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8.5

Nel 1985, ci troviamo nel cuore degli eccessi, delle rivoluzioni tecnologiche e delle tensioni globali. La Guerra Fredda segna il passo nel panorama geopolitico, mentre la cultura di massa è segnata dall’esplosione da un nuova British Invasion, dalla MTV generation e dall’affermazione del rock da stadio. Madonna e Prince dominano le classifiche, mentre il Live Aid intende ricordare al mondo il potere della musica come mezzo di impegno sociale. In questo scenario, il glam metal conquista con il suo sfarzo e Metallica e Slayer lo ribaltano a colpi di thrash. Cinema e musica poi non potrebbero andare più d’accordo con We Don’t Need Another Hero di Tina Turner (Mad Max Beyond Thunderdome), The Power of Love di Huey Lewis and the News (Ritorno al Futuro) e Don’t You (Forget About Me) dei Simple Minds (Breakfast Club) a diventare simboli di un decennio in cui l’eleganza gode soprattutto di un cuore soul.

In questo scenario complesso, in Gran Bretagna, gli Smiths pubblicano il loro secondo Lp, Meat Is Murder, un disco che si colloca a metà tra l’eredità del decennio precedente e le nuove direzioni della musica rock e che sancisce l’assioma per cui, dal 1985 in poi, indossare una maglietta degli Smiths non sarà solo un vezzo estetico, ma una dichiarazione politica.

E Meat Is Murder è l’album che ha reso questa identità tanto netta. Con la pubblicazione del disco nel febbraio del 1985, gli Smiths mettono da parte ogni velleità di neutralità e affondano il coltello in temi scomodi: violenza istituzionalizzata, ipocrisia sociale, alimentazione etica, oppressione domestica e scolastica. A differenza dell’album omonimo del 1984, Morrissey e compagni comprendono ora che la loro influenza può essere più di un semplice traino per adolescenti malinconici: può diventare un megafono per il dissenso.

Certo, l’inclinazione al vittimismo di Moz resta una componente essenziale della loro poetica, ma qui si carica di significati più ampi. La loro ironia nera, tipicamente northern, pervade ogni traccia, rendendo questo il disco più cupo del quartetto mancuniano. E la sperimentazione non si ferma alle parole: il sound si allarga, inglobando citazioni musicali che spaziano dal rockabilly contaminato dal skiffle (Rusholme Ruffians), al proto-metal (What She Said), passando per ballate strazianti (That Joke Isn’t Funny Anymore, Meat Is Murder) e un rock d’autore che guarda oltre la tradizione britannica (The Headmaster Ritual).

L’album arriva nel momento di massima espansione degli Smiths in Europa, tanto da riuscire a spodestare Born in the U.S.A. di Bruce Springsteen dalla vetta delle classifiche britanniche. Questo non è un dettaglio trascurabile: il pubblico che li segue è cambiato. È composto principalmente da studenti della middle class, giovani che si riconoscono nel senso di alienazione e precarietà emotiva dipinto nei loro testi. Di pari passo con questa evoluzione, anche Morrissey abbandona (senza rinnegare del tutto) le atmosfere del kitchen-sink drama, per lasciarsi influenzare da figure come Elvis Presley, Victoria Wood – pioniera della stand-up comedy britannica – ed Elisabeth Smart, scrittrice canadese e musa del poeta George Barker. Sul piano tecnico, la produzione vede il passaggio da John Porter a Stephen Street, il cui contributo sarà decisivo anche per la carriera solista di Morrissey.

Meat Is Murder è forse il primo album degli Smiths in cui la copertina anticipa violentemente il tema centrale: un fermo immagine del documentario The Year of the Pig di Emilie de Antonio, con un soldato il cui elmetto riporta la scritta “Meat Is Murder” al posto dell’originale “Make Love Not War”. Un messaggio pacifista, certo, ma che stride con la violenza che permea il disco. Morrissey stesso ne è consapevole: “Io sono pacifista fino al midollo, ma dove ci porta il pacifismo? Da nessuna parte. A volte, la violenza è inevitabile”.

Sin dall’apertura affidata a The Headmaster Ritual, emerge un clima di oppressione e brutalità, che Morrissey racconta attraverso i ricordi delle angherie subite sui banchi di scuola. Il sadismo di alcuni insegnanti diventa un simbolo della sopraffazione istituzionale: “Il signor preside ti colpisce sulle ginocchia/Ti dà ginocchiate nell’inguine/Gomitate in faccia…”. Ma la violenza non si ferma ai confini dell’aula: Barbarism Begins at Home estende la denuncia all’ambiente domestico, presentato come il regno dell’ipocrisia, dove il maltrattamento è regola non scritta (“Una botta in testa/è quello che ottieni se non fai domande”). In Rusholme Ruffians, invece, Morrissey trasforma un banale episodio della sua giovinezza – una banale rissa tra adolescenti vicino all’autoscontro di Stretford Road – in un racconto gotico alla Tim Burton, in cui la Manchester proletaria assume tinte da Bronx degradata. Il suicidio (tema sul quale Morrissey viene spesso punzecchiato dalla stampa) aleggia ovunque, come minaccia latente dei fan della band, frustrati dal silenzio del loro idolo, o come riflessione amara sul nichilismo giovanile (What She Said).

In questo contesto, appare chiaro che uno degli effetti più tangibili dell’album, oltre alla sua influenza musicale e culturale, è stato l’impatto sulla sensibilità del pubblico riguardo al vegetarianismo. Molti giovani decidono di abbandonare la carne dopo aver ascoltato Meat Is Murder o dopo aver seguito le dichiarazioni infuocate del loro leader. È arcinoto che Morrissey, ancora oggi, pretende che ai suoi concerti non si vendano prodotti di origine animale e condanna chiunque non sposi la sua causa. A sottolineare l’importanza della tematica, la title track è ancora oggi una delle invettive più feroci della storia della musica pop: tra campionamenti di suoni da macello e immagini strazianti di animali morenti, Morrissey sentenzia in modo inappellabile: “Questa bella creatura deve morire” – e ancora – “Una morte senza motivo si chiama delitto”. Mentre il cantante ancora oggi si schiera con l’Animal Liberation Front e dichiara guerra a colossi come McDonald’s o Canada Goose, trasformando i suoi live in manifesti ideologici, con video espliciti di macellazioni in loop sullo sfondo, gli altri membri della band, seppur meno estremisti, si adeguano. Pare che, durante i tour, Marr e Joyce si concedessero occasionalmente del pesce, mentre Rourke, esasperato dalle restrizioni alimentari, ben presto abbandonò la crociata.

Sul fronte più prettamente politico, invece, Nowhere Fast, ispirata alla drammaturga Shelagh Delaney, introduce il sarcasmo antimonarchico che esploderà nel successivo The Queen Is Dead. Morrissey non si trattiene: “Vorrei abbassarmi i pantaloni davanti alla Regina/Ogni bambino di buon senso ne capirebbe il significato”.

Il successo dell’album, ottenuto senza l’ausilio di singoli trainanti, segna il primo vero scontro tra gli Smiths e la loro etichetta, la Rough Trade. Morrissey avrebbe voluto proporre Meat Is Murder come singolo, ma il brano, troppo lento e troppo violento, viene scartato. Anche I Want The One I Can’t Have viene bocciata a causa di un errore di missaggio. Alla fine, si ripiega su That Joke Isn’t Funny Anymore, una delle canzoni più sottotono del disco, il cui impatto commerciale sarà minimo.

Eppure, nonostante le tensioni con l’etichetta e l’assenza di hit radiofoniche, Meat Is Murder si afferma come un manifesto generazionale, consolidando gli Smiths come una delle band più influenti della loro epoca. Il disco non è solo una raccolta di canzoni, ma un’opera che ridefinisce il ruolo del rock come veicolo di critica sociale. È il punto in cui Morrissey e Marr affinano la loro alchimia artistica, portando il suono della band verso nuove direzioni, mentre i testi si fanno ancora più taglienti e politicizzati.

Con il senno di poi, Meat Is Murder rappresenta l’anello di congiunzione tra il romanticismo malinconico dell’esordio e l’irriverenza iconoclasta di The Queen Is Dead. È il momento in cui gli Smiths smettono di essere semplicemente una band e diventano un simbolo, un culto, un’idea destinata a lasciare un’impronta indelebile nella storia della musica.

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