Recensioni

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Le prime campane a morto della stampa inglese sono del New Musical Express. Lo strillo di prima pagina avverte con grande enfasi che i King Crimson si sciolgono. Sembra una boutade, dato che il nuovo disco della band è in rampa di lancio: si sa che uscirà una settimana dopo; chi potrebbe fare un autogoal del genere? Prendete i Genesis e Peter Gabriel: The Lamb Lies Down On Broadway esce in novembre, l’addio del frontman è cosa fatta da mesi ma l’ufficialità diventa di pubblico dominio solo dopo avere concluso il lungo tour di sostegno al disco. La stampa specializzata che ulula la vaporizzazione dei Crimson a pochi giorni dalla pubblicazione di Red è come lo spiffero che esce dalle sedi della finanza per affossare il valore di un titolo. Una dose letale all’inchiostro. Oppure uno scherzo da edizione del Fool’s Day: ma il NME è datato 28 settembre 1974; è tutto vero. Perché la notizia è stata data al settimanale da Robert Fripp.

«Apparentemente non ci sono stati traumatici scontri di personalità (…), nessun litigio finale. Robert Fripp ha semplicemente deciso che “era tempo per i King Crimson di arrivare a una fine”», scrive il Melody Maker con sette giorni di ritardo su NME. Ma non è così. Il leader maximo con chitarra e potere decisionale è giunto ai ferri corti con John Wetton e Bill Bruford, i Crimson sono ridotti a trio dopo avere allontanato prima di tutti David Cross. La parole del violinista, anni dopo le date del 1974, non lasciano spazio alle congetture: «Quando mi veniva concesso un po’ di spazio le idee erano spesso ignorate, Bill e John soprattutto sembravano sordi a qualunque cosa fuori dal genere rock o rock-jazz. (…) Dopo i concerti bevevo e annegavo la rabbia. Per tutto il tempo all’interno del gruppo ho fatto dei progressi, ma la mia autostima era seriamente minata, e spesso mi sono sentito solo, anche in mezzo a 10.000 persone».

L’ultimo concerto dei Crimson in terra statunitense è datato 1° luglio, al Central Park di New York. Fripp rientra a Londra per conto suo il 4. Quattro giorni dopo, lunedì 8 luglio, in un clima di totale disaccordo, con il chitarrista che ha già messo al corrente gli altri due dell’intenzione di accantonare la band al completamento del disco, Robert Fripp, John Wetton, Bill Bruford e il fidato George Chkiantz entrano negli Olympic Studios di Londra per registrare il nuovo album.

La band si mette al lavoro iniziando con Red, il cui riff è comparso per la prima volta al sound check del concerto alla Terrace Ballroom di Salt Lake City del 15 giugno. Sono stati fatti aggiustamenti e aggiunte nel corso di successive date, e ora in sala va solo rifinito. Bill Bruford però non gradisce, e gli altri devono insistere perché Red trovi la strada dell’album. Avessero prevalso le bizze del batterista sarebbe stato un delitto. Il brano è la perfetta cartina di tornasole di ciò che succedeva in sala o su uno spazio altrettanto angusto come il palco tra tre personalità forti e sconnesse: un grumo di energia deflagrante, dormiente ma pronta a esplodere anche quando l’arrembante urto collettivo sembra – sembra – placare. La chitarra distorta e graffiante, la batteria scabra e irruenta, il basso sotterraneo e insidioso, obbligati a dovere fare squadra si scontrano come ciclopi vogliosi di prevalere l’uno sugli altri.

Per par condicio tocca a Fripp storcere il naso di fronte a Fallin Angel, il secondo brano di Red, che nasce ricamando su un ritornello offerto da John Wetton. Le origini della canzone si possono sentire nella versione demo di Woman, una composizione raccolta su Monkey Business 1972-1997 (Blueprint BP-295-CD), Cd del 1998 a nome di John Wetton e del chitarrista-paroliere Richard Palmer-James, collaboratore dei Crimson anche per Red, e accreditato per Fallen Angel. Il riff di Fripp risale invece a vecchi esercizi risalenti all’autunno del 1972, ai tempi di Larks Tongues In Aspic. Anche in questo caso dobbiamo ringraziare per l’insistenza di qualcuno e stupirci per la cecità, anzi sordità, di qualcun altro.

In un continuo altalenare di inusitata dolcezza e urticante corrosività come solo i Crimson del primo scorcio di carriera sanno fare, la traccia si dibatte furiosa come una bestia intrappolata, doma solo a tratti, quando le forze l’abbandonano momentaneamente. Una torta amara – «Lacrime di gioia per la nascita di un fratello / Mai più soli da quel momento / Sedici anni di lotte con i coltelli e di pericoli / Stranamente perché la sua vita non la mia / Lo skyline del West Side piange / Angelo caduto che muore / Rischiare una vita per guadagnare un centesimo» – su cui si aggiunge la ciliegina acida: gli affondi di cornetta di Mark Charig che attraversano il groviglio di note sulfuree come un lampo abbagliante, doloroso, di luce. Un quesito ha aleggiato a lungo su Fallen Angel: chi era l’autore del breve intervento di violoncello che si aggroviglia al commovente solo di Fripp in apertura? Solo nel 2009, per merito del recupero dei nastri originali – e dei relativi contenitori con le note di lavorazione – per il processo di rimasterizzazione di Red, a quella frase è stata concessa la paternità di Julian Lloyd Webber (accreditato anche per Red e Starless, laddove percettibile). Niente meno che il fratello più giovane del famosissimo Andrew, autore di musical dal successo planetario come Jesus Christ Superstar e Cats, insieme a molti altri (per dirla tutta, non era poi così difficile ricordare un nome del genere). Per i completisti, prima che insorgano piccati, va citato anche Robin Miller all’oboe, altra vecchia conoscenza di casa Crim.

L’abbondanza di materiale scritto non è mai stata il punto di forza dei King Crimson: «Eravamo sempre a corto di materiale. Ricorrevamo a improvvisazioni dal vivo che venivano più o meno efficacemente mascherate come tali evitando o eliminando gli applausi», ha raccontato Bill Bruford. Come già avvenuto in modo massiccio per il precedente Starless And Bible Black, la band decide di ricorrere a un brano dal vivo che inserisce in apertura del lato B. Providence, il titolo esplicito sul luogo di registrazione, è un estratto del concerto di domenica 30 giugno 1974 al Palace Concert Theater di Providence, appunto, Rhode Island, Stati Uniti. Otto minuti sotto la bandiera dei Crimson ultima maniera, quelli dediti all’improvvisazione più coriacea, dai riff già orecchiati e momenti destinati a volatilizzarsi (se non altrimenti fissati su nastro, e postumi su lacca come in questo caso). Come un fantasma confinato in un altro mondo, oramai obsoleto, ecco apparire anche David Cross, accreditato tra gli autori, così come per Starless.

Ho volutamente tenuto per ultimi One More Red Nightmare e Starless perché i due brani sono accomunati da un elemento che li rende un ponte che si perde nel passato dorato della band e si lancia verso un potenziale futuro altrettanto brillante ma minato sul nascere. La partecipazione di Ian McDonald alla registrazione di entrambe le tracce fece sorgere inaspettate speranze, e non solo tra i fan. È John Wetton a spingere per aprire le porte della sala di registrazione al figliol prodigo: riconosce nel musicista, che è stato tra i più importanti per la partenza a razzo dei Crimson, quel potenziale che permetterebbe loro di uscire dalla status di cult band una volta per tutte. E il bassista ci ha visto bene, perché nel giro di un paio di anni McDonald raccoglierà dischi d’oro in serie come membro fondatore dei Foreigner fondati a New York.

One More Red Nightmare, in chiusura del lato A, completa la facciata in modo ciclico, sorta di compendio tra il travolgente attacco sonico di Red e le nuvole oscure che chiama a raccolta il cielo di Fallen Angel. Poche parole di Wetton – che ruotano attorno alla paura di volare sofferta da tanti rocker – che annegano in una marea crescente portata a ebollizione proprio dalla eccezionale performance al sax alto dell’ex, un solo talmente lungo che si prolungherà oltre la durata della bobina e solo con un gioco di prestigio – «George capovolse il nastro e registrò una lunga, bassa nota indistinta, poi riprese a fare girare il nastro nel modo appropriato» – Chkiantz riuscì a recuperare.

Chiude il disco Starless. Il canto del cigno di una band che si dava per definitivamente perduta, non poteva risultare più avvincente ed eterno. Ennesimo caso di un primo rifiuto avvenuto a gennaio, quando la canzone venne introdotta da Wetton: «Starless, che appare su Red, fu scritta per Starless And Bible Black. La portai a quel tempo e la suonai senza ottenere reazione. (…) Così la misi da parte e non la menzionai più. (…) E quando arrivò il momento di Red, una delle prime cose che saltò fuori quando ci ritrovammo a provare fu “quella canzone che suonasti, Starless, perché non facciamo una prova con quella”. Io dissi che “era intesa per l’altro album”. Bill e Robert dissero: “ci sembrava una buona canzone, facciamola”. La canzone di tre minuti finì per diventare quello che è, non ricordo bene”.

Dodici minuti: di strada ne ha fatta. Più incubo dell’ “altro incubo rosso”, Starless si protende verso In The Court Of The Crimson King, possedendone i tratti fondamentali: l’infinito lirismo di I Talk To The Wind (sfrondato della sua innocenza), il parossismo di 21st Century Schizoid Man, la tragica grandiosità di Epitaph. Red è la fine, di tutto, dai contorni del mito. Grazie – anche – a Ian McDonald e a una lunga ombra che i Crimson non riusciranno mai a scrollarsi di dosso: quella del primo disco e della prima formazione. Con buona pace di Fripp e tutti i tentativi attuati per liberarsene in ogni modo, la notoria “buona fata” che gli sussurra all’orecchio quando e come dare vita ai Crimson, quegli originali tasselli li vuole ancora presenti (sempre: se è vero che nelle ultime uscite dal vivo del terzo millennio il tignoso, grande, vecchio ha rimesso in scaletta perle oramai considerate da tutti accantonate per sempre).

Red viene pubblicato il 6 ottobre 1974 e la massima posizione che raggiunge nella classifica dei dischi più venduti nel Regno Unito è la n° 45, quando tutti gli album precedenti dei Crimson erano arrivati tra i primi 30. Ma per una band che ha ammainato bandiera e non farà date per promuovere il disco, si può considerare un buon risultato. La stampa specializzate del tempo capisce e non capisce, ma il tempo farà giustizia e non solo consoliderà la fama del lavoro, ma ne amplificherà il valore e la gittata di influenza (su generazioni più recenti di musicisti).

Restano mai sopiti gli strascichi polemici tra i protagonisti. John Wetton e Bill Bruford avrebbero continuato volentieri sotto la stessa bandiera, al punto che il bassista dichiarerà in modo esplicito la sua intenzione di mantenere in vita la band pur senza Fripp: «Se Robert, invece di scioglierla, avesse in verità optato per uscirne, quella possibilità potrebbe essere stata considerata. (…) E penso che per Bill fosse lo stesso che per me. McDonald, Wetton e Bruford avrebbero potuto essere una grande band, se l’idea fosse stata proposta». Dal canto suo, Fripp affermerà l’opposto, cioè di essersi offerto di uscire dai Crimson consegnando le chiavi a chi voleva insistere.

Non sapremo mai chi dice la verità. Come non sapremo mai l’ultimo – piccolo e inutile – quesito irrisolto che circonda Red: non si conosce il nome di un contrabassista che interviene (?) su Starless. Ci sono voluti 35 anni per venire a capo del mistero Julian Lloyd Webber, masterizzazione e cartocci compresi; è molto probabile che il “mister x” del double bass rimarrà il sempiterno “milite ignoto” dei King Crimson.

Al netto di tutto – licenziamenti immotivati, funerali anticipati, ritorni momentanei, bugie varie, session man fantasmatici – Red si staglia come uno dei pezzi imprescindibili della discografia dei Crimson. Un disco nato in circostanze estreme, di stress personale (Fripp) e tensione di gruppo, alla luce di una fine annunciata, e proprio per questo gravido di frutti che crescono solo nella terra dove non attecchisce il seme del compromesso. In altre parole, il benessere, la tranquillità, la sicurezza, non sono mai stati il carburante che ha prodotto l’arte di più alto valore. E i Crimson, nella zona di comfort non hanno mai bivaccato. Non a lungo, per lo meno.

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