Recensioni

Nel mondo di Marty Supreme tutto scorre alla velocità di una pallina da ping pong. Non c’è un attimo di tregua; tutto si affanna, come il respiro accelerato di chi è bagnato dal sudore con lo sguardo rivolto a un colpo da anticipare, e un altro a cui rispondere. Marty Mauser non è mai esistito, eppure sembra reale; sembra vero non tanto perché ispirato alla figura di Marty Reisman (medaglia di bronzo ai mondiali di tennistavolo) quanto per il suo farsi perfetta personificazione di quell’ossessione tutta americana di realizzare le proprie ambizioni. Detestabile eppure magnetico, idiosincratico eppure ben quadrato, bugiardo eppure fedele: vive nel personaggio interpretato con maestria da Timothée Chalamet quella dualità a stelle e strisce fatta di attrazione e paura, seduzione e violenza.
Marty corre, scappa, diventa la pallina che lancia durante i set di ping pong; lo fa per scappare da responsabilità che non vuole prendersi, lo fa per non mettersi nei guai, lo fa perché incapace di incassare un “no” come risposta. Ecco perché la cinepresa di Josh Safdie compie una danza che lo avvicina al giovane per poi distaccarsene immediatamente. Come una ruffiana d’altri tempi, la macchina da presa vuole rendere vittima ogni singolo spettatore del fascino del suo protagonista, captandone ogni micro-espressione così da renderlo ora simpatico, adesso riluttante, ora seducente, adesso ripugnante. Figlio di una riproduzione monogenitoriale, Marty Supreme è fratellastro di altre creature nate dalla mente e dalla cinepresa di Josh Safdie. Senza l’appoggio del fratello Benny, il regista riesce comunque a reiterare quelle aspirazioni dionisiache e cadute in inferni personali restituite in Good Time e Diamanti Grezzi. Torna, pertanto, quello sguardo ravvicinato che tutto coglie in un esasperante iperrealismo, soffocando i propri protagonisti, fino a imprigionarli tra sbarre invisibili che impedisce loro di liberarsi in abbracci e rapporti interpersonali, se non per fugaci spinte di egoistiche intenzioni. Già, perché tanto per Marty, quanto fu per Connie Nikas (Robert Pattinson) e Howard Ratner (Adam Sandler) l’affetto si misura in profitto e giovamento. L’ossessione per un sogno che può tramutarsi in incubo consuma Marty, gli inaridisce spirito e cuore; eppure basta un punto vincente, o un vagito infantile, perché tutto al suo interno si faccia di nuovo terra fertile, ricca di ritrovata umanità.
Per due ore e mezza Marty si muove su fili invisibili che lo separano tra il successo e il declino finale, come un attore senza copione su un palcoscenico improvvisato. Nessuna luce della ribalta ad accoglierlo: solo toni desaturati, una patina sgranata, che sa di amatoriale, di vintage, di un qualcosa colto di sorpresa da una qualsiasi super 8 e adesso pronto a ripetersi all’infinito, come una partita di ping pong senza epilogo. Nessuna fotografia appariscente, nessun colore acceso: Marty non è una star; è solo un ragazzo ambizioso che corre, scappa, elucubra piani, tradisce mentendo e sogna cadendo. La sua vita non avrebbe nulla di eccezionale se non scorresse sulla sua superficie quell’ossessionante ambizione che lo spinge a superare i limiti, a riempire lo spazio di bugie vestite di verità assolute. Ecco perché l’accompagnamento musicale si riduce a pochi, epici, momenti: tralasciando l’apertura affidata a “Forever Young” degli Alphaville, e a un epilogo che sfrutta anacronisticamente “Everybody wants to rule the world” dei Tears for Fears, la soundtrack a opera di Daniel Lopatin irrompe quando le bocche si chiudono e le gambe corrono, i corpi si azionano, le mani impugnano bacchette o i pugni colpiscono.
Eppure, dietro ogni colpo ricevuto e ogni sguardo attonito, non traspare mai un’umana comprensione, o caloroso supporto da parte del regista: dopo Diamanti Grezzi e Good Time, Safdie fa ancora un passo indietro, lascia che la sua camera a mano colga con fredda oggettività gli sbagli e le pseudo truffe compiute dal suo anti-eroe, lasciandolo libero di improvvisare sul teatro talvolta ingiusto della vita.
Non è un caso, allora, se Marty si invaghisce di una ex stella del cinema come Key Stone (Gwyneth Paltrow, qui totalmente in parte); per chi dissimula costantemente un’identità che non è sua, chi vive di maschere abitando esistenze che non sono le sue, Marty era destinato ad avvicinarsi al mondo della recitazione. Una recitazione che Chalamet fa sua: l’attore non si limita a prestare il proprio corpo al personaggio, ma lo crea come creta, infondendo in lui una variazione prismatica di emozioni e reazioni, sentimenti e fragilità che lo rendono reale. Perché, ricordiamolo, Marty Mauser reale non lo è mai stato; lo diventa nello spazio di una visione. Marty è figlio del presente, senza marcatori del passato. Ogni informazione pregressa circa quella che è stata la sua passata esistenza viene taciuta e/o lievemente suggerita. Starà al pubblico rimettere insieme i pezzi lasciati qua e là nel corso dei dialoghi per costruire il suo passato diegetico e scoprire chi è, da dove viene e prevedere dove andrà. Solo così Marty potrà essere vivo, reale e pronto a tornare in vita ogni volta che le luci si spengono e lo schermo si oscura, rimanendo per sempre giovane.
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