Recensioni

7.1

Moor Mother, tra gli innumerevoli progetti che segue e a cui partecipa, a cavallo tra 2019 e 2020 è riuscita a infilare pure questo nuovo disco, estrapolato da uno spettacolo omonimo (e sempre da lei curato) andato in scena nella sua Philadelphia lo scorso anno. Un anno dopo Analog Fluids of Sonic Black Holes la poetessa/attivissta/muscista americana si allontana qui dal dub e dalla noise-tronica, accompagnata dai suoi fidi Irreversible Entanglements in zone di esasperato free-jazz. In ogni caso non è facile parlare di un disco come Circuit City, per una serie di motivi che si stratificano l’uno sull’altro. Primo, perché non è nemmeno facile ascoltare un disco come questo: pensato, eseguito, creato come parte di una vera e propria rappresentazione crossmediale (musica, poesia, teatro, danza, visual). Secondo, perché c’è un’incolmabile distanza intrinseca tra chi scrive – bianco, tutto sommato benestante e con le chiappe al caldo – e la realtà che attraversa quest’opera, fatta di discriminazioni, violenza, precarietà, sfratti. Non facile, quindi, ma proprio per questo ancora più necessario.

Camae Ayewa sceglie qui di soffermarsi su un tema che è centrale in ogni discorso sulle disuguaglianze: quello del diritto alla casa. Lo fa mettendo al centro della propria rappresentazione le ansie e le paure di chi vive quotidianamente con il rischio di perdere un tetto, immaginando una città (appunto Circuit City) che è fittizia soltanto nel nome. Forse la dovremmo smettere di usare il termine distopia. Non perché sia superato o inattuale, bensì perché talvolta ci rende meno capaci di vedere le radici, affondate nella terra che calpestiamo qui e ora, di ciò che derubrichiamo a visione degenerata di presenti o futuri alternativi. Invece come racconta, con la voce stanca e esitante di chi sta per urlare, Moor Mother nella traccia che apre il disco “there’s been so much trauma in my life / I don’t even know where to begin”.

Quel che segue è un racconto schietto e ostico appoggiato su un tappeto musicale che altro non è se non la continuazione di Who Sent You?un flusso di coscienza che – se chiudiamo gli occhi – tratteggia istantanee impietose non soltanto a livello immaginifico ma anche e soprattutto sentimentale (nel suo significato più letterale). Molto se non tutto ruota attorno al redlining, pratica criminale che discrimina gli afroamericani in certe aree del Paese, escludendoli dalle linee di credito sulla base del colore della pelle e alimentando di fatto povertà, ricatti e disuguaglianze. Una piccola componente del complesso quanto elementare mosaico in cui si articola il razzismo, scintilla insieme a innumerevoli altre anche dei movimenti ai quali abbiamo assistito nell’estate di quest’anno.

Ci sono due momenti cardine nel disco attorno ai quali si riconoscono molti degli umori che ne fanno da scheletro. Il primo è il naufragio della voce di Ayewa nella incalzante ragnatela sonora di Circuit Break, un crescendo che sembra sopraffarla (lo fa, inesorabilmente). Poi la strenua resistenza che inizia nella successiva Time of No Time con una nenia inaspettata cantata da Elon Battle, metafora sia del processo di evasione sia soprattutto di quello di conflitto artistico (e non) che culminerà nella conclusiva No More Wires; qui davvero il (free) jazz ritorna sinonimo e strumento di lotta, emancipazione: “no more wires inside of me” – recita – “no more circuit city”. Se questo era vero un anno fa, quando lo spettacolo ha visto la luce, se le catene della Circuit City andavano spezzate allora, oggi la situazione in mezzo alla pandemia di CoVid è ancora più drammatica e urgente. Moor Mother e la sua spoken poetry lo rendono manifesto e irrinunciabile.

I quaranta minuti totali di Circuit City sono insomma difficili da raccontare com’è difficile raccontare i movimenti e le lotte: quel che resta in mente sono immagini di un coinvolgimento che prende corpo dal racconto, dalla poesia. Immagini di una distopia che è quella che abitiamo senza rendercene conto.

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