Recensioni

Il discorso sulle reunion è vecchio e anche ozioso, ma a volte inevitabile. Vorresti non doverlo tirare fuori ogni volta che un gruppo – fondamentale – rischia di sporcarsi una fedina penale intonsa con una nuova puntata che nel migliore dei casi nulla aggiunge e nulla toglie alle precedenti più lontane nel tempo. Poi pensi, ritorna il Pop Group, una della realtà più vulcaniche e fuori dagli schemi della new wave britannica, e ti aspetti che Mark Stewart e i suoi scombinino le carte e ti facciano la sorpresa. In effetti è così.
Una sorpresa pensando all’esperienza del primo ascolto di Y: un disco oscuro, propulso da una forza dirompente ma a tratti, e a volte anche allo stesso tempo, sospeso in trame imprendibili. Bene, se siete tra quelli che hanno quel disco nel cuore, preparatevi a un controshock, uno shock sì, ma di segno opposto. Dov’è finito quel lato jazz cupo e dissonante, dove sono quei vortici free, quel farnetico del sax, e dove sono le trame asimmetriche dei pezzi, anche dei più diretti?
Superato il primo impatto e aggiustato il tiro critico (era riproponibile un discorso del genere senza quelle tensioni che lo rendevano, di fatto, unico?), si può giudicare a mente più fredda e smaliziata e concludere che, sì, si può rimproverare al rinato gruppo di Bristol di rinunciare a una componente – fondamentale – del proprio sound per concentrarsi sul groove e, perché no, anche su qualche bel ritornello; eppure, a conti fatti, la mano del Pop Group si sente, ed è difficile negare che i brani – o almeno la maggior parte di essi – abbiano un discreto tiro.
Per portare avanti le loro battaglie sacrosante, Mark Stewart e company hanno scelto una forma di dance belligerante nel messaggio come nel suono; un plot di incursioni rumoriste su di un ibrido dub-funk che è in parte il loro marchio di fabbrica dei tempi andati. E dove manca il sax zigzagante dei primi dischi, calcano la mano con l’elettronica. L’inizio in sé è molto buono. Citizen Zombie, che ha un po’ il passo indolente del trip-hop (mica per nulla i Nostri venivano da Bristol e il pastiche di quel genere nasce anche da loro) e soprattutto Mad Truth stabiliscono la linea, orientata al songwriting più ficcante, invece di seguire direzioni centrifughe nello stile e nella struttura dei brani. Poi arriva il turno di Nowhere Girl, ed è tra le cose migliori del disco, straniante ma soprattutto melodica, nel suo piccolo una gemma di psichedelia sincopata.
Nella parte centrale dell’album prevale il clash tra lo stile classico del quartetto e suoni più moderni – la metrica hip-hop di Shadow Child, il percussionismo tribal-industriale di Immaculate Deception –, tutto comunque all’insegna della compattezza e del ritmo, a volte sfacciatamente danzereccio quando si arriva all’altezza del crossover reggae-funk di S.O.P.H.I.A. o del funk-rock spinto di Box 9 e Age of Miracles. Non poteva mancare il brano recitato: ecco Nations, con una base un po’ alla Suicide (e, perché no, Sleaford Mods).
È paradossale che la continuità con il passato sia un aspetto che esce alla distanza, quando in genere è rimarcare le differenze che viene più difficile al primo ascolto. Il complesso si era disgregato in seguito alle divergenze interne ma, alla lunga, anche all’urto tra le differenti matrici del suo sound (il cui risultato si tradusse appunto in una diaspora artistica), proprio quella stessa spinta che aveva reso tanto precario l’equilibrio dei dischi, quanto memorabili i risultati: ora la band si è ricompattata smussando inevitabilmente qualche spigolo. Nulla ci vieta di pensare a Citizen Zombie come al disco pop che i bristoliani avrebbero potuto fare già ai tempi, se non si fossero sciolti, ed è già un buon risultato così. A patto di non fare troppi paragoni con Y, il loro autentico capolavoro.
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