Recensioni

6.3

Dopo aver completato un dottorato in “ethics of composing with sound”, aver previsto la ristampa di due vecchi remix sulla sua Accidental (Sing It Back dei Moloko (Herbert’s Tasteful Dub) del 1998 e Hoping di Louie Austen (Herbert’s High Dub) del 2002) e contribuito alla realizzazione del documentario A Symphony of Noise, che testimonia la sua attività musicale degli ultimi vent’anni, Matthew Herbert torna a pubblicare con il moniker delle origini – e cioè il solo cognome – un disco house.

Musca (il titolo deriva dalla parola latina che identifica la mosca domestica, accostamento alla modalità di produzione casalinga durante la pandemia e all’uso di suoni registrati nei dintorni della fattoria in cui vive, compresi i versi dei cani, dei maiali e dei cuccioli di volpe) è un album costruito grazie al lavoro di collaboratori con cui il produttore non aveva mai lavorato, voci nuove, pescate durante il lockdown tra contatti internet, social, scambi di email e file audio. Otto i cantanti: Verushka, Siân Roseanna, Allie Armstrong, Bianca Rose, Mel Uye-Parker, Daisy Godfrey, Y’akoto e Joy Morgan, e sei musicisti che hanno registrato parti di canzoni finalizzate poi dal mastermind (per la cronaca Nick Ramm, Tom Herbert, Tom Skinner, Finn Peters, Cevanne Horrocks-Hopayian e Leo Taylor).

Il lavoro torna parzialmente alle sonorità di Bodily Functions (!K7, 2001), cioè a una deep house supervellutata, sciccosa, elegante e incanalata su binari che non propongono niente di nuovo rispetto a quanto già detto dal musicista inglese. Il che non è necessariamente un male. La novità non è richiesta a chi bazzica nell’ambiente da più di vent’anni e ha attraversato innumerevoli mondi, quali la musica per colonne sonore, la house da club, la sperimentazione concreta, le big band d’antan, ecc. Quello che invece si potrebbe richiedere è l’intensità del messaggio poetico, che trova poche giustificazioni nello spleen e nelle solitudini da lockdown qui proposte o soltanto accarezzate.

L’opener Two Doors si rifà alla proposta del primo Nicolas Jaar, Hypnotised è una deep da aperitivo in velluto, Fantasy utilizza qualche reminiscenza tribal con aggiustamenti in autotune, Might As Well Be Magical ripropone arpe e spazi sonori à la Björk, Let Me Sleep vira su atmosfere soul jazz, The Impossible si riallaccia alle sue uscite più performative, The Horror cuce la bella voce di Allie Armstrong con pennellate di archi (uno dei pezzi più ispirati del disco), Be Young cade su ampollosità inutili e a chiudere Gold Dust su linee jazzy-beats.

Coerente con la storia dell’autore ma aggiornato alle produzioni di Four Tet (si sente l’eco qui e là di Only Human), Caribou ma anche se vogliamo ai nostri Clap! Clap! e Populous, Musca è prodotto con eleganza e classe, i timbri e i suoni sono come al solito molto curati, eppure, come tutti i lavori di questo tipo in cui è la maniera a prevalere, finiscono inevitabilmente sullo sfondo fino a scomparire. Un ascolto attento rileva l’ampollosità della proposta più che esaltarne la levigatura, e così la parte melodica, il songwriting, mai incisivi o memorabili.

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