Recensioni

7.5

Ci sono corsi e ricorsi, si sa. E anniversari. Ogni tanto, anche qualche recupero provvidenziale. Nonché istruttivo, come in questo caso. Nel 2018 ha festeggiato vent’anni Mezzanine dei Massive Attack. Ne ha compiuti invece trentacinque l’esordio solo di Mark Stewart, principe della scena post-punk bristoliana e “fratello maggiore” del Wild Bunch, dei Massive, di Tricky… di Banksy (come vorrebbe qualcuno). Due dischi che ritornano nelle nostre vite e, come molti hanno rimarcato, uno rimanda all’altro. «Sono giunto alla conclusione», ha detto di recente Stewart a Rumore, «che quel disco [Leaning to Cope with Cowardice, NdSA] sia l’inizio del cosiddetto Bristol Sound». Più che plausibile, anzi giusto. I Massive Attack, e soprattutto 3D, sarebbero d’accordo. Una risposta indiretta l’avevano in fondo già data vent’anni fa quando sui sample di gruppi post-punk e affini spendevano una parte non indifferente della problematica pre-produzione di Mezzanine, che ha gettato la basi del loro terzo album (ed è costata fra l’altro l’addio di Mushroom). Ma appunto parliamo di Learning to Cope with Cowardice. Di suo non è soltanto l’anticamera del trip-hop (o come lo si vuole chiamare) bristoliano. È di più. Un ponte sonoro indefinibile gettato tra Bristol, Londra, New York, la Giamaica all’inizio degli anni ’80. Il soundsystem del presente (di allora) e del futuro (di allora, ma un po’ anche di oggi).

Non c’è quasi soluzione di continuità tra la fine del Pop Group e l’inizio della nuova avventura di Mark Stewart con i Maffia. Nondimeno passano tre anni da For How Much Longer Do We Tolerate Mass Murder e dal suo combat-funk al vetriolo – con inflitrazioni di ritmi giamaicani e rumorismo filoindustrial – al momento in cui il primo LP di Mark Stewart mette piede nei negozi di dischi. All’ascolto gli anni trascorsi sembrano anche di più. Perché nel frattempo si sono poste di traverso esperienze importanti. Prima di tutto i New Age Steppers (a proposito di spore trip-hop, ascoltate Fade Away dal loro album del 1980) e il tandem con Adrian Sherwood, che qui si ripropone allargato a un ventaglio di musicisti del giro sherwoodiano di African Head Charge e Dub Syndicate. Poi, non meno importante, un soggiorno a New York: Mark si immerge a capofitto nei suoni della Grande Mela, dal soundscape metropolitano al nascente hip-hop. Ascolta il programma di DJ Red Alert e torna in Gran Bretagna con altri ritmi nella testa. Più ancora del rap nel suo lamento apocalittico, c’è il turntablism dei dj dentro il frenetico giro di editing manuale che lui e Sherwood impartiranno all’album durante la post produzione.

Learning to Cope with Cowardice è un LP che filtra lo spirito del suo tempo e lo trasfigura in profezia. L’attivismo militante sì, ma che brucia ancora di rabbia punk, le ansie millenaristiche assorbite per osmosi dalla cultura rasta e proiettate sul thatcherismo, la guerra fredda, la paura dell’escalation nucleare, una crisi sociale che si sta scoperchiando… molte delle parole di Stewart del 1983 allungano la loro ombra mutatis mutandis sul mondo di oggi (anticipando perfino certa perversa paranoia populista). Il messaggio musicale dal canto suo contiene gli enzimi di un pionieristico presente che agiranno sulla chimica di un sound futuribile.

Protocrossover? Come idea senz’altro. Vedi la title-track: tra i vari riddim compare una sezione di percussioni afro-dub stile African Head Charge che gioca a ping pong con campioni sintetici prototechno cugini di Planet Rock di Afrika Bambaataa – anche con un vago sentore di acid house a venire. Vedi Liberty City: una selva di scuri suoni industriali è apertura e contraltare di una magnetica traiettoria musicale, zigzagante tra soul-jazz-dub. Tutte forme (dub, hip-hop, electro, industriale house e techno a venire) che Blessed Are Those Who Struggle incastra dentro il suo esilarante collage o None Dare Call It Conspiracy fa rimbalzare nella sua dance disarticolata.

Il pedale dell’industrial lo schiaccerà più forte il successivo album di Mark, As the Veneer of Democracy Starts to Fade. Dove anche l’influenza hip-hop entrerà se possibile più nel vivo con la sezione ritmica della Sugar Hill Records – e che qualche idea agli industriali di nuova generazione la darà eccome (Trent Reznor su tutti). Nel suo primo lavoro è come se tutto fosse ancora in embrione, allo stato di intuizione, che però guarda di fronte a sé (e avanti di qualche annetto) con sguardo allucinato oltreché sicuro. Non tutti i brani sono claustrofobici e ingarbugliati come quelli che abbiamo citato. Più lineari sicuramente, anche se non lineari tout court, Don’t You Ever Lay Down Your Arms, trionfo del dub e delle sue radici reggae, o The Paranoia of Power – là dove Two-Tone incontra On-U Sound. La seconda parte dell’album, meno contratta, più ariosa, culmina nel finale di Jerusalem, contro-versione dub dell’inno parallelo d’Inghilterra: rullante e tamburi in primo piano, l’urlo stridulo effettato di Mark che si leva sulla parola “fire”… potrebbe stare tra una Redemption Song e una Inglan is a Bitch. Anni luce dalla versione manierista dello stesso inno, composto sui versi di William Blake, che avevano dato qualche anno prima Emerson, Lake e Palmer. Ma non ci voleva molto a immaginarlo. È notizia ufficiale che Mark canterà sul singolo di Jah Wobble che uscirà il prossimo 29 marzo, giorno della Brexit. Anche questo non suona come una sorpresa.

C’è un fil rouge che lega le varie imprese musicali di Mark Stewart e che attraversa tutto Learning to Cope with Cowardice, crocevia di protesta e di sperimentazione, di anarchia sonora e di passione politica, di rigore etico e di espressività convulsa. La novità di questa riedizione è rappresentata dai Lost Tapes, nastri d’archivio che si immaginavano perduti, ritrovati un po’ fortunosamente. Questi ripescaggi mettono in fila le versioni embrionali di molte canzoni, precedenti alla cura cut-and-paste di Stewart e Sherwood: Consipracy è “soltanto” un funk aggressivo ma dal tiro comunque pazzesco, Jerusalem al contrario è quella primordiale e caotica della grande manifestazione antinucleare a Trafalgar Square – il punto di passaggio tra il Pop Group e la carriera solista di Mark. E in compenso gli inediti veri – May I e The Weight – non sono meno strani e conturbanti dei pezzi della scaletta originale. L’unica cosa che non funziona è il titolo: di “codardia” in queste tracce non ce n’è. Semmai il suo contrario.

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