Recensioni

Riprende da dove aveva lasciato, Camae Ayewa aka Moor Mother con questo Jazz Codes. Eravamo rimasti a quel Black Encyclopedia of the Air che l’anno scorso si è guadagnato ben più di qualche apprezzamento. Da un flusso creativo che pare inestinguibile e ininterrotto, Jazz Codes segue le orme del precedente disco e – se possibile – smussa ancora gli angoli espressivi, per tre quarti d’ora di musica decisamente più accessibile rispetto alle abitudini della Nostra. Come riferimento senz’altro Circuit City ma anche e soprattutto Nothing to Declare, a nome 700 Bliss insieme a DJ Haram.
Ma se non deve essere soltanto la riconosciuta accessibilità a guidare il giudizio, in aiuto ci viene un disco che insiste su quelli che sono i temi cardine del pensiero di Ayewa: una visione personale e insieme condivisa con il progetto Black Quantum Futurism della storia delle comunità nere afroamericane, se vogliamo anche un modo di smarcarsi dalla ormai stanca (per abuso, non per inefficacia) etichetta di Afrofuturismo. Il Black Quantum Futurism immagina, teorizza, pratica una storia che non procede linearmente e nella quale presente, passato e futuro sono influenzati costantemente e vicendevolmente: «This vision and practice derives its facets, tenets, and qualities from quantum physics and Black/African cultural traditions of consciousness, time, and space».
Pensato dunque come ideale prosecuzione dell’Encyclopedia, anche Jazz Codes è una sorta di trasposizione sonica di una – omonima – raccolta di poesie. A incastrare parole e suoni dei numerosi ospiti, c’è ancora una volta Olof Melander, produttore svedese oramai fidato per Ayewa, con il quale il disco è stato costruito da remoto. Un disco corale nel quale il processo è insieme tanto collettivo quanto personale, in quanto ognuno dei partecipanti ha lavorato “all’oscuro” del risultato finale. È l’arpa di Mary Lattimore a introdurre UMZANSI, traccia di apertura e sorta di manifesto condiviso del Black Quantum Futurism recitato come una preghiera pagana insieme a Rasheedah Phillips (altra metà, con Ayewa, del progetto). GOLDEN LADY dimostra plasticamente l’avvicinamento progressivo avvenuto con la complicità di Melander a sonorità decisamente meno crude e aspre, sfociando in un r’n’b sognante che verrà ripreso in una ODE TO MARY dedicata a Mary Lou Williams, figura tanto importante quanto oscurata dai colleghi maschi del jazz di inizio secolo. Ed è un racconto nel quale tempo e spazio si confondono, così come narratori: è Ayewa o è la Williams? I testi procedono per figure, immagini, pennellate. Una buona parte dei brani è dedicata in effetti a figure cardine del jazz e del blues: e infatti segue WOODY SHAW, soffice e obliquo downtempo hip hop che ricorda l’omonimo trombettista. Hip hop, jazz, e uno spettro fluido che abbraccia praticamente la totalità della musica nera. I riferimenti sono dunque anche alt(r)i: c’è la morbidezza sampledelica di un J Dilla in EVENING o DUST TOGETHER, e la tracklist è attraversata quasi trasversalmente da una venatura di quasi acida psichedelia, quella che gonfiava le gote del Miles altezza Dark Magus (occasione per riascoltarselo) in pezzi come ARMS SAVE (per chi scrive highlight del disco), o quella che deforma le produzioni di Ishmael Butler (cfr. una RAP JASM o BLAME). Qua e là fanno capolino anche alcuni membri degli Irreversible Entanglements, furioso progetto jazz del quale Ayewa è voce e centro pulsante (manco a dirsi): la tromba di Aquiles Navarro allestisce le vibrazioni sospese di MEDITATION RAG, mentre il sax di Keir Neuringer emerge nella lasca SO SWEET AMINA (Amina Claudine Myers, anche lei pianista jazz) o in JOE MCPHEE NATION TIME INTRO.
Il jazz dunque come pretesto per riallacciare tempi, luoghi, protagoniste e protagonisti: renderli partecipi di un unico presente nel quale le rivendicazioni hanno la forma di una BARELY WOKE (con Wolf Weston) che su uno strumentale stavolta più nervoso della media spara versi come «Every nine seconds a woman’s life is shrinking / Y’all not hearing me, but they always asking me / And my answer is always fuck this, fuck that, nigga, can’t cancel me», prima di concludersi in quella che pare un’amara constatazione («If only we could wake up with a little more urgency / State of emergency / But I feel barely woke»); oppure nella conclusiva OUTRO, che dà spazio alle parole di Thomas Stanley, attivista e professore (proprio come Ayewa, vien da dire, vista la sua recente nomina all’Università della California del Sud).
Largo, questo Jazz Codes: di ampio respiro, sia nel tempo che nello spazio. Ingloba e rielabora un’appartenenza culturale senza svenderla, mette in scena una visione senza alcun desiderio di compiacenza. In un presente gravido di immagini, Moor Mother risponde con immaginari e parole, e si conferma come una delle interpreti più originali, prolifiche e preziose di questi anni.
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