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È un sostrato di polvere quello che avvolge A complete Unknown che non è mai irreale, ma quasi tangibile. È la polvere che riveste copertine di vinili custoditi come reliquie. È la cenere di sigarette spente sui tavolini di un locale dove un cantante è pronto a esibirsi. È una polvere che supera lo schermo, ti entra nelle narici; una polvere che sa di anni Sessanta, di un’epoca lontana dove le corde di chitarra vibrano, l’armonica suona, e il nome di un ragazzo di diciannove anni inizia a passare da bocca in bocca. Un nome come quello di Bob Dylan.

People make up the past. They remember what they want. They forget the rest”. Non si sente, ma è tra i respiri di questa battuta che batte il cuore di un intero corpo cinematografico come quello assemblato da James Mangold; è la fiamma primordiale di un’esistenza che può adesso ritornare a vivere grazie a un processo di attento rimaneggiamento del suo passato per adattarsi al presente, senza per questo essere snaturata o falsata. Eppure, quello rielaborato da Mangold per il suo Bob Dylan non è un passato da ricordare, e nemmeno un passato da raccontare; o almeno, non nel senso canonico del termine. Nessun arco di evoluzione, nessun cammino dell’eroe: gli spettatori vengono direttamente scagliati al centro di un presente diegetico, e accompagnati senza guida nella formazione di un cantante destinato a diventare cantautore degli emarginati, degli inascoltati.

A Complete Unknown - Fanning e Chalamet
Elle Fanning e Timothée Chalamet

A Complete Unknown è, dunque, un ritorno al passato; un racconto di (ri)scoperta del mito affidato al corpo esile, ingobbito, chiuso di Timothée Chalamet. Nel rappresentare ciò che è altro da sé, l’attore scruta le idiosincrasie di Dylan, le comprende, le incarna e le piega sulla propria fisionomia, reinventandole ex-novo senza limitarsi a una semplice emulazione. La parlata strascicata, borbottata del cantautore si fa carattere determinante della performance di Chalamet, abile nel tradurre verbalmente l’indisposizione del personaggio di comunicare, quasi timoroso di rivelare emozioni e pensieri, lasciandoli totalmente vagare nella potenza della musica. Ma anche in questo caso, ciò che si racconta non è lo specchio di se stessi, ma di un sentimento di carattere universale.

A complete unknown - Timothée Chalamet
Timothée Chalamet nei panni di Bob Dylan

Il soggettivo si cela, pertanto, dietro la tentata oggettività del reale. Dopotutto, non ha mai amato la luce della ribalta. Bob Dylan; non è un corpo di falena attirato dagli accecanti bagliori, il suo, quanto dal buio dei locali. In questo mettersi all’ombra, recepito e restituito dal direttore della fotografia con una patina cromatica desaturata, il Bob Dylan di Chalamet è sfuggevole, decostruito e ricucito con fare volutamente approssimativo. Dopotutto, quello orchestrato da Mangold non vuole essere il collage di maschere frammentate già proposte da Todd Haynes in Io non sono qui; A complete Unknown intende piuttosto restare fedele al significato letterario del titolo che lo precede. Nel ripercorrere le tappe che, in soli tre anni, hanno portato Dylan al successo, il regista predispone una liturgia celebrativa sull’immagine del suo protagonista demitizzandolo, così da mostrare l’uomo dietro alla maschera dell’icona, lo sconosciuto dietro quella elegia che lo eleva a idolo da amare, conoscere, celebrare.

Premio Nobel, cantastorie di un’America squarciata da movimenti di protesta, Menestrello di Duluth: Bob Dylan ha vissuto tante vite, quanti sono gli epiteti a lui attribuiti. Ma a Mangold non interessano le deviazioni di percorso; al regista interessa l’origine, la cellula primordiale, il nucleo interno di un pianeta che non ha smesso di evolvere, mutare, per poi tornare sempre al suo istinto primigenio: l’arte del racconto. Un racconto che affonda le proprie radici in un mondo come quello del folk, di chi suona e parla della – e per – la gente. È un libro aperto, il genere folk, scritto con accordi di chitarra e tracciato da un linguaggio che sa di sporco, di terra. E non è un caso, allora, se la cinepresa di Mangold si ancora al terreno, per riprendere i propri personaggi dal basso verso l’alto, emulando sia lo sguardo attento di un pubblico che tutto osserva ammaliato dal sottopalco, che il punto di vista di quella stessa terra che richiama a sé questi idoli, trattenendoli dalla loro levatura al cielo, per ancorarli a quel microuniverso da cui provengono e che sentono di dover tradurre in note e parole.

A Complete Unknown
Timothée Chalamet in una scena del film

È una ripresa, quella del regista, ampia e fatta di campi lunghi, e per questo disinteressata all’esaltazione del mito di Dylan attraverso primi piani che esacerberebbero la sua intoccabile icona. Capo chino, schivo, braccia conserte, Bob Dylan scappa dalla folla, evita lo sguardo, si svincola dal tocco della fama. La sua è un’ascesa al successo del tutto opposta a quella narrata sempre da Mangold in Walk the Line. I litigi, la violenza repressa e poi lasciata fuoriuscire, che semina il passato di Johnny Cash, in A Complete Unknown si tramuta in una spirale dove le sequenze si susseguono come pagine di un giornale letto con superficialità. Si passa da un attimo all’altro, toccata e fuga in capitoli di un’esistenza sempre sfiorata ma mai indagata.

Poi arriva la fama, le urla dei fan, gli album acquistati, ma quell’essenza elettrica non viene quasi mai toccata; continua a rimanere una scarica lontana, impossibile da sfiorare, raccogliere, abbracciare. E dove gli iati narrativi trovano spazio, ecco che le canzoni fanno capolino, colmando e dominando un racconto personale che trova il proprio senso solo in seno a quelle performance. È una scelta, questa, coerente con il genere toccato e con l’esistenza ri-narrata, ma che rischia di saturare chi quell’universo ancora non è riuscito a farlo suo.

Al di là di un mancato equilibrio tra biografia e musica, quella di A Complete Unknown è l’anima più veritiera di un Bob Dylan sfuggente, inafferrabile come un alito di vento che prende e trascina una risposta lontana, sconosciuta; sconosciuta come la vita dell’uomo sullo schermo, un volto schivo, nascosto costantemente dietro degli occhiali da sole.

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