Recensioni

In quell’eterno teatrino che è la faida fratricida più famosa del rock and roll, consumata a cadenza regolare attraverso – spesso spassosissimi – colpi di tweet, è ormai sin troppo facile schierarsi dalla parte del piccolo Liam.
È lui che non vede l’ora di riunire la band; è lui che non perde occasione per sfottere grassamente il fratellone (la più recente? Le sue scuse, poste da parte della famiglia, per una cover al piano di Love Will Tear Us Apart da parte di “our kid”…); è lui che si è costruito, contro ogni pronostico, una credibilità da solista con lavori che hanno aggiornato il suo mito sfacciato da rock and roll star in versione pop ma non troppo, assicurandosi il sempiterno posto nel cuore dei fan e conquistando simpatie anche al di fuori della cerchia degli stessi.
D’altronde, come non adorare uno che, sentendo la propria clonazione vocale nel progetto AISIS (ovvero il quintetto originario di Definitely Maybe riesumato dall’intelligenza artificiale, e da una band di – bravi – fan), se ne esce commentando “I sound mega”? (Si potrebbe giustamente osservare, con un pizzico di realistica cattiveria, che già gli originali erano la versione AI “naturale” e organica di altri… ma passiamo oltre).
Il tutto ad apparente discapito del Gallagher maggiore: quello che ha chiuso in fretta e furia la faccenda Oasis in un camerino francese; quello che si è caricato sulle spalle, per anni, l’onere di portare avanti, artisticamente e non solo, un mostro uscito fuori dal controllo dei suoi stessi creatori (ricordiamolo: il massimo gruppo rock inglese dei ’90, e non solo, non era che la band del fratellino e dei suoi mediocri amichetti, finché non era arrivato lui e gli aveva insegnato le sue canzoni); quello che ha provato e sta ancora provando a farcela finalmente da solo, certo del pubblico che lo ama e amerà sempre e del credito raccolto in trent’anni di carriera, anche presso i colleghi (Marr e Weller in testa); quello che no, cattivone!, non vuole saperne di riformare la band (ma tanto prima o poi succederà, o forse no, non importa molto a questo punto della storia, e in realtà non importava nemmeno prima, ecc. ecc.).
Pur in apparente svantaggio rispetto all’amato/odiato monellaccio di casa, Noel arriva così al quarto capitolo alla guida degli High Flying Birds (siamo ancora in tempo per dire che, ehm, non è che sia proprio un gran nome? “Gli uccelli che volano alto”? Davvero? C’mon kid, potevi fare di meglio), dopo un Who Built The Moon? in cui si era tolto lo sfizio di fare qualcosa di un po’ diverso (perché, onestamente, non è proprio corretto chiamare quella musica sperimentale, suvvia). Alla giocosità di quel progetto segue adesso un atteso e doveroso ritorno a casa, forse proprio per accontentare un pubblico orfano che dovrà rassegnarsi a restare tale, o magari perché da un rocker di mezza età è giusto e doveroso aspettarsi qualcosa di pacificato, confortevole, domestico e nostalgico.
Proprio come il cielo sopra la periferia inglese immortalato in copertina dal leggendario fotografo mancuniano Kevin Cummins, a riallacciarsi immediatamente a una mitologia e iconografia legata strettamente alla città sin dai tempi dei Joy Division – che, a scanso di equivoci, a parte la cover menzionata (e qui non inclusa), tuttavia non fanno certo capolino; la Manchester gallagheriana non è in bianco e nero né tanto meno post-punk, ma parla di cieli blu e di sognanti ricordi d’infanzia, in una gioiosa rievocazione dei “soliti” anni ‘60 tra psichedelia color pastello, eterea levità (condensata nella cinematica Dead To The World), melodie malinconiche il giusto (la lennoniana – via Cotton Mather – There She Blows!) e, come di consueto, citazioni aperte, a partire dai Buffalo Springfield di For What It’s Worth nell’iniziale I’m Not Giving Up Tonight, un folk pop californiano tinto di soul.
Il programma segue, coerentemente, quest’idea, sfoderando tutto l’arsenale sixties (le campane alla Andrew Loog Oldham di Open The Door, See What You Find), anche attraverso le derivazioni eighties (la più che mai Smiths-iana title track – complici le sei corde di Johnny, certo) nonché nineties pre-Oasis (gli indimenticati La’s nel gustoso power-pop di Love Is A Rich Man, arrangiamento denso come certo Harrison virato Spector). Altrove, si gioca la carta sempre vincente della ballad crepuscolare (il ritornellone ipernostalgico del singolo Easy Now, ai limiti del fan service, o l’introspettiva Trying To Find A World…), mentre – a proposito di crepuscoli – l’ultima fissazione di Noel sembrerebbe proprio essere il classicone Under The Milky Way dei Church, il cui spirito lunare aleggia senza dubbio alcuno in Pretty Boy (già remixata dal maestro delle ballate oscure anni ’80, sua maestà Robert Smith) e Think Of A Number.
Senza dubbio, per freschezza e scrittura questa è la prova migliore del Gallagher grande – il cui limite/pregio, a nostro avviso, resta sempre il solito: un entusiasmo da fan sincero per la musica che si ama che, misto a indubbio mestiere (sempre più affinato ma altrettanto scolastico) annacquato di ingenua furbizia, non diventa mai vera ispirazione, nemmeno in quelle minime dosi che saprebbero, ma non vogliono, andare oltre il ritornello da cantare a squarciagola – e Sally che può (ancora) aspettare.
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