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7.5

Nelle miniature digitali delle copertine dei dischi a cui ormai siamo abituati si possono nascondere a volte significati altri che vanno bel oltre il portato del disco in oggetto. Non è il caso, almeno per chi scrive, di Analog Fluids Of Sonic Black Holes, il nuovo lavoro in solo per Moor Mother, al secolo Camae Ayewa, poetessa, musicista, attivista americana da Philadelphia. Non lo è semplicemente perché a prima vista, di sfuggita, con uno sguardo laterale e quasi sovrappensiero, ecco che la copertina del disco non raffigura quello che raffigura, quanto qualcosa che assomiglia a un “alien”. Un qualcosa di diverso, di lontano dalla quotidianità, una sorta di deformazione dell’umano, una sua modificazione… un passo oltre, chissà. Ecco, questo mio pensiero deformato dalle dimensioni del “francobollo” di copertina è in realtà una buona chiave di lettura per ciò che è contenuto oltre quella copertina: un percorso veramente personale, fatto di (rubo le parole affidate al Bandcamp dell’artista) low fi/dark rap/chill step/blk girl blues/witch rap/coffee shop riot gurl songs/southern girl dittys/black ghost songs, ossia, tradotto in un linguaggio più comprensibile ma non meno complesso, qualcosa che unisce, dilata, ingloba, rielabora, risputa noise, hip hop, dub, poesia, spoken word, elettronica post-industriale e quant’altro in una forma, ecco ancora il nostro alien, aliena e alienata di, letteralmente, afro-futurismo.

Qualcosa che si posizionerebbe, come letto in giro, grossomodo a metà tra Death Grips e Sun Ra, su cui aleggia la benedizione di Broadrick & Martin (vedi alla voce Zonal, sul cui Wrecked Moor Mother appare per una sostanziosa metà del tutto) e Gonjasufi, che prende l’utopia dal verso sbagliato (leggi, distopia) e rovescia il senso del tempo per indagare su un mondo alternativo, “altro”. E lo fa con una forza corrosiva e con delle sonorità che devono qualcosa ai nomi appena citati e a moltissimi altri, ma che assumono una fisionomia personale, un taglio ancor più acido e pungente visto che supportano una denuncia sociale di evidente e stretta attualità, ovvero le questioni razziali e di genere, ovvero le disuguaglianze, ovvero la non equità sociale, il post-colonialismo, la violenza, i soprusi. Qualcosa di molto simile a ciò che un’altra donna, anch’essa afroamericana, sta portando avanti su versanti più strettamente avant-jazz – ma in cui è facile intravedere, al netto delle differenze stilistiche, sia gli stessi punti di partenza ideologici, sia lo stesso procedere creativo – ossia Matana Roberts: anche in Analog Fluids Of Sonic Black Holes c’è infatti destrutturazione e riassemblamento di codici e canoni e una capacità onnivora nel nutrirsi di input diversi (le ruvidezze dell’industrial così come gli spirituals, il flow incisivo così come certi frammenti di registrazioni di big band jazz, le cavernosità del dub così come i canti tradizionali africani) finalizzati a un messaggio mai così ostico quanto epidermicamente necessario.

Insomma, in questo buco nero che è, realisticamente, la situazione socio-politica non solo americana, esiste un buco nero sonoro tanto eccitante quanto doloroso di cui Moor Mother/Camae Ayewa è indiscutibilmente la sacerdotessa afro-cyber-digi-punk.

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