Recensioni

In economia, “bailout” indica un’operazione di salvataggio finanziario di un’azienda o di un settore che rischia il fallimento. Nel caso del nuovo disco di Moor Mother, il grande salvataggio del titolo fa riferimento alla scelta del governo britannico di indennizzare i proprietari di schiavi che hanno dovuto fare i conti con l’abolizione dello schiavismo nel 1833. Nel racconto poetico e politico della poeta e musicista di Philadelphia Camae Ayewa diventa la chiave amaramente ironica per analizzare e narrare il ruolo dell’Impero Britannico nella tratta degli schiavi. In una logica di giustizia, a essere indennizzati non avrebbero dovuto essere i proprietari di schiavi quando il possesso degli esseri umani veniva messo fuori legge, ma le famiglie delle persone schiavizzate. Non è ovviamente andata così e l’enorme debito contratto quasi due secoli fa è stato completamente ripagato dal governo britannico solamente nel 2015.
Parte da qui il concept del nono disco a nome Moor Mother, dopo che l’artista si è fatta notare fuori dalla bolla dello spoken word e della poesia grazie alla musica di almeno tre formazioni: il post-punk duo Moor Jewelry, il progetto club/noise 700 Bliss e, soprattutto, quegli Irreversible Entanglements che mescolano impegno civile e politico, free jazz e avant music/performance. L’ultimo disco firmato dalla sola Moor Mother risale, invece, al 2022, che si sbilanciava decisamente sul lato più poetico della produzione di Ayewa. Qui, invece, siamo di fronte a un disco che è in realtà una riproposizione di un set pensato per alcune occasioni live, anche in Italia al Macao di Milano nel 2019. Stiamo parlando, quindi, di un progetto che è nato con la collaborazione musicale della London Contemporary Orchestra e che non è quindi materiale nuovo e direttamente pensato come disco. Potrà sembrare un dettaglio da recensore azzeccagarbugli, ma in realtà è un elemento importante per sapere che cosa si può aspettare dall’ascolto chi approcci The Great Bailout.
La genesi quasi da happening del disco è particolarmente evidente nei due brani più lunghi che sono anche due delle colonne fondamentali del disco. Si tratta dell’opener Guilty (con un importante featuring della voce blues di Lonnie Holley e dell’eterea Raia Was) e Quantum. In entrambi i casi i tempi sono dilatati, con lunghezze oltre i nove minuti (su poco più di 40 di durata totale), il pedale più premuto è quello dell’empatia e dell’emozione.
Si gioca con l’insistenza quasi ipnotica delle parole (horror, trauma, guilt) a indurre una presa di parte, uno schieramento indignato verso quella che chiaramente Ayewa indica come una parte calpestata e vilipesa dell’umanità: non solo in vita, ma anche nella memoria e nella storia. L’effetto funziona se ci si lascia trasportare dalle parole, riproposte effettate, sovraincise, sparate a grappoli come proiettili sul tappeto di archi e arpe che la London Contemporary Orchestra intesse. In Quantum c’è anche l’utilizzo delle acciaccature, della vocalità intesa come strumento che sfiora spesso territori anche teatrali e il brano ruota attorno all’idea della linearità del tempo come strumento di oppressione grazie alla negazione dell’accesso al proprio passato e al proprio futuro per le persone nere vittime di schiavismo e razzismo.
Altro pilastro del disco è l’esplicita All The Money, dove il riferimento a quel grande debito è disteso sopra un brano che incede oscuro e disturbante: si tratta di un tour degli orrori attraverso alcuni dei cosiddetti landmark di Londra. Luoghi, dice Moor Mother, che oggi sono venerati dall’occidente democratico, ma che sono intrisi del sangue degli oppressi. Nel brano aleggia la voce del soprano Alya Al Sultani che con fare spettrale sembra aggirarsi per questi luoghi e provando a puntare sempre al nostro petto l’indice della mano per indicare la colpa, il privilegio, l’indifferenza.
Sta tutto qui il disco di Moor Mother, in un tentativo di poesia/performance a cavallo tra politica e senso civico che dovrebbe scuotere le coscienze. O per lo meno offrire prospettive alternative. Deve funzionare perfettamente da vivo, dove tutto questo si può avvalere anche dalla fisicità degli interpreti e della ritualità del live. Su disco è un interessante documento di un progetto che però non graffia come sarebbe stato lecito attendersi.
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