Recensioni

7.3

Dopo quasi due anni dal primo volume (Changes 1964-1976), Giunti pubblica il secondo e conclusivo Blackstar 1977-2016, dedicato alle canzoni di David Bowie e firmato da Paolo Madeddu. All’epoca la nostra recensione auspicava nel prosieguo la massima completezza possibile, nel rispetto degli ultimi album, in quanto meritevoli di una attenta rivalutazione, indipendentemente dalla consacrazione finale ricevuta con il disco Blackstar.

Non sappiamo se la tempistica editoriale sia casuale, ma ad ogni modo risulta piuttosto azzeccata, visto che nel momento in cui scriviamo sta per essere proiettato anche nelle nostre sale cinematografiche Moonage Daydream, il documentario evento di Brett Morgen, precedentemente presentato a Cannes e che promette – sin dai trailer – un’esperienza audio-visiva degna di nota. Ecco perché Le storie dietro le canzoni si presta come un ottimo approfondimento per fan e neofiti.

L’autore dei due volumi ha attinto da una grande mole di fonti per narrare temi, origini, influenze, stili, tecniche di composizione, aneddoti e dettagli tecnici su tutti i brani pubblicati da Bowie. Se la prima parte risultava leggermente ridondante e particolarmente densa (la media di quasi un album per ogni anno solare), qui invece c’è una più razionale e decisamente lucida analisi del restante corpus poetico di Bowie. Ancora una volta, prima di passare al setaccio ogni traccia (tutto in ordine cronologico), viene dedicato ampio spazio a introdurre e inquadrare ciascun album. È particolarmente appassionante seguire i cambi di rotta artistici e le vicissitudini che hanno portato alla genesi e allo sviluppo di opere così diverse. Madeddu esplora la celebrale ‘trilogia berlinese’ con le sue imprescindibili appendici discografiche (The Idiot e Lust for Life, co-firmati con Iggy Pop) ma anche l’ennesimo capolavoro Scary Monsters. È notevole l’analisi fatta di quanto arrivò sulle vette e negli abissi delle classifiche durante gli anni ‘80, sia come album che come singoli o colonne sonore, oltre che le collaborazioni (narrata in modo avvincente quella con i Queen). Dalla bizzarria del progetto Tin Machine si accenna poi al Sound and Vision Tour, per poi sottolineare pregi e difetti di Black Tie White Noise, forse uno degli album più sconosciuti dell’ex Ziggy Stardust, ma niente a confronto con l’interessantissimo concept travestito da soundtrack The Buddha of Suburbia.

Già fino a qui la materia trattata basterebbe e avanzerebbe per alimentare la carriera di un qualsiasi prolifico artista e di conseguenza mandare in confusione il critico più navigato. L’autore si destreggia piuttosto bene, citando le contraddizioni di Bowie emerse dalle interviste e raccontando quanto effettivamente prodotto in sala di incisione, con un occhio all’attività live e non ignorando le versioni alternative di canzoni pubblicate su album e singoli, più una miriade di remix vari lungo tutto il corso degli anni ’90, oltre a considerare le ristampe e il materiale postumo. È vero che la mole di dettagli condensati da Nicholas Pegg nella sua Enciclopedia è difficilmente raggiungibile, però Madeddu riesce a darne una valida e personale versione attraverso fonti alternative e, in particolare, fornendo una godibile prospettiva dell’apparato critico italiano, anche perché Bowie sin dalla fine degli anni ’80 e fino all’inizio dei ’00 bazzicò sempre più nel nostro paese (oltre ai tour e le interviste, alcune comparsate televisive).

1.Outside, Earthling,Hours… e Heathen vengono analizzati al pari di altri progetti paralleli non solo discografici (Bowie pittore, attore e imprenditore) dentro un prisma di rimandi, influenze attive e passive, (auto)citazioni, visioni, evocazioni… una follia schizofrenica che alcune volte deve ritornare ai Seventies e fare la felicità di un qualsiasi potenziale amante del multiverso bowiano. 

Con la precedente uscita Madeddu rivelava di essere appassionato ma non fan(atico) del Sottile Duca Bianco. Da questo deriva probabilmente l’imparzialità sul materiale trattato (non si può dire altrettanto di Pegg), come ad esempio quando la narrazione verte su Reality, un buon disco che all’epoca venne un po’ bistrattato. La trattazione su The Next Day e Blackstar (con Lazarus) non riserva troppe sorprese, due progetti che forse devono ulteriormente sedimentare nelle coscienze degli ascoltatori. Piuttosto efficaci l’organizzazione e la divisione dei vari episodi lirici in mini paragrafi, con tanto di calzanti sottotitoli o citazioni, spesso venate di pungente ironia. Di volta in volta viene spesa qualche parola anche sulla maggior parte dei videoclip, materia imprescindibile per un compositore che basò così indissolubilmente quanto scriveva sulla sua immagine e sui suoi diversissimi atti performativi. Nel riportare i principali risultati in classifica, è piacevole anche l’occasionale accenno ai risultati del consumo in streaming.

Sebbene non venga tralasciata alcuna incisione (si rasenta il numero di 300 composizioni!), permangono alcuni interstizi non citati e più di qualche approfondimento possibile. Globalmente risulta però un lavoro esaustivo, con la giusta attenzione per i dischi pubblicati a cavallo del nuovo millennio. Chi volesse, potrebbe colmare gli eventuali vuoti e fantasticare con le pubblicazioni di Francesco Donadio (Fantastic Voyage, L’Arte di Scomparire, Tutti gli Album). Anche se con Bowie non si può mai dire, i due volumi della Giunti si candidano ad essere in Italia la pubblicazione editoriale definitiva dedicata al canzoniere di uno tra i più talentuosi ed eclettici artisti di sempre.

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