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7.1

L’opera di David Bowie è disseminata di non pochi capolavori riconosciuti, tra glam, rock, proto-new wave e pop, ma allo stesso tempo è tanto variegata ed eclettica da nascondere – nelle sue sterzate improvvise di commistioni tra generi diversi, colonne sonore e cambi di rotta imprevedibili – alcuni album che anche la stessa fanbase ha dimenticato in fretta, mai assurti a veri e propri classici, vuoi perché meno efficaci in termini di scalata alle classifiche, vuoi perché meno incisivi nel trovare una loro identità anche presso le nuove generazioni di potenziali adepti.

Più o meno in questo contesto si colloca Black Tie White Noise, disco dalla natura assolutamente ibrida, affascinante nei risultati ma difficilmente collocabile nello stesso catalogo del suo autore. Dopo l’archiviazione del progetto Tin Machine e il recupero delle proprie potenzialità (anche economiche) con il Sound and Vision Tour, Black Tie White Noise doveva segnare il riscatto personale, con un ritorno in grande stile in qualità di performer solista. Le note di copertina del booklet hanno una lista di collaboratori così lunga da portar via alla lettura un buon quarto d’ora, facendo intuire quanto la realizzazione dell’album debba essere costata in termini di tempo, energie e denaro. Non è un caso che per la produzione Bowie richiami Nile Rodgers, che esattamente dieci anni prima con Let’s Dance gli aveva regalato i vertici di un successo senza precedenti (causandogli però, sul lungo termine, una vera e propria deriva creativa dalla quale avrebbe faticato a riprendersi). Questa volta però il fiuto e gli slanci commerciali dell’ex Chic vengono arginati e tenuti a bada in favore di un’opera intenzionalmente più complessa e stratificata, ma non priva di qualche problema.

Il disco, inciso tra Montreux, New York e Los Angeles, è racchiuso tra le due tracce quasi omonime The Wedding e The Wedding Song (la seconda è la rielaborazione in formato canzone dell’intro strumentale) che, per quanto accomunate dalla medesima melodia sognante e ariosa c’entrano poco con quasi tutto il resto delle incisioni e adempiono più che altro al dovere di urlare al mondo la propria gioia nell’essere recentemente convolato a nozze con la modella Iman Abdulmajid. La maggior parte delle tracce mescola rock, disco-music, acid-jazz, groove elettronico sperimentale con venature medio-orientali, virando in modo deciso verso la black music nelle sue varie declinazioni gospel, hip-hop, blues e soul.

La title track consiste in un duetto con Al B. Sure! (proveniente da quello che all’epoca viene definito il new jack swing) e, oltre a trarre ispirazione dalle rivolte losangeline del 1992, è simbolicamente un’allusione al superamento e alla fusione dei confini dei generi (non solo musicali) tra le persone di razza bianca e quelle di colore. Niente che, in apparenza, un qualsiasi fan del Duca Bianco potesse mai aspettarsi – quantomeno all’epoca – anche se in effetti non dovrebbe stupire; dopotutto già con Young Americans aveva omaggiato la musica nera, che tanto lo aveva attirato da giovanissimo in quel di Brixton.

Nella tracklist figurano addirittura quattro cover: mai Bowie aveva osato tanto (nemmeno nel frettoloso e mediocre Tonight). In I Feel Free dei Cream la collaborazione più sorprendente, ovvero il ritorno di Mick Ronson. Il vecchio Spider non entrava in uno studio di registrazione con David da almeno un ventennio e l’occasione poteva potenzialmente garantire l’acquisto a scatola chiusa del disco per almeno metà dei fan. In realtà Mick quasi non fece in tempo a sentire il suo apporto, così sovrastato da sintetizzatori e sovra-incisioni, dal momento che venne prematuramente strappato alla vita da un cancro appena ventiquattro giorni dopo l’uscita del disco. Forse non il miglior testamento possibile. Se la spasmodicamente elettronica Nite Flights è un sentito tributo a Scott Walker, in I Know It’s Gonna Happen Today viene rifatto magistralmente il verso a Morrissey (in un brano, peraltro, originariamente bowieanissimo e prodotto proprio da Ronson l’anno prima in Your Arsenal), mentre in Don’t Let Me Down & Down viene ricantata in inglese una romantica ballata africana del 1988 (T Beyby, del mauritano Tahra Mint Hembara, una delle canzoni preferite di Iman).

Per quanto riguarda i tre singoli estratti, David fa centro soprattutto con Jump They Say, una travolgente funk-rock song in cui rievoca liricamente ed emozionalmente lo stato mentale e il triste epilogo della vita del fratellastro Terry, da poco morto suicida sotto un treno dopo molti anni di ricovero nell’ospedale psichiatrico londinese di Cane Hill. Nel relativo videoclip diretto da Mark Romanek Bowie osa creare una versione alternativa di se stesso, in una sorta di dimensione onirica, complessa e stratificata, a metà strada tra il mondo distopico di 1984 e un’estetica ispirata profondamente a certa cinematografia degli anni ‘60 (2001: A Space Odyssey, Alphaville, The Trial… e quantomeno un paio di titoli di Alfred Hitchcock), con un’importante citazione finale del “beautiful suicide” di Evelyn McHale.

Negli altri due estratti, Black Tie White Noise e Miracle Goodnight, sia che si invochi rispettivamente la giustizia interrazziale o si esalti il sentimento amoroso, il cantante imbastisce ciò che sa fare meglio: ritornelli accattivanti e cantato magistrale su groove assolutamente perfetti, così adatti al disco-club da generare una lista sterminata (e pericolosamente inutile) di remix e alternative version come b-side. Anche qui non si può non raccomandare di recuperarne la controparte visiva, quantomeno per non perdersi – nel primo caso – Bowie che si esibisce in un ghetto iper-colorato (ancora a firma Mark Romanek), oppure – nel secondo – ritornare per qualche frazione di secondo nuovamente nei panni di una versione aggiornata del Thin White Duke e soprattutto calarsi in quelli di un verosimile e squisito Buster Keaton a colori (per Matthew Rolston).

Tra le file dei musicisti figurano altri tre chitarristi: Wild T Springer, Reeves Gabrels (direttamente dai Tin Machine e compagno di viaggio per tutti i Novanta) e lo stesso Rodgers. E poi il ritorno – ancora direttamente dai Seventies – del pianista Mike Garson. Tra gli altri brani, la mantrica Pallas Athena (pubblicata anche come 45” per le club houses sotto lo pseudonimo Tao Jones Index) pare indicare la direzione che l’ex marziano del rock avrebbe preso qualche anno più tardi parzialmente su 1.Outside ma soprattutto con Earthling (tacendo degli esperimenti coevi della soundtrack di The Buddha Of Suburbia), mentre Looking for Lester è un altro strumentale con la ‘sfida’ tra il sax di David e la tromba del casualmente quasi omonimo Lester Bowie. Il jazzista americano compare su metà dei pezzi del disco, lasciando una precisa impronta stilistica e fungendo da perfetto contrappunto musicale al sassofono di David, sicuramente non un virtuoso dello strumento ma in grado di utilizzarlo sapientemente in modo impressionistico, come pennellate energiche e vivide sulla tavolozza del pentagramma.

Per un artista di questo calibro sarebbe riduttivo limitarsi a parlare della produzione musicale: anche il versante visuale ha una funzione estetica precisa. Il periodo di uscita di Black Tie White Noise viene accompagnato da diverse sessioni fotografiche, tra cui è significativo ricordare almeno quella con il suo nuovo protégé, Brett Anderson degli Suede. In essa i due cantanti posano per Anton Corbijn, rievocando forse inconsapevolmente gli scatti di Terry O’Neill, quando Bowie aveva incontrato William Burroughs nel 1974. E poi, un EPK di circa un’ora diretto da David Mallet, con le performance in playback di sei brani presso gli Hollywood Center Studios inframezzate a una intervista esclusiva e a qualche backstage delle sessioni di registrazione. Viene anche commercializzato Jump, un CD-ROM che permette agli utenti di manipolare il videoclip ufficiale, qualcosa che per l’epoca pre-Internet era tanto avveniristico quanto limitante. Un banco di prova per il futuro pioniere della Rete.

La nuova fatica regala a Bowie la soddisfazione di raggiungere la vetta della classifica britannica (non accadeva dai tempi di Absolute Beginners) e una presenza quasi costante sulle emittenti televisive. Paradossale che per un disco così orientato (e ispirato d)ai generi d’oltreoceano i risultati fossero invece più tiepidi nel continente americano. Ma su questo deve aver pesato anche la decisione di non intraprendere alcun tour.

Riascoltato oggi, Black Tie White Noise suona ancora funky, jazzy e dance al punto giusto, un disco ballabile e dal ritmo travolgente che sarebbe un peccato non rivalutare. Sonorità eleganti e invecchiate piuttosto bene, un passo nella giusta direzione da parte del suo autore per riappropriarsi della propria carriera, ma anche un piccolo seme che molto più avanti nel tempo avrebbe generato qualche idea per creare Blackstar: l’orientamento al jazz, l’utilizzo prevalente del sassofono, la grande attenzione e la ricercatezza delle percussioni. Cercandone il formato fisico, potreste trovare la ristampa che include i vari remix e una manciata di canzoni corollario dell’epoca: Don’t Let Me Down & Down cantata in indonesiano e quelle che fatichereste a considerare incisioni di Bowie ma che potrebbero trascinarvi sulla pista da ballo, Real Cool World e Lucy Can’t Dance.

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