Recensioni
Banco del Mutuo Soccorso
Banco del Mutuo Soccorso
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Andrea C. Soncini
- 22 Aprile 2022

È il 1972 e nel Regno Unito il progressive rock è al massimo del suo fulgore. I più titolati esponenti – Yes, King Crimson, Jethro Tull, Van der Graaf Generator, Gentle Giant, Genesis… – sono nel pieno della maturità artistica. In Italia siamo in ritardo (caratteristica del paese). Gli esempi più brillanti sono Collage, Le Orme l’hanno firmato nel 1971; Concerto Grosso per i New Trolls della medesima band ligure; L’Uomo dei partenopei Osanna. Ma è soprattutto il Banco del Mutuo Soccorso a esplodere dal nulla, come una supernova.
Il gruppo, dal nome che pare un appunto dal taccuino di Lina Wertmuller per quanto è prolisso, nasce per esigenza di Vittorio Nocenzi, che per ottenere un contratto con RCA – al tempo le label preferivano i “complessi” ai solisti – ha improvvisato una band della quale non è soddisfatto. La quadra la trova in occasione del Festival di Caracalla del 1971, quando il tastierista romano, insieme al fratello Gianni, convince voce, basso e batteria di Le Esperienze – al secolo Francesco Di Giacomo, Renato D’Angelo e Pierluigi Calderoni – e Marcello Todaro chitarrista dei Fiori Di Campo, a fare gruppo per divenire il BMS, che di lì a poco entra negli studi Ricordi per registrare l’album di esordio.
Musicisti di rango ed estremamente ambiziosi, consci di dovere recuperare terreno, quelli del Banco partono con l’acceleratore spinto a tavoletta. In Banco del Mutuo Soccorso c’è la sfrontatezza di chi si è iscritto alla competizione non certo per partecipare, ma per vincere: il lato B è appannaggio di una suite, così d’emblée, quando mediamente il brano che occupa l’intera facciata è un traguardo preceduto da anni di gavetta e tentativi; il lato A è occupato quasi in toto da due brani di segno opposto: R.I.P. – condotta dal testo e dalla voce unica nel panorama rock di Francesco Di Giacomo, si dice in modo improprio “tenorile”, in verità tanto più sottile quanto solida – e Metamorfosi – lunga dissertazione quasi completamente strumentale. Sono le colonne di Ercole del prog rock italico: avventurarsi oltre non sarà facile per nessuno. Inoltre, due frammenti possenti in modo inversamente proporzionale alla durata: In volo è l’incipit, ariosteo, più suggestivo del prog tricolore, nessun dubbio; Passaggio è una miniatura impressionista – e surreale, con quei passi prima e dopo a circoscrivere l’esecuzione alla spinetta, quella voce, quel humming “fuori campo” che collocano il brano in un’altra dimensione, forse onirica.
Mentre i Genesis apriranno il lato B di Foxtrot (che uscirà in ottobre) con un breve brano per chitarra e a seguire caleranno il carico da 11 di Supper’s Ready, il Banco fa il contrario con Il giardino del mago, piatto forte dell’album ad aprire, e Traccia – l’accento mediterraneo posto in calce al disco, un po’ come fa la PFM con È festa – a mo’ di sorbetto al limone. Ma torniamo a R.I.P., straordinario antidoto alle fesserie dette sul prog con la testa sempre tra le favole. Trovatelo tra i cantori delle storture dell’umanità, tra i fustigatori eccellenti della società in note, tra i cosiddetti menestrelli con chitarra sguainata e dito puntato, un inno tragico ed epico allo stesso tempo così poeticamente drammatico ma attuale, anzi eterno.
Di Giacomo canta in modo emozionante di un campo di battaglia medioevale: «Cavalli corpi e lance rotte / si tingono di rosso», ma è la cronaca, nuda e cruda – musicalmente arrembante, poi struggente e ferale come un requiem – e in seguito pietosa, di una mattanza calata in un tempo senza tempo. Parole significative anche oggi, visto ciò che sta succedendo ai confini dell’Europa. «Pupille enormi volte al sole / La polvere e la sete / L’affanno della morte lo senti sempre addosso»: con corazza, lancia e spada, o fasciati da una uniforme mimetica e un fucile automatico in spalla, qual è la differenza, quando offri la tua vita o la togli, nel 2022 come mille anni fa, «se non saprai perché»? Qual è la differenza, oggi come allora, quando «di te resterà soltanto / Il dolore, il pianto che tu hai regalato»?
Metamorfosi non è meno filosoficamente pregna. Dopo lungo incedere strumentale quasi totalmente appannaggio dei due tastieristi – fatto di palesi estrapolazioni classiche ed altrettanto evidenti riferimenti alle star di oltremanica, Nice/ELP su tutti – il brano chiosa con pochissime parole che sono una sentenza: «Uomo / Non so se io somiglio a te / Non lo so / Sento che però non vorrei / Segnare i giorni miei coi tuoi / No, no, no», narrazione dell’evoluzione futura dell’uomo, e forse il primo sequel (in anticipo) della storia del rock, considerato che in dicembre il BMS darà alle stampe Darwin!, che narra la storia dell’evoluzione dell’uomo dalla sua comparsa.
Il giardino del mago è uno scrigno di preziosissimi suoni incastonato come al solito in parole sfavillanti e dai possibili, molteplici significati. Le metafore tra lo psicoanalitico e l’archetipico, il favolistico e il religioso, instillano tanti dubbi e poche certezze, ma stimolano come altri esempi ben più amati e propagandati dalla critica inamidata, quella che non ama troppo i voli pindarici – figurarsi in Ippogrifo –, non riescono a fare. In musica la suite inizialmente ha i contorni del thriller, una tastiera vischiosa che gronda la melodia che percorre l’intero brano in modo ansiogeno, da colonna sonora del Pupi Avati horror. Perché, chi è il mago? «Io sono arrivato nel giardino del mago / Dove dietro ogni ramo crocifissi ci sono / Gli ideali dell’uomo, grandi idee invecchiate». Dio? «Nel giardino del mago io sto appeso a un ramo / Dentro un quadro che balla sotto un chiodo nell’aria / Sono là che ho bisogno di carezze umane più di te». Il Demonio? «Stan cantando al mio funerale (…) E passo dopo passo con le spine ormai nei piedi / Tanto stanco, stanco / Io sono arrivato nel giardino del mago / Sono finito ormai quaggiù / Non posso tornare, resterò». Il giardino del mago è il Paradiso o l’Inferno? «C’è chi ride, chi geme, chi cavalca farfalle / Chi conosce i futuri, chi comanda le stelle come un re». O è solo l’invenzione di un folle? «Per pietà della mia mente che se ne va / Il giorno aspetterà / Per me si fermerà un po’ di più / Vedo già foglie di vetro / Alberi e gnomi corrersi dietro / Torte di fiori e intorno a me / Leggeri cigni danzano».
Ma poi, alla resa dei conti, cosa importa?: in un mondo a scartamento illusorio, dove tutti i giorni ci fidiamo di governi che producono più menzogne che fatti, dove la confezione è più importante del contenuto, nel quale agiamo sospinti da pubblicità ingannevole, credenze, fake news, falsi miti, dicerie, in un mondo dove il confine tra fantasia e verità si è definitivamente dissolto, «A che serve poi la realtà?».
Riassunto del meglio già espresso dal genere in madre patria, Il giardino del mago è una corsa sulle montagne russe del possibile sonoro: sussurri che sprofondano nel recondito dell’ordito musicale in alternanza a maestose colonne dagli intarsi strumentali più arditi. Ma con qualcosa in più o, se pensate che l’affronto per gli inventori del prog rock sia troppo grande, di diverso: quel gusto per la melodia di stampo italiano tra il classico e l’operistico, vuoi per la voce di Di Giacomo vuoi per l’educazione musicale dei fratelli Nocenzi, che difficilmente – o per nulla – si trova in altre formazioni. Di qualsivoglia nazionalità, estera o italiana che sia. Le prime parole cantate/recitate da Di Giacomo per il disco, «Da qui, messere, si domina la valle / Ciò che si vede è», descrivono esattamente come stanno le cose al momento dell’esordio su vinile della band romana: “la valle” è quella del prog italico, e lassù, a elevarsi su tutti, in quel momento c’è il Banco del Mutuo Soccorso.
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