Recensioni

Per Camae Ayewa, aka Moor Mother, la musica è suono, il suono è poesia, la poesia è messaggio. In questo nuovo lavoro, Black Encyclopedia of the Air, le coordinate trovate qui dalla poliedrica artista sono quelle di un hip-hop vecchia scuola nella veste, ma appunto: non è che una contingenza, una forma che hanno preso nel determinato momento (l’inizio dello scorso anno) in cui ha scritto e realizzato il disco. Meno sperimentale dell’ultimo (a suo nome) Circuit City, una vera e propria pièce teatrale in aria free jazz, Black Encyclopedia of the Air è fuoriuscito dalla penna di Ayewa durante la scrittura e la realizzazione di altri progetti. Lei, lo ha sempre detto e le sue innumerevoli produzioni e collaborazioni sono lì a dimostrarlo, ha una creatività vivace e florida; questo album è spuntato quasi spontaneamente durante il primo mese di lockdown, a marzo 2020, venendo fuori da session in studio che originariamente dovevano essere un altro disco. Proprio come il mondo che attraversa e che racconta Moor Mother, però, l’ispirazione è fluida, il messaggio trova forme impreviste, e così i dischi sono diventati due, ai quali ha lavorato simultaneamente (il secondo dovrebbe uscire tra non molto, e secondo l’artista è molto diverso).
Nelle tredici tracce che compongono il lavoro, l’artista si cimenta in un vero e proprio ruolo da produttrice/direttrice d’orchestra, regina sciamanica nel mettersi e metterci in contatto con un presente disilluso. Non è un lavoro disturbante quanto altri hanno saputo essere nella carriera di Ayewa: dopo la ofidica e digitale voce iniziale che apre la scaletta («If you knew how many times it took me to get here / To this place, right in front of you») c’è ampio spazio per beat jazzy (Mangrove), suggestioni elettroniche dal remoto retrogusto orientale (Race Function Limited, Shekere), e un generale mood al contempo caldo e spietato. Dopotutto è il mondo ad esserlo, crudele: senza se e senza ma. Le vite vissute ai confini di una società ancora razzista e fortemente discriminante raccontate in Circuit City popolano anche le pagine di questo testo, abitano nelle case popolari lasciate al degrado nonostante si paghino le tasse («We don’t receive no counselling but pay council tax / no refurbishments in our council flats», rappa Brother May).
C’è sempre quest’aura spirituale ma soprattutto comunitaria come in tutti i dischi di Ayewa: viene fuori nel lavoro ad esempio quando parla di ciò che per lei significa fare poesia e musica (Shekere), viene fuori contestualmente dalle numerose collaborazioni di cui si è avvalsa per imbastire questo discorso. Parole che vogliono arrivare a destinazione, alla sua comunità di appartenenza, ai giovani (evidentemente): per questo l’hip-hop, l’r’n’b, sono i veicoli perfetti, al servizio del messaggio e mai viceversa. Così ne viene fuori un disco più immediato, ma non per questo rinunciatario. L’abbiamo detto: la musica è prima di tutto messaggio.
Senz’altro è difficile farne un’analisi opportuna o completa, per me bianco europeo privilegiato, è però opportuno metterne in risalto ogni risonanza tanto con la disillusione tardocapitalista (Zami, una nenia tutt’altro che ideale per addormentarsi) quanto con lo spirito comunque rivoluzionario del free jazz cosmico per esempio: con quest’ultimo Ayewa condivide la fascinazione verso uno spazio-tempo liquido, non lineare. L’importanza di non perdere la comunità, la capacità di tramandare la memoria e coltivare il disprezzo per gli oppressori: Tarot condensa in uno spoken-word molto di tutto ciò, dall’importanza degli antenati come custodi dell’identità, alla violenza di una democrazia ancora fondata sulla schiavitù e sull’ipocrisia (Blackface democracy / Slave house senate). La musica di Moor Mother è messaggio, la sua musica è – più di ogni altra cosa: lotta, resistenza.
Amazon
