Recensioni

«If you want to keep the things you love / Then you better learn to kneel», così esordisce Liam Gallagher nel suo terzo lavoro solista, C’mon You Know, che arriva a distanza di tre anni dal precedente Why Me? Why Not. e prosegue un discorso autobiografico e personalissimo che l’ex-voce degli Oasis ha innalzato a cifra stilistica perfettamente riconoscibile e, soprattutto, apprezzabile.
Il Liam irruento e menefreghista degli anni ’90, quel personaggio pressoché onnipotente che si ergeva attraverso i successi di Knebworth e Glastonbury, ha ceduto il passo a una maturità umana e artistica che alla soglia dei 50 anni non cerca più il colpo a effetto, ma privilegia il suo lato più sensibile, affinato dopo la fine della parabola degli Oasis, e l’affrancamento dagli acerbi e derivativi Beady Eye. Dopo le dichiarazioni di As You Were e la bellissima conferma di Why Me? Why Not., con questo terzo tentativo in solo il minore dei fratelli Gallagher getta il cuore oltre l’ostacolo, non solo tematicamente parlando: grazie all’apporto fondamentale dei collaboratori di vecchia data Greg Kurstin e Andrew Watt, il tessuto musicale riesce a farsi finalmente più variegato, con intuizioni ora soft (come il coro in apertura della già citata More Power) ora più azzardate (l’eclettismo sfacciato di Moscow Rules), tutto ciò senza mai dimenticare quel mood sonoro per cui il Nostro è immediatamente riconoscibile (che non abbandona mai la “narrazione” del disco), specialmente nella un-due-tre di Diamond in the Dark / Don’t Go Halfway / C’mon You Know, dove sensazioni paulwelleriane si mixano a sussulti shoegaze (Ride su tutti).
Ciò che si perde magari in coerenza strutturale, C’mon You Know lo recupera grazie alla sua sincerità e alla conseguente voglia di Liam Gallagher di mostrarsi completamente vulnerabile al suo pubblico: c’è la ashcroftiana Better Days («There’ll be better days when the sun gets into you / And the shadows of your heart / There’ll be better days when my love will find you / Even though we’re miles apart»), la smielata (ma mai ruffiana) Oh Sweet Children, il soul di The Joker; il tutto controbilanciato dalle hit che costituiscono la quintessenza stessa del liamgallagherismo: il super singolo Everything’s Electric, World’s in Need, I’m Free.
Si può parlare di lavoro sorprendente anche quando si conoscono a menadito già tutti gli ingredienti? Certo che sì. Un po’ come Tom Cruise che spiazza tutti arrivando in cima al box-office con Top Gun: Maverick. Non sono le sorprese, è l’estrema sincerità nel dialogo con il pubblico la carta vincente dei mostri sacri dello spettacolo, almeno in questo preciso momento storico.
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