Recensioni

Nuovo progetto collaborativo per Matthew Herbert. Dopo l’esperienza di Muramuke – duo condiviso con Barbara Panther in area post-coloniale – il musicista concettuale dal passato proto-micro house si ricongiunge idealmente alla sua traiettoria anni ’90, e in particolare a Around The House, per tracciare una nuova mappatura sonora. Al centro, un set variegato di groove e ritmi che fa da tela per Momoko Gill, drummer autodidatta e vocalist della scena londinese, formatasi nella vivace scena multidisciplinare di South London. Gill ha affrontato percorsi ibridi e collaborato con artistə come Coby Sey, Tirzah e Alabaster DePlume; da segnalare l’EP An Alien Called Harmony (2024), firmato insieme al poeta e rapper Nadeem Din-Gabisi, in cui emerge anche il suo talento polistrumentale.
Trait d’union qui resta l’universo soul e r’n’b, ma se nel precedente duo il tono era frontalmente politico e combattivo, qui lascia spazio a un canovaccio più vellutato ma non per questo meno impegnato (emblematica la bandiera palestinese stesa al termine del loro set al Jazz Is Dead).
Muovendosi dentro (Babystar) e soprattutto fuori dal club, Clay, debutto della coppia, scorre felpato tra ballad delicate e momenti più sperimentali, sempre con al centro il canto ultraterreno di Gill, che accarezza rotondità pop senza mai abbracciarle davvero. Brani come More And More aprono a soluzioni più groovey, intersecando psych e dub; altrove riaffiorano il bricolage pianistico e ritmico tipico di Herbert (Fallen Angel), l’amato jazz (Someone Like You), o l’eco di forme musicali globali, come nel caso di Clear Water, che liofilizza l’house in filigrane orientaliste per un soul confessionale intimo e riflessivo. Un mood che attraversa anche episodi come Heart, o il singolo Need To Run, dove la forma canzone, pur riconoscibile, si fa veicolo elastico per un suono che guarda tanto alla vena arty di Solange quanto all’intimismo di Jorja Smith.
Spontaneo e libero, Clay è un album confezionato in elegantissimi abiti estivi total white: luminoso, arioso, in qualche modo “respirante”. L’unico difetto, se proprio vogliamo trovarne uno, risiede forse in melodie che faticano a imporsi, rimanendo intrappolate in un raffinato gioco di specchi tra i due protagonisti. Ma è anche in questa tensione non risolta, in questo continuo rincorrersi tra forma e sfuggimento, che risiede il fascino più persistente del disco.
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