Recensioni

Volti, abiti e maschere che David Bowie ha indossato (incarnato) nel corso della carriera costituiscono l’aspetto evidente di un processo espressivo mutevole, proteiforme, nel quale elementi ricorrenti hanno costituito la griglia su cui il musicista inglese ha strutturato nel tempo una affascinante e talvolta misteriosa dinamica di cambiamenti. Il personaggio (la sua manifestazione) e le opere (musica in primis, ovviamente, ma anche recitazione) hanno finito per sovrapporsi e compenetrarsi, gli uni sostanziando le altre e viceversa, confondendo in molti modi peculiari il confine tra realtà e finzione. E rendendo particolarmente gustosa – nonché critica – una domanda: chi era, realmente, Bowie?
Da cui discende un interrogativo ulteriore: qual è il senso di chiederselo? Al di là di una comprensibile ma tutto sommato accessoria curiosità/morbosità da fan, scrutare nel privato – nella realtà – di un artista cosa può dirci davvero della sua arte? O forse può dirci qualcosa sui meccanismi per cui l’arte, in ogni sua forma, ha il potere di affascinarci? Su questo piano di ragionamenti, l’artista registrato all’anagrafe come David Robert Jones suggerisce numerosi ambiti di approccio, anse in cui attraccare per avviare l’esplorazione.
Ad esempio, Matteo Tonolli sceglie di aggredire il versante visivo, in particolare quello inerente gli shooting fotografici, gli artwork e i videoclip. Looking For Bowie è un saggio che raccoglie trentasette interviste effettuate negli anni a fotografi (soprattutto), grafici, registi, pittori, ballerini, produttori e musicisti che hanno incrociato il cammino di Bowie dall’epoca di Ziggy fino all’enigmatico cupio dissolvi di Blackstar. Ogni capitolo traccia in modo sintetico il profilo dell’intervistato, evidenziandone l’importanza nel suo ambito professionale (assai opportunamente: in alcuni casi sono nomi poco noti al grande pubblico), talvolta aggiungendo in calce all’intervista la recensione di un’opera editoriale significativa.
È dunque con la meticolosità dell’appassionato di arti grafiche e fotografia che Tonolli conduce i dialoghi, distribuendo tanto entusiasmo quanta competenza, mantenendosi ben lontano dai pruriti del gossip per tentare invece di cogliere nell’aneddotica dettagli e risvolti in grado di aggiungere pennellate al ritratto di Jones/Bowie. Pagina dopo pagina, si irrobustisce la sensazione che uomo e artista siano sostanzialmente sovrapponibili, pur mantenendo entrambe le dimensioni una quota di intangibilità, di non raccontabile, che a ben vedere rappresenta il serbatoio di ogni vicenda artistica degna di questo nome.
La frequenza con cui gli intervistati ripetono aggettivi come “divertente”, “disponibile” e “umile” sembra andare oltre la naturale propensione all’agiografia che è naturale attendersi dopo il 10 gennaio del 2016. Lo stesso vale per altri aspetti già noti, tipo il modo in cui Bowie era solito individuare i futuri collaboratori, fidando più sull’istinto che sul consolidato (come quando si rivolse alla quasi esordiente fotografa Myriam Santos all’epoca di Heathen, oppure quando, bisognoso di una corista per Absolute Beginners, ingaggiò Janet Armstrong senza mai averla sentita né conosciuta, solo perché suo fratello, il chitarrista Kevin, gli disse che era disponibile), spesso contattando direttamente il prescelto senza preavviso (Tim Bret-Day: “Essere chiamato al telefono, da lui, direttamente a casa, mentre guardavo la serie tv EastEnders… è stato assurdo. A essere sincero pensavo fosse uno scherzo”).
E gli scherzi, appunto, quel dissacrare la propria aura con un umorismo anche spiazzante, come quando si presentò a un party del grande fotografo Greg Gorman – presenti Mickey Rourke, Charlie Sexton, Bette Midler… – col viso pesantemente truccato senza che nessuno osasse farglielo notare, per poi rinfacciarlo sarcasticamente allo stesso Gorman (che ribatté: “Ma cosa cavolo ti aspetti che la gente dica, tu sei il fottuto David Bowie!”).
Altro aspetto ricorrente è l’ampio spettro di interessi in campo artistico, che lo vedeva interessato – come ben sintetizza Jonathan Barnbrook – “all’arte dei fumetti così come alla pittura rinascimentale”: quest’ultimo campo in particolare lo vedeva così ferrato da consentirgli di improvvisarsi cicerone in Vaticano a beneficio di un gruppo di visitatori (episodio riportato da Brian Aris). E via discorrendo.
Tonolli mantiene il focus su Bowie, ovviamente, ma non perde l’occasione per fare luce su un mondo – quello della fotografia e degli artwork in particolare – forse non abbastanza esplorato dagli appassionati di pop-rock, e che pure costituisce un aspetto organico se non decisivo per un disco o un tour (indubitabilmente Bowie lo riteneva tale). Poi, certo, ci sarebbe da considerare quanto oggi, con la vaporizzazione dei supporti fonografici, coi concerti sempre più pianificati ed embedded, con la diffusione di dispositivi fotografici sempre più performanti e a buon mercato nelle tasche di addetti ai lavori e non, il senso stesso della fotografia per il pop-rock sia drasticamente cambiato (argomento che ogni tanto, in effetti, viene affrontato in queste interviste).
Nel complesso Looking For Bowie è insomma un volume interessante, che non pretende certo di esaurire il percorso di scoperta di Bowie/Jones, ma appunto insiste sul fascino del cercare, di farsi catturare dall’orbita di una stella tanto luminosa quanto oscura, di accettarne l’incantesimo della complessità. Perché, come disse quel tale, per ogni situazione complessa esiste una risposta semplice, ma non è quasi mai quella giusta. Sicuramente, non è quella definitiva.
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