negli ultimi concerti a noi s’aggiunse anche Corrado Rustici alla chitarra. Corrado era il fratello di Danilo e aveva tenuto tantissimo a suonare con noi. Fai conto che sono stati due intensi mesi di tour nei teatri. E come puoi aver compreso non era facile riprodurre quel sound dal vivo.

Leggevo che il tour fu criticato…

Fu criticato è vero, ma le date erano sempre piene e il pubblico ha sempre dato segnali di apprezzamento. Non era piaciuto alla critica il fatto che avessimo utilizzato una serie macchine, effetti e espedienti da studio che dal vivo era complicato trasporre. Volevano che suonassimo più live, à la Van Der Graaf Generator per capirci.

Tutto questo ti è successo da giovanissimo, venivi dagli Hellza Poppin ma qui parliamo di robe in grande, tutte in una botta…

Vallicelli: per me è stata un’esperienza totale …beh puoi immaginare, avevo 20 anni all’epoca, sono arrivato ai Trient Studio per registrare l’album degli Uno e ad accogliermi ho trovato Dennis McKay …in camice bianco. L’ingegnere del suono in camice bianco, nello studio in cui gravitavano i Genesis e i Pink Floyd… Assieme a lui c’era N.J.Sedwick, un paroliere che aveva prestato servizio proprio per la band di Roger Waters e co., e che ci diede una mano con i testi in inglese.

Torniamo al presente, così coinvolgiamo Stefano Pilia, come vi siete conosciuti e cosa trovi di speciale negli Uno?

Pilia: ho conosciuto Vince il giorno in cui ha suonato a Bologna al Parco della Montagnola, a Frida nel Parco. Suonava con il Lockdown Blues quel giorno e dopo il concerto abbiamo subito legato. Se ti capiterà di conoscere Vince dal vivo capirai ciò che a me è piaciuto subito di lui. È una persona con una grandissima energia, che ti accoglie come un leone. Da lì abbiamo avuto l’occasione di far un’esperienza assieme per Strade Blu. Si è trattato di un bellissimo giorno trascorso assieme a registrare un paio di brani eseguiti poi dal vivo assieme a altri musicisti con i quali Vince suonava. Ecco quel giorno si è parlato di Uno Nel Tutto e io son stato immediatamente entusiasta della proposta pur che non avevo ancora idea di cosa avesse inciso la band all’epoca. Quando ho recuperato l’ascolto di Uno, sono rimasto sorpreso. Quel disco, né allora né oggi, non assomiglia a nient’altro. Certo viene catalogato come prog, ma è molto lontano dalle sonorità tipicamente progghettare. Ha un’impronta sulla canzone molto forte e questo lo avvicina maggiormente a realtà come i Pink Floyd. Poi ci sono le peculiarità, le pedaliere di cui diceva Vince, la mancanza del basso. Questi incroci tra rock e ambient. Tutti aspetti che ripresentavano nuovamente la difficoltà di riproporlo dal vivo. Vince, dal canto suo non ha perso un colpo, anzi, per me suona meglio ora di allora.

…e con gli altri come è nata la connessione?

Pilia: conoscendo bene Enrico Gabrielli, che era poi stato suggerito da Giovanni Versari, abbiamo pensato subito a lui per una serie di ovvie ragioni: suona i fiati, è un ottimo organista e, non ultimo, è un grandissimo fan degli Osanna e, in generale, di quel periodo storico della musica italiana. Inoltre, non potendo lavorare coi bass fader, c’era la necessità di lavorare con delle frequenze basse e quindi abbiamo coinvolto Roberto dell’Era perché appunto gli Uno di oggi sono una cosa differente da quelli di ieri.

Vallicelli: gli Uno di oggi non sono né una cover né una tribute band. È una nuova veste alla cui base c’è una grande connessione sul piano umano, ancor prima di quello musicale. Uno nel tutto vuol dire “noi quattro tutto nell’uno”, te la giro così. Tu pensa che quando son tornato dalle prime session che abbiamo fatto a Milano ero stravolto. Mi son sentito davvero fortunato ad aver incontrato questi ragazzi. Enrico che mi dice che quello degli Uno è il suo suono, che il musicista che è lui ora viene da quella matrice.

C’è questa grande connessione che si è creata tra tutti noi e non hai idea della gioia che ho provato: quello che abbiamo conquistato in quelle session è un nostro sound. Potremmo anche chiamarci Pinkus, per dirti, ma questa cosa nessuno ce la toglie, è nostra. Non puoi rifare Uno, anche se io ne ho fatto parte. Noi qui oggi però possiamo fare un’altra storia, ovvero un album.

Una nuova veste che comunque riproporrà i brani di allora…

Vallicelli: certo, anche solo per omaggiare quelle canzoni, che sono così belle e Danilo. Ma suoneremo anche qualcosa di nuovo. Sull’onda delle registrazioni di Milano sono andato mesi dopo alla Sky Record di Forlì a registrare 7 o 8 brani. Li ho fatti sentire a Stefano e lui mi ha proposto di lavorare su uno di questi. Si tratta di un pezzo che scrissi nel 1975 per il quale Roberto ha scritto poi il testo. Si tratta del primo inedito che faremo sentire dal vivo, un pezzo che è proprio in linea con il sound Uno.

Pilia: abbiamo delle registrazioni del nuovo materiale a cui abbiamo lavorato che tuttavia non rispecchiano il sound che abbiamo conquistato come live band. Manca un po’ di superficie nei suoni. Avremmo voluto disporre di più tempo per scrivere e lavorare alle nuove composizioni ma un po’ gli impegni di ognuno, un po’ le restrizioni dovute alla pandemia, un po’ i tempi tecnici, tutte queste cose ci hanno impedito di far le cose come volevamo. Abbiamo dovuto centellinare il tempo a nostra disposizione e lo abbiamo dedicato per ora a trovare un nostro sound, mettere in piedi il disco, trovare una drammaturgia e un discorso narrativo nel concerto. Al resto penseremo nei prossimi mesi.

Con l’album a durare una quarantina di minuti e lo spazio da dedicare all’inedito parliamo di un concerto di un’oretta circa?

Vallicelli: gli inediti saranno due mentre il concerto vorremo portarlo tranquillamente a un’ora e venti, un’ora e mezza. Poi non dimentichiamoci che ci sarà Sara Zaccarelli che ha una voce strepitosa e farà un’entrata in Goodbye Friend ma non solo il quel brano…

Pilia: ci saranno degli innesti all’interno del percorso del disco che abbiamo aggiunto. Inoltre abbiamo già stabilito degli spazi dove ci sarà concesso improvvisare. E sempre a proposito di cantanti, non dimentichiamoci del motivo per il quale abbiamo Roberto dell’Era nel gruppo. Roberto oltre a essere un bravo bassista è anche un ottimo cantante che ben si è prestato per le parti canore dell’album. Poi ci sono alcune sorprese che non se Vince vuole svelarti…

Vallicelli: su Dell’era devo aggiungere che è un cantante straordinario. Un canterburiano puro. Uno un po’ à la Greg Lake. Una di quelle voci che non trovi più, la voce esatta per gli Uno. Mentre per quanto riguarda le novità, lavorando nell’ambito della musicoterapia, ho pensato di iniziare il concerto suonando questo timpano dell’800, che ho fatto restaurare di recente e ha un suono davvero stupendo, e questi tronchi, con una storia particolare. C’è Mauro Corona che sostiene che se li raccogli nel bosco dall’1 al 3 marzo questi “cantano”. La verità è che hanno un suono “maggiore” rispetto agli altri giorni dell’anno per via della linfa diversa che li rende più “sonori”. Per farla breve, ho portato questi tronchi da un artista di Forlì che mi ha costruito uno strumento, una specie di appendi vibrafono. Questi tronchi sono appesi in aria, li suonerò assieme al timpano in uno spettacolo pre-concerto.

“Pazzesco! C’è un batterista in sala” è un libro che hai scritto assieme a Chiara Sambi nel 2014 e il titolo ovviamente non è casuale…

Già gli incontri. Nella vita quel che conta alla fine sono le cose che possono cambiarti la vita e senz’altro la mia è cambiata quel giorno in cui Danilo Rustici ha fatto quella domanda. Io venivo da un gruppo che si chiamava Helza Poppin e ero a suonare a Rimini all’Oriental Club. Allora c’era il mensile, si stava un mese intero nei locali. Ogni sera si iniziava alle 9 e a mezzanotte e mezza finiva. Erano altri tempi. In quel periodo, un po’ come tutta Italia, si andava all’Altromondo e quella sera si teneva l’ultimo concerto degli Osanna che quella stessa notte presentavano il progetto Uno.

Finito il set degli Osanna la band, riconfigurata a trio, attacca con le cose nuove e dopo neanche dieci minuti Tony Esposito si alza e va via prendendo a male parole i compagni in napoletano. Questi rispondono, sempre in napoletano, con altri insulti che non sto qui a ripetere. E a quel punto Rustici chiede: “c’è un batterista in sala?”. Gli rispondo io che vengono chiamato sul palco a suonare. Suonammo circa 15 minuti e ci si muoveva liberi. Tutta improvvisazione con io che già partivo da un retroterra rock blues.

A cose fatte ci scambiammo i numeri di telefono e poi ci salutammo. Passarono sei mesi. Non sei giorni. Una mattina mi arriva una telefonata. Dall’altra parte del microfono c’è Corrado Bacchelli, già produttore di Alan Sorrenti e degli Uno, che mi spiega tutto l’ambizioso progetto: un disco metà in inglese e metà in Italiano da registrare ai Trident Studio di Londra, con l’aiuto del paroliere dei Pink Floyd ecc. Così inizia la mia avventura. Carico i tamburi in treno. Vado a Napoli e ci sto sei mesi. Sei mesi di prove. Allora andava così. Ci si impiegava uno o due anni a far un disco.

…dopodiché siete andati a Londra

Poi trascorremmo alcuni mesi a registrare ai Trident di Londra. Pagò tutto l’etichetta Fonit, ci vennero a prendere con tre Jaguar. Arrivo in studio la prima volta, sbaglio strada, e mi trovo davanti Freddie Mercury e i Queen che provavano! Un periodo incredibile.

Anche la copertina di Uno ha una storia a sé

La copertina è disegnata da Massimo Guarino batterista degli Osanna e assomiglia alle grafiche che vediamo nei tg legate al covid, pazzesco! Vedi questi atomi con dei riccioli? Lì spuntano due mani che danno il senso della vita, una copertina straordinaria, attualissima. Le foto sono di Hipgnosis, lo studio che giusto l’anno precedente aveva curato la copertina di Dark Side of the Moon dei Pink Floyd.

SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare