Recensioni

In passato Herbert è stato paragonato a una versione one man band dei Radiohead, un parallelo che ci torna utile ascoltando la prima traccia di The Shakes, l’album che dovrebbe segnare per il musicista e compositore un proseguio degli sfarzi elettronici tra disco, house, soul e swing del passato (dopo l’EP Part 6 che già seguiva i precedenti 12” numerati).
Nell’opener Battles gli elementi soul e house di Scale – album di cui rappresenta un dichiarato seguito – si sciolgono lentamente in un composto crescendo per battiti sintetici, piano e altri effetti corali, quasi come se il musicista concettuale volesse introdurci al suo ritorno all’house e alla disco dalla porta di una personale Piramid Song. Il titolo, inoltre, suggerisce che il ritorno alla dimensione “club sui generis” che da sempre caratterizza l’alias Herbert non segni una fuga dai lavori più politici e concreti (vedi la trilgia One, in particolare One Club, The End Of Silence, ReComposed: Mahler’s 10th Symphony X, il fatto che qui ogni campione sia stato costruito con oggetti acquistati rigorosamente su ebay) ma il ritorno ad un escapismo fatto di resistenza sottoculturale di Hebdige-iana memoria, un concetto su cui si è espressa recentemente anche Róisín Murphy parlando del singolo Gone Fishing contenuto in Hairless Toys.
Non stupisce dunque che la tracklist non parli propriamente la lingua dei club di oggi né di ieri, figuriamoci i riferimenti alle produzioni elettroniche odierne: Herbert è il regno del retrò e il producer qui fa un po’ ciò che vuole dentro e soprattutto fuori i cliché dell’house, riproponendo sia il suoi proverbiali incastri rigorosamente autocostruiti/campionati, sia quel soul da late night disco che all’epoca faceva interpretare a Dani Siciliano e oggi è nelle corde vocali di nuovi interpreti (Ade Omotayo, Leslie Feist). In The Shakes non potevano mancare i riferimenti un po’ swinganti dell’epoca della sua Big Band (Strong) e, in generale, quel che viene messo in pista è una dialettica tra le meccaniche elettroniche e una soul-gospel music per i nuovi campi di cotone, tutti digitali, del nostro caro, subdolo, globo neo-liberista. Così Smart è un balletto un po’ marziale per piano (disklavier?) che apre ad un siparietto di pop caraibico molto 80s (gli arrangiamenti di Club Tropicana degli Whan riscritti per il teatro danza), Stop è un ritorno a una (micro)elettronica che apre a un luccicante crescendo tra disco, gospel, house e fiati Stax assortiti, mentre Bed è un cupo abbandono chiesastico per canto/lamento simil Yorke su una nervosa base fatta di tic tac e frizioni di circuiti.
Peak conclude l’album con quello che è un proper club beat, anche qui call’n’response vocali e apertura delle trame su un delicato acquario sonoro. Come al solito Matthew Herbert è bravo nel vestire le tracce di abiti unici, caricandole di sottili messaggi politici (la dialettica dentro / fuori tra una costante minaccia incombente esterna e un teporoso disarmo umano interno), eppure nessuna delle nuove composizioni riesce a ricreare le condizioni per quel eccelso mix di fragranza festante e arrangiamenti sfarzosi che hanno fatto di Scale un album non solo riuscito, ma anche completo sotto ogni aspetto. Ciò che di fatto non funziona in The Shakes è ciò che rendeva quel disco così speciale, ovvero le canzoni, le armonie vocali e, perché no, anche gli archi registrati ad Abbey Road (qui sostituiti dai fiati). Un peccato, infine, non averci ritrovato un po’ di quel complicato (ma perfettamente fluido) jazz-soul prodotto per il Ruby Blue di Róisín Murphy.
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