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Stavo bevendo l’ennesimo caffè amaro della giornata quando su Facebook mi arriva il messaggio di Paolo, c’è un allegato in pdf, è il biglietto per il concerto. Mi scrive, “Ciao, prova a entrare con questo, non sono riuscito a venderlo. Eventualmente compra un panino a chi ne ha bisogno. Buon concerto”. Leggo il messaggio tre volte, forse quattro. Sono le sei passate, e se, nella mia testa l’idea di quel concerto era decaduta ufficialmente, da qualche parte il mio corpo evidentemente ancora covava una vana speranza di ascoltare dal vivo la voce del più stronzo degli stronzi, Steven Patrick Morrissey.

Se Paolo, che non conosco, non mi avesse inviato direttamente la via d’accesso a piazza Napoleone, non avrei mai percorso la statale 435 che porta a Lucca. Perché da tempo, dall’annuncio dei live italiani di Morrissey, vivevo una guerra emotiva fra chi sono e la musica che ascolto, i valori in cui credo e le convinzioni politiche di un artista che non mi conosce. Ma da quando non esiste più la neutralità, anzi da quando non la si chiede più e si pretende che tutti prendano posizione, che si schierino da una parte o dall’altra, siamo arrivati spesso a dover fare i conti con qualcosa che non ci piace. Che chi ci fa piangere, chi ci commuove per talento e grazia, per arguzia e profondità, abbia poi idee molto diverse dalle nostre, per non dire opposte.

Che Morrissey sia sempre stata una personalità provocatrice e contraddittoria lo sappiamo da decenni, che questo dovesse impedire a chi è cresciuto ascoltando gli Smiths di andare a un suo concerto è una storia un po’ diversa. Che mi sento di voler raccontare perché io al concerto di Morrissey ci volevo e non ci volevo andare, vivendo quella sensazione di sospensione che ti fa perdere un pezzettino d’identità, sacrificato sull’altare della musica. Da tempo mi era chiaro che presenziare al concerto di chi loda Israele, un uomo “thrilled to be in God’s country”, non pronuncia mezza parola sul genocidio in corso, sostiene un partito nazionalista come l’UKIP mentre, da mesi, partecipo alla staffetta per Gaza, condivido contenuti sulla Palestina, decidendo di prendere una parte, sarebbe stato troppo. Ci sono valori non negoziabili, e ci sono convinzioni sulle quali possiamo trovare compromessi. Mi ero convinta che con Morrissey il compromesso non l’avrei mai trovato. O dimentico cosa hai detto tu o la spari giusta.

Ma questa era e doveva restare la convinzione tutta personale di chi ha capito quanto poi la musica riesca a mettersi di mezzo, soprattutto quella bella bellissima, e quindi mai direi mai Beatrice, magari un giorno ci ripensi. Quel giorno è arrivato nel tardo pomeriggio di sabato 26 luglio. Quando Lucca era già stata ripulita – almeno sulla carta – dagli stand di hamburger e arrosticini, per lasciare spazio a offerte veg, in totale armonia con il credo del charming man che della propria scelta alimentare ha fatto uno stile di vita. E quando, dismesso l’abito delle mie convinzioni più ferree, ho imboccato la statale con più curve della zona e ho raggiunto la città che incarcerò Chet Baker.

Arrivano da tutta Italia, indossano magliette musicali. Vanno per la maggiore ovviamente quelle del Moz, anche in vendita al merch ufficiale per la bellezza di quaranta euro, ma avvisto pure t-shirt targate Radiohead, Einstürzende Neubauten, NEU! e un impavido signore sfoggia quella dei Pantera. I fan di Morrissey sembrano tutti carini, si respira un’aria molto tranquilla, nonostante percepisca una certa ansietta da parte di chi teme che il vate possa disertare all’ultimo minuto. Alessandro mi dice che la colpa potrebbe essere sua perché a pranzo ha mangiato del pollo. Le paranoie dei morrissiani diventano anche le mie, solo per un attimo, quando realizzo che io sono lì dentro, in quella piazza coi platani altissimi, ma non so se voglio starci.

I’m not happy and I’m not sad. È un attimo, la canticchio in testa e cerco di autoassolvermi. Morrissey ha fotografato perfettamente come ci sentiamo quando perdiamo un po’ di noi, quando ciò che stiamo vivendo non ci rappresenta al massimo eppure può farci stare bene. Non siamo felici ma non siamo nemmeno tristi. Siamo qualcosa, una massa dissociata di cui proprio lui ha scritto splendidamente nel corso degli anni. Perché è nelle liriche delle sue canzoni, Smiths o in solo per chi scrive non fa differenza, che mi ritrovo e mi arrabbio, è in quello scatto repentino fra il cinismo più bieco e un tentativo di estrema dolcezza, che ho sempre sentito di aver scovato in Morrissey il letterato perfetto per le mie insicurezze. Perché anche quando cantava in Bigmouth Strikes Again di non aver diritto di far pare della razza umana, seppur nei panni di un altro, io facevo sì con la testa. Perché lo vedevo sempre, in lontananza, nella filigrana del suono, che lo stronzo vero stava proprio lì dietro.

Ma mi pare ovvio che stasera a Lucca si senta il desiderio di celebrare l’icona, non necessariamente l’uomo. Ed è su questo punto che vivo un conflitto che mi terrà compagnia per giorni, perché se è vero che ognuno è sensibile a cose diverse e miei valori non negoziabili non saranno per forza gli stessi di amici e parenti, le dichiarazioni esplicitamente politiche se non partitiche – spesso contraddittorie fra loro, lo ammetto – e quella foto di Morrissey avvolto nella bandiera israeliana, oggi mi fanno particolarmente male. E il problema è solo nostro, perché aderiamo a una cultura iconografica che ci fa apparire queste persone come modelli aspirazionali.

Nel caso di Morrissey è corretto specificare come le contraddizioni affiorano sia nel confronto tra figura pubblica e elaborazione artistica, sia su quello stesso della figura pubblica. Lui che ha detto tutto e il contrario di tutto, che ha indossato la spilletta dell’UKIP, il partito britannico nazionalista di estrema destra, ma che non si farebbe tanti problemi a premere il grilletto contro Donald Trump. Lui che da tempo si comporta come un vecchio arrabbiato, vaneggiando sul diritto d’asilo e sentendosi incompreso in tutto e tutti. Il suo rapporto con i media rimane un capitolo a sé stante: per anni ha accusato la stampa di travisarlo. Di conseguenza, ha smesso di rilasciare interviste per molto tempo.

Dai suoi discorsi, vecchi e nuovi, trapela isteria, egocentrismo, iperbolica ridicolaggine, tutti motivi per i quali forse dovrei davvero imparare a voler bene all’arte continuando a disprezzare visceralmente l’artista. Che questa sia una domanda o un’affermazione non è chiaro nemmeno a me. Ma stasera molte cose non mi sono chiare, a partire da quanti siamo, dal livello di amore celestiale che si respira nell’aria. Non possono essere tutti come lui, penso fra me e me. Magari anche la coppia del nord vicina a me vive il tormento di amare uno stronzo paranoide. Eppure lei mi sorride beata quando le faccio notare che manca poco.

“Spero che arrivi presto, stasera siamo tutti suoi schiavi. Dobbiamo trattarlo bene, io lo am…”. E poi non sento più nulla perché, senza un artista di supporto, dopo quaranta minuti di collage video tra nostalgia e dichiarazione d’intenti, dai Ramones a Rita Pavone che canta all’Ed Sullivan Show, lo stronzo vero sale sul palco con un mazzo di cardi – quasi fosse un ventaglio -, e un sorriso irriverente, la signora accanto a me quasi non crede che sia veramente lui. È un’immagine surreale che racchiude già il tono dell’intera performance: stilizzata, eccentrica, poetica. Dietro di lui, un panorama mutevole di immagini e luci crea l’atmosfera perfetta per ogni traccia, come una tela in movimento. Sulla grancassa della batteria si legge “war is old, art is young”. La guarderò spesso quella scritta stasera. Cristo, come vorrei fare due chiacchiere con te, Steven Patrick.

L’attacco con Suedehead lascia tutti di stucco, sorprende e fa saltare, un cambio di scaletta che si ripeterà per tutto il concerto, un ordine nuovo per i brani eseguiti la sera prima al Vittoriale. Resto ammaliata dalla sua energia positiva, dalla voglia di essere esattamente dov’è, mi aspettavo tutt’altro. Morrissey stasera ha voglia di cantare, di muoversi, di raccontarsi seppur brevemente, di dirci che noi dell’amore non capiremo mai nulla, di stupire e divertirsi. Ciò che dovrebbe essere la norma per chi ha scelto di fare l’artista come lavoro ma che, col signorino di Manchester, sembra diventata una sorta di chimera, tanto è forte la sua bizzarria emotiva. Così, fra live annullati e concerti abbandonati dopo pochi brani, la tappa di Lucca sembra godere di una fortuna luccicante, il cui motore primigenio è quella che i torinesi chiamano la presa a bene.

Dopo oltre quaranta anni di carriera teatrale, i suoi gesti sono sicuri: i lanci del cavo del microfono lo portano a bozzetti di danza, il suo buonumore è visibile, si lascia andare a dialoghi spiritosi con il pubblico, e ci lascia vivere i ricordi, un archivio privato e intimissimo che muta per ognuno di noi. E ci commuove su versi che non possono essere gli stessi. Mi diverto a osservare gli occhi degli altri, e le loro bocche che si spalancano e masticano versi, ci sono le coppie che si guardano negli occhi ricordando un altro mondo, ci sono le famiglie che si godono i figli adolescenti impazzire per Speedway, ci sono i gruppi di amici che si abbracciano stretto stretto all’idea che forse un altro concerto così magari non ricapita. È la vita, con i suoi dolori e le sue paure più profonde, a farsi cantare con ritrovata gioia: siamo tutti noi, che amiamo e odiamo esattamente come Morrissey. Anche se, a volte, odiamo cose diverse.

Questo concerto mi appare come un viaggio ben organizzato tra passato e presente, grazie a una scaletta che tenta di scacciare la malinconia con ironia spavalda ma poi ci ripensa e capisce di starci bene, proprio lì, in quella culla di frustrazione e vuoto esistenziale. Se Shoplifters of the World Unite e Everyday is like Sunday hanno immediatamente incendiato il pubblico, brani come Rebels Without Applause o Sure Enough, the Telephone Rings si sono ritagliati lo spazio per raccontare la continua critica all’isolamento moderno e all’assurdità sociale, mossa da Morrissey. Il suono della band – presentata dal padrone di casa con amorevole affetto – è grosso, potente, deliberato. Su I Wish You Lonely, satura alla perfezione, Moz mima un’iniezione toccandosi una vena durante il ritornello “Oh heroin, heroin, heroin, heroin, heroin “. Il set, canzone dopo canzone, acquista potenza. Il basso metallico di One Day Goodbye Will Be Farewell colpisce duro, e la scaletta continua a sorprenderci. È palese come stasera Morrissey non sia qui per compiacere le masse, e offre una delle sue performance più forti: provocatoria, poetica, senza scuse. Più che un concerto, è stata una dichiarazione di individualità. Prendere o lasciare. Vale per tutti, anche per me. Devo accettarlo.

L’incontro tra i miei dubbi, i miei conflitti interiori ha incontrato per una pura casualità il favore di uno sconosciuto che ha deciso di tendermi la sua mano, regalandomi un biglietto. E lo ha fatto, questo però lo scoprirò il giorno dopo, in virtù di ciò che è filtrato dal mio profilo Facebook. Quei valori non negoziabili così lontani da quelli di Morissey. È paradossale tutto questo, un incontro impensabile, dimostrazione di come alle volte il caso si metta di mezzo per risolvere il conflitto fra la nostra persona, i valori che riteniamo più importanti e i pensieri degli altri, lontanissimi dai nostri. Si tratta sempre di voci, che si alzano o restano silenti, di voci che raccontano un punto di vista, di voci che si fanno megafoni. O amplificatori di un silenzio assordante.

Anche stasera, di fronte all’ironia feroce delle sue canzoni, agli slanci post-moderni, brutali ed efficaci, alle giostre sonore disilluse e teatrali, emergeva soprattutto la sua voce, quella materia prima inconfondibile e da cui non puoi scappare. Quella voce che attanaglia, attraversa decenni con la leggerezza con cui si ripete un ritornello. Capisco che per le persone accanto a me, arrivate da tutta Italia, quello di stasera non è solo un concerto, piuttosto una confessione laica, una meditazione ballerina durante la quale se provi a chiudere gli occhi, scorgi i frammenti più struggenti della tua vita. È una festa nella cameretta minuscola al numero 384 di King’s Road a Stretford, che si espande e diventa una piazza antica, un po’ nostalgica, un po’ ferita ma pur sempre innamorata.

Morrissey abbraccia tutto e tutti, dal lirismo struggente dei brani firmati The Smiths alle canzoni più recenti della sua carriera solista, e sembra farlo con la stessa dose di passione e divertimento perché c’è sempre la sua severa dolcezza dietro i testi, bellissimi da sempre e per sempre perché portatori di un senso di finitudine che ha già il sapore del passato, di un ricordo cesellato di mille dettagli armonici.

Con la camicia sbottonata e i pantaloni che sembrano sempre sul punto di cadere, stasera illumina e si illumina mentre canta di amore e agonia giovanile, e io vorrei quasi prenderlo a schiaffi per la puntualità con cui scandisce i testi, stilettate ai fianchi di chi si è fatto male e poi ha trovato rifugio nei cuscini bassi di The Queen is Dead. Ci si perde in quella voce omerica, in quello sguardo in cui si apre l’abisso, in quelle risposte orgogliose e rassegnate, in quei luoghi improbabili che sono gli accordi senza tempo di I know It’s Over o Suedehead.

Penso a tutti i volti che sono passati dinanzi a noi stasera, penso al tributo nei confronti degli emarginati, dei dimenticati, dei non capiti, penso a Pasolini, alla gestualità di Bruce Lee, a Mata Hari, al Colombo di Peter Falk, alla cella di Charles Raymond Starkweather, al giovane Vinz de L’odio di Kassovitz, alle perle sui capelli di Alla Nazimova, al sorriso leggero di Bowie e alla linguaccia di David Johansen, al volto dolcissimo di mamma Elizabeth, alla bellezza di Claudia Cardinale e Capucine, alla sigaretta tra le labbra di Edna o’Brien, a Jan Miner nei panni di Gertrude Stein. Quante storia, quanti volti, quanta generosità in questa scelta estetica che gode di un aspetto educativo enorme. Penso all’alienazione della malinconia morrissiana, ma penso anche a chi, potrò incuriosirsi dinanzi a ciò che non conosce, penso al desiderio ribelle di chi sovverte senza urlare, penso a un passato romantico e analogico. Penso a Il sangue di un poeta di Cocteau, a Enrique Rivero che si spara e capisco che con l’attacco di First of The Gang To Die è arrivato il momento di mettere un punto a questa serata. “He stole all hearts away”, cazzo, l’ha fatto davvero. E senza proferire parola, se ne va per non tornare più.

Impiego qualche minuto per capire che non ci saranno altri brani, sorrido anch’io di fronte agli occhi lucidi di chi, sicuramente prima di me, ha capito che è un impegno, la felicità, qualcosa che si guadagna a fatica, a denti stretti. Nasce da un circuito più o meno conscio di azioni determinate. E loro volevano esserlo.

Rileggo quella frase, muta ma potente, rimasta lì sulla grancassa della batteria a fine serata, “war is old, art is young”, mi incammino verso l’uscita mentre un serpente ordinato di teste e cuori sembra non voler abbandonare il proprio posto. Come se mancasse ancora qualcosa, del tempo assieme, una sincronia tra corpi e voci. Ritrovo voci amiche e nel confronto di sensazioni e impressioni post concerto, realizzo che c’ero anche io in mezzo a quella folla festante.

Mi torna alla mente la scritta che vedo tutte le mattine prima di entrare a lavoro: sul muro qualcuno a matita ha scritto, “hai nostalgia di adesso?”, tutto maiuscolo, non troppo grande ma abbastanza da rubarmi per un attimo l’attenzione ogni volta che passo da lì. Nostalgia di adesso, how soon is now? Cosa mi hai fatto Steven Patrick Morrissey? La mia unica debolezza è stata essere qua, stasera.

Non so se si tratta di perdono né se devo veramente chiederlo a me stessa, o a chi leggendo questo pezzo avrebbe voluto trovare altro, alle canzoni di Morrissey che non smettono mai di donare una sensazione di appagamento e sorpresa.

Ma so che questo pezzo è soprattutto per Paolo, cagliaritano di Ìsili, con la passione per Gigi Riva e le canzoni degli Smiths, un perfetto sconosciuto che non mi ha solo regalato un biglietto per Morrissey ma ha permesso che questa notte mi aprisse gli occhi.

The passing of time and all of its crimes is making me sad again, the passing of time and all of its sickening crimes is making me sad again but don’t forget the songs that made you cry and the songs that saved your life

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