Recensioni

7.8

Brilliant Adventure (1992-2001) è il quinto box antologico (disponibile in CD e vinile, oltre che in streaming) che in pochi anni Parlophone propone ai fan del Duca Bianco.

Breve riepilogo. Dopo le prime tre ottime uscite Five Years, Who Can I Be Now? e A New Career In A New Town dedicate ai gloriosi e inappuntabili anni ’70 (tanto da essere acquistate praticamente a scatola chiusa, vista la serie invidiabile e soprannaturale di capolavori, oltre che di successi in classifica… al punto da ‘giustificare’ addirittura l’estromissione del primo omonimo album), la casa discografica ha dovuto affrontare il problema di rendere sufficientemente allettante il prodotto successivo, visto il calo artistico dei contenuti degli anni ‘80 (nonostante il travolgente successo dei singoli tratti da Let’s Dance e qualche altra hit). A un certo punto la pulizia del suono, l’inclusione di alcuni live, il nuovo packaging e la raccolta di tracce più o meno inedite non erano più sufficienti a scongiurare un possibile crollo delle vendite. Ecco perché in Loving The Alien si era deciso di partorire una piccola mostruosità, ovvero il completo rifacimento dell’album Never Let Me Down, pur affidandosi a vecchi collaboratori di fiducia del musicista passato nel frattempo a miglior vita (e quindi senza possibilità di veto al progetto). L’esito in realtà non era del tutto negativo, anche se filologicamente assai discutibile.

Quanto troviamo nel nuovo box, che va a coprire quasi l’intero decennio degli anni ‘90 (l’esperienza discografica con i Tin Machine presenta ancora problemi di copyright e presumibilmente un giorno vedrà la luce in un cofanetto a parte), è non solo meritevole di grande attenzione, ma anche degna di una doverosa rivalutazione. Per David Bowie, così come per qualsiasi altro artista sopravvissuto alle montagne russe dei 70s, sarebbe inutile paragonare la nuova produzione a quella dell’epoca, dal momento che era passata troppa acqua sotto i ponti. Eppure proprio l’ex Mr. Polveredistelle fu tra i pochissimi a riguadagnare terreno e afflato artistico, dimostrando una schizofrenia discografica degna del suo passato.

Per ciascuno dei 4 album ufficiali David riuscì a piazzare in classifica alcuni dei singoli estratti, ma ormai era circondato da una giungla discografica nella quale faticava a distinguersi, sebbene dimostrasse ancora lungimiranza e smalto, talvolta gettandosi a capofitto, paradossalmente con eccessivo entusiasmo e sfrenata inconsapevolezza. In realtà tutti questi dischi hanno più di una ragione per tornare ad essere riconsiderati. Black Tie White Noise è uno strano e affascinante pastiche jazz-rock per il quale venne arruolato letteralmente uno stuolo di vecchi e nuovi collaboratori (non si può fare a meno di citare Mick Ronson), 1.Outside (qui la nostra recensione) rappresenta ancora il massimo azzardo non solo musicale del suo autore, coadiuvato dalla produzione di Brian Eno, mentre Earthling è invecchiato piuttosto bene, considerando gli entusiasmi e gli eccessi della jungle virata in drum’n’bass. Infine Hours, pur faticando a trovare un perfetto equilibrio tra le sue tracce, anticipava un ritorno alla classicità e una maggior attenzione per la melodia senza troppi fronzoli. E poi The Buddha of Suburbia: troppo a lungo considerato una colonna sonora (che di fatto non è), libero da qualsiasi vincolo, ricco di brani strumentali e inciso in pochissimo tempo con un esiguo manipolo di musicisti.

Lo specchietto per le allodole del box è invece Toy, il cosiddetto album perduto, mai ufficialmente pubblicato ma in qualche modo sfuggito agli archivi ed emerso in rete intorno al 2011. All’epoca creò qualche sussulto tra i fan, ma fondamentalmente fu ignorato dalla critica, anche perché la qualità dell’audio e la ‘liquidità’ del formato ne impedivano la fissazione all’interno del canone bowieano. Ora tutto torna a posto e il disco di cover dei propri brani degli anni ‘60 (più tre inediti) viene giustamente legittimato. Qui David dimostra una forma vocale smagliante e un notevole cambio di registri, in una scaletta abbastanza discontinua tra ballate strappalacrime (Conversation Piece, The London Boys, Shadow Man) e riuscite canzoni pop-rock vecchio stile (Can’t Help Thinking About Me, In The Heat Of The Morning, You’ve Got A Habit Of Leaving). Una appendice piacevole ma non eccelsa ad una discografia che non ha più nulla da dimostrare. Piuttosto Toy risulta significativo per il percorso musicale successivo dell’artista, che proseguirà con Heathen.

Assai più godibile il bel doppio live registrato il 27 giugno del 2000 presso il BBC Radio Theatre: 20 brani (5 in più rispetto all’edizione limitata pubblicata quell’anno) che costituiscono un vero e proprio best di una quarantennale carriera: la rappresentazione di ogni repentina sterzata musicale e quindi i vari generi con i quali Bowie si era cimentato (pop, folk, glam, rock, jungle…). I tre dischi di ‘rarità’ invece pescano a piene mani tra singoli, b-sides, soundtracks, remix e progetti paralleli. Non mancano episodi interessanti (A Foggy Day In London Town con Badalamenti o il rifacimento in salsa glam del classico degli Who Picture Of Lily), ma di fatto è il punto debole dell’antologia. Come per quelle precedenti, Parlophone tralascia alcune tracce e non propone nulla di realmente ghiotto e inedito per i palati più esigenti. Interessante invece il libretto allegato con le testimonianze dei musicisti e alcune foto mai viste prima. A conti fatti un cofanetto che sottolinea la significativa rinascita artistica di Bowie, scandita da affascinanti esperimenti musicali che guardano al passato solo in minima parte e che allo stesso tempo sono stati determinanti per arrivare vent’anni più tardi a Blackstar, il capolavoro definitivo. Ma quella sarà un’altra storia e un altro cofanetto.

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