Recensioni

Dopo i due adattamenti del classico di Roald Dahl firmate da Mel Stuart con protagonista l’indimenticato Gene Wilder e da Tim Burton con l’amico Johnny Depp, i tempi sembravano ormai maturi per una nuova riproposizione de La fabbrica di cioccolato, ma Paul King – celebre per i due film dedicati all’orsacchiotto Paddington – ha scelto per il suo Wonka la formula del prequel per donare al personaggio – stavolta con le sembianze di Timothée Chalamet – quell’ingenuità e quella sconfinata bontà che contraddistingue da sempre i personaggi al centro di un racconto vecchio stile, semplicemente perfetto per le festività natalizie, per il quale è stato appunto pensato.
Il Willy Wonka di Chalamet, infatti, non contiene alcuna traccia del cinismo e della disillusione del personaggio originale, ormai invecchiato e stanco del mondo circostante, splendidamente ritratto dal carisma di due attori diversissimi ma perfetti per le rispettive epoche di appartenenza. Se il Wonka di Gene Wilder emergeva in un contesto mondiale condizionato da proteste e instabilità sociale grazie alla potenza psichedelica della controcultura di quegli anni, quello di Depp abbracciava completamente il punto di vista di Burton, per elaborare un discorso contro la “cultura del successo ad ogni costo” tipicamente americana.
Nulla di tutto ciò, o almeno non del tutto, interessa al Wonka di Chalamet e di King per estensione. Il suo è un personaggio profondamente ottimista – probabilmente quello di cui abbiamo bisogno in questi tempi dilaniati da conflitti e conflittualità sparse in tutto il mondo – aperto alle sfide che la vita ci pone dinanzi, che il nostro però decide di affrontare con tutta l’originalità di pensiero che da sempre lo contraddistingue. Il tutto inserito all’interno di una macchina perfettamente oliata che riflette un lavoro filologico e cinefilo non di poco conto, volto a omaggiare i grandi classici della Golden Age di Hollywood.
Se l’atmosfera generale non può non ricordare l’immortale favola morale de La vita è meravigliosa di Frank Capra, le gag e il ritmo forsennato con cui King costruisce la sua narrazione rimandano inevitabilmente al perfezionismo di Charlie Chaplin, alla comicità slapstick dei fratelli Marx. L’unica sua pecca – che può essere un’inezia o un insormontabile problema, a seconda del punto di vista che lo spettatore deciderà di adottare – è che il Wonka di King tradisce quello spirito cinico e iconoclasta che contraddistingueva il personaggio creato da Dahl, poiché ovviamente troppo giovane per recare in sé quelle caratteristiche. Ciò che è innegabile, è però la maestria con cui il regista britannico conduce il suo musical, imbastendo un dialogo tra passato e presente che diventa immediatamente senza tempo.
Qualcuno ha parlato di miscasting, ma Chalamet si rivela invece il Wonka perfetto per questa epoca, forse l’unico in grado di risvegliare un’enorme platea intontita da algoritmi e visualizzazioni online. Attore che anno dopo anno sta dimostrando una professionalità unica e soprattutto un arguzia nella scelta dei propri progetti che non ha praticamente eguali tra i suoi coevi.
Dal cannibale di Bones and All al guerriero di Dune (ruolo in cui lo ritroveremo a fine febbraio per Dune – Parte due) passando per una delle caratteristiche figurine di Wes Anderson (era Zeffirelli in The French Dispatch), l’attore classe 1995 (che sarà anche Bob Dylan prossimamente) è capace di trascinare diverse generazioni di spettatori in sala e il fatto che si parli sempre di prodotti di livello non fa che aumentare la stima nei suoi confronti e delle sue scelte.
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