Recensioni
Noel Gallagher
Noel Gallagher's High Flying Birds
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Antonio Pancamo Puglia
- 18 Ottobre 2011

Non guardateci storto, ma sarà per averli visti insieme già ai tempi d’oro degli Oasis, sarà per le pur azzeccate incursioni di Noel nei dischi del Modfather, sarà anche solo per capelli, basette e sopracciglia … ecco, per il Gallagher maggiore abbiamo sempre immaginato una carriera solista alla Paul Weller. Ovvero: dischi eclettici quanto basta (niente di rivoluzionario, invero), amabilmente citazionisti, ben prodotti e (molto) ben suonati, magari non stellari nella scrittura ma sempre in grado di offrire quel paio di chicche che non sfigurano per nulla nell'illustre canzoniere. E, sì, High Flying Birds potrebbe appartenere a pieno diritto alla categoria, pur calcolando l’inevitabile distanza, artistica e non, tra i due soggetti. Volendo, passati ritualmente in rassegna i brani, potremmo anche chiudere qui; non fosse che la carriera solista del fratellone arriva dopo l’ovviamente turbolento split e, soprattutto, dopo lo sfrontatissimo condensato di liamitudine che è il disco dei Beady Eye. Non è il gossip che ci interessa (chi tra voi maliziosetti non ha pensato che la zuffa sia tutta una bella sceneggiata per rendere ancor più evento il ventennale di Morning Glory?), è solo che in tale prospettiva queste canzoni assumono, di fatto, altro valore.
Noel sembra davvero voler dimostrare qualcosa: non è il semplice divertissement tanto per fare un giro da soli e vedere l'effetto che fa. Prendete gli arrangiamenti: orchestre e cori a conferire sacrali solennità stonesiane (Record Machine), fiati dixieland a guarnire inevitabili marcette Kinks (The Death Of You And Me, che alle nostre italiche orecchie suona come un mashup tra The Importance Of Being Idle e la ben più gloriosa Je so pazz’), tocchi di psichedelia al punto giusto (senza scimmiottare la coda di Strawberry Fields! Incredibile!) e così via. Come dire, dove là – da Liam e gregari – c’è pura spacconaggine laddish, qua c’è sana ambizione. Sana? Davvero? Sì, perché anche quando si cita (ancora i fratelli Davies – con tanto di village green – di Soldier Boys And Jesus Freaks, o lo stomp glam alla Gary Glitter via Nightclubbing di The Wrong Beach) o si autocita (AKA Broken Arrow, If I Had A Gun, le nipotine di Wonderwall), lo si fa con gusto. E detto a proposito di uno che senza alcun pudore ha costruito una delle sue canzoni più celebri sulle battute iniziali di Imagine, non è poco. Ma soprattutto con Dream On, Everybody’s On The Run, AKA What A Life e la splendida Stop The Clocks arrivano … le canzoni.
Sì! Canzoni che sembrano avere finalmente un senso (per chi ascolta, e per Noel stesso), non buttate giù per caso per sbatterti in faccia di essere la band più fica del pianeta, e fanculo tutti gli altri. In attesa del secondo round previsto per l’anno prossimo (una collaborazione con gli Amorphous Androgynous, annunciata come “psichedelica alla Dark Side Of The Moon”), resta l’impressione di una qualità nettamente superiore rispetto ai recenti Oasis (o a simpatiche cover band con lo stesso cantante). Come dire, la reunion del 2015 può anche aspettare. Ben fatto, Pau… ehm, Noel.
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