Recensioni
Le storie dietro le canzoni - Volume 1 (1964-1976)
David Bowie CHANGES
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Matteo Tonolli
- 17 Novembre 2020

L’editoria internazionale e quella italiana continuano a trovare occasioni per pubblicare qualcosa su David Bowie. A distanza di quasi cinque anni dalla scomparsa dell’artista britannico il suo lascito continua essere materia di studio e analisi, sia dal punto visivo (e qui nella sua declinazione fotografica la strada è ancora lunga) che da quello tematico e musicale (con serio rischio di diventare pericolosamente ripetitivi).
Le sette edizioni inglesi della dettagliatissima The Complete David Bowie di Nicholas Pegg (soprannominata Enciclopedia) hanno avuto solo tre ristampe tradotte nella nostra lingua, ancora qualche anno prima dal clamore della morte e della definitiva resurrezione artistica di Bowie. Arcana non proseguì l’aggiornamento lamentando basse previsioni di vendita, e forse questo era dovuto proprio all’allora iniziale sovrapporsi di diverse pubblicazioni. È curioso perciò come nella generale crisi di mercato, Paolo Madeddu sotto la bandiera Giunti trovi spazio per proporre il suo primo volume intitolato (un po’ semplicisticamente) Changes – Le storie dietro le canzoni. La ‘sfida’ a Pegg è posta ‘solo’ sul piano musicale, dal momento che il collega d’oltralpe proponeva un’analisi assolutamente esaustiva anche sul piano biografico e audiovisivo (cinematografico, teatrale e televisivo…). Quella del giornalista italiano è una scelta tutto sommato interessante e avveduta, non fosse che la materia di indagine rimane comunque particolarmente insidiosa per vastità e contenuti. La schizofrenica produzione discografica di Bowie (qui è proprio il caso di dirlo) metterebbe in difficoltà chiunque.
Madeddu affronta il lavoro a testa alta: album dopo album, canzone dopo canzone, demo dopo demo. Dai primi vagiti in studio di Robert Jones, attraverso cover e tentativi di autorialità compositiva con innumerevoli e scalcinate band (però incrociando improbabilmente alcune ragguardevoli personalità del panorama musicale a venire), fino alla sua affermazione solistica, il trionfo nel glam, i tour in patria e all’estero, le avventure americane… Per ogni brano vengono riportati diligentemente particolari tecnici e storici degni di nota, arricchendoli del contesto nei quali si svilupparono. Inevitabilmente si perde qualche dettaglio, non si approfondiscono come si dovrebbe degli aspetti meritevoli di maggior attenzione e si incespica in qualche svista che i fan più attenti ed esigenti potrebbero non perdonare mai. Possiamo però affermare che fondamentalmente l’obiettivo viene centrato.
La lettura è molto scorrevole e risulta meno ‘scientifica’ e dotta della sopracitata Enciclopedia. Anche perché venata talvolta di un (più o meno) sottile umorismo. Encomiabile l’intenzione di sintetizzare gli apparati critici inglesi anche più recenti e soprattutto internazionali (libri, magazine, documentari…) infondendo quando possibile al tutto un’ottica italiana (al netto di qualche curiosa esagerazione). I nuovi adepti del Duca troveranno pane per i loro denti, mentre se gli aficionados di più longeva fedeltà sospenderanno la propria intransigenza, potrebbero aggiungere una piacevole lettura alla collezione del loro beniamino. Può essere interessante ripercorrere (e riflettere su) il percorso che in soli 12 anni ha portato un diciassettenne sconosciuto, bizzarro e apparentemente troppo inesperto a diventare un imprevedibile dio del rock. Inoltre non è trascurabile come l’autore vada a considerare tutto quello che negli ultimi anni è stato pubblicato ufficialmente dalle case discografiche (cofanetti, riedizioni, ristampe) e quanto considerevolmente è apparso sulle piattaforme di streaming.
Si parlava poc’anzi di sfida. Changes si ferma al 1976 e lascia Bowie sull’orlo di nuovi e diversissimi orizzonti musicali: la ‘trilogia’ berlinese e la fondazione della new wave nell’ultima parte della sua golden age, le vette e gli abissi della produzione eighties, l’esperienza dentro una ‘macchina di latta’ (quanto di più lontano possibile dalla navicella di Space Oddity) e la complicata, lenta e diversificata rinascita artistica. Più tante collaborazioni, progetti, riproposizioni e auto citazioni che costituiscono un terreno assai scivoloso. Più che altro una palude anche per il critico più navigato. Madeddu non dovrà sottovalutare la materia da pubblicare in futuro e ci auguriamo non cada anche lui nell’errore di operare – come troppo spesso è accaduto – una sintetica ellissi di quanto pubblicato ad esempio negli anni ‘90. Una seconda parte di carriera meno fitta di album non potrà necessariamente corrispondere ad una minor azione di indagine. Lo aspettano quasi quarant’anni di discografia ma una maggiore complessità di significati. Con Bowie è quest’ultima forse la più ardua, e al contempo eccitante, prova da sostenere.
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