Recensioni

Ci si chiede se per una band abbia senso mantenere il nome quando – per questioni di abbandono dei membri dovute ad accadimenti più o meno gravi, fino alla prematura scomparsa – della formazione originale è rimasto un solo elemento. Anche se pare che non ci siano limiti: i Tangerine Dream, per esempio, del gruppo originale non hanno più niente, nemmeno un discendente diretto, di sangue o di appartenenza al nucleo originale. Ma una rock band non è una squadra di calcio, dove si è abituati a vedere la formazione variare costantemente e nel tempo totalmente. Lì la bandiera e i colori restano oltre i nomi e i campioni.
Nell’attuale Banco, che torna con un disco di materiale nuovo dopo ben 25 anni, dei fondatori è rimasto solo Vittorio Nocenzi, peraltro sempre al suo posto di guida. Un quarto di secolo è una quantità di tempo che fa paura, quando te la sei lasciata alle spalle, in grado di cambiare non solo le cose – gli oggetti, le città, e la natura che ci circonda – ma soprattutto gli uomini. Figuriamoci una rock band. Che in un lasso di tempo così vasto ha altissima percentuale non solo di sfaldarsi, ma anche di finire nel dimenticatoio. Il tastierista del Banco, invece, non ha mai mollato le redini, e grazie al supporto di Sony e Inside Out che negli ultimi anni hanno tenuto tanto vivo il catalogo storico della band quanto offerto l’opportunità di registrare nuova musica, il Banco non ha mai abbandonato la corsa.
Il leader del gruppo romano ha detto che «per la prima volta è arrivato prima il titolo, poi la musica. Ci ho riflettuto a lungo, volevo trovare un titolo che rappresentasse tutto questo, sul quale costruire il racconto della mia vita di compositore e di essere umano». Un lavoro temerario e complesso, dunque: complesso quanto può esserlo un concept album che affonda le radici negli anni che stiamo vivendo. Che mantiene i crismi del progressive rock di cui il BMS è stato tra i massimi alfieri, e in modo intelligente si libera di quegli eccessi che alla lunga ne hanno fatto uno dei generi più invisi alla volubile casta dei critici musicali (quando ancora contava) portandolo alla quasi definitiva scomparsa. Ma le forme di vita (e di arte) che sanno mutare pelle sono quelle che offrono maggiore garanzia di sopravvivenza, oltre a dimostrarsi spesso le più sorprendenti. Così fa il Banco con Transiberiana. Undici brani – quasi un’ora di musica inedita – armonicamente ben saldati agli anni 2000, con un suono dove le tastiere continuano a fare la parte del leone – benché l’animale che compare nei testi dello stesso Nocenzi e di Paolo Logli sia il lupo – ma lasciano altrettanto spazio alle importanti architetture chitarristiche di Filippo Marcheggiani (chitarra solista) e Nicola Di Già (ritmica). La matrice del BMS è presente e inconfondibile, e non potrebbe essere altrimenti, ma la voce di Tony D’Alessio, che nulla ha da spartite con quella inimitabile di Francesco Di Giacomo (ottima la scelta di optare per qualcuno di timbricamente distante) e il già citato lavoro dei chitarristi, garantiscono quella patina di “rinnovamento” (rinascita o rinascimento) che non guasta mai. Anzi è prerogativa fondamentale di lunga vita.
Altra carta vincente di Transiberiana è il non cadere nella tentazione di appellarsi a un ulteriore classico del progressive al quale pochi sanno resistere: i brani di durata ipertrofica, se non direttamente alla suite senza pause che deve esondare almeno oltre i 20 minuti. Il nuovo Banco non ne ha bisogno e si affida a composizioni (scritte da Nocenzi padre insieme al figlio Michelangelo) tra i tre e i sei minuti di lunghezza. Come una serie di pietre preziose incastonate sulla base, è l’intero diadema ad assumere un valore superiore alla somma delle gemme. Senza peraltro indulgere in assoli sfiancanti, anzi arricchendo il lungo, metaforico, tragitto della Transiberiana di melodie – elemento fondamentale della musica che si sta perdendo a favore della brutalità dei riff – destinate a diventare dei classici: su tutte, quella che domina la bellissima Eterna Transiberiana.
Dopo lo smarrimento di identità degli anni ’80, Transiberiana testimonia il ritrovato slancio di una band che rappresenta un patrimonio irrinunciabile per la musica rock italiana e in grado di competere con i grandi del genere su scala internazionale. Non è bello vedere un nome di questo spessore declinare stancamente, molto meglio gettare la spugna quando si può lasciare ancora un buon ricordo. In questo senso Transiberiana arriva al momento giusto, per testimoniare che il tempo di lasciare, per il Banco, è ancora lontano. In fondo al CD ci sono 15 minuti di musica che sono un regalo per i fan di vecchia data, o uno “zuccherino” per coloro che potrebbero necessitare di maggior tempo per entrare nel mondo sonoro del Banco 2019: i sempreverdi Metamorfosi e Il ragno, registrati dal vivo al Festival Prog di Veruno dell’edizione 2018. Una nota a piè di pagina che arriva come piacevole fuori programma.
Amazon
