Recensioni

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“Immerso nella bass culture di Bristol da quando ero piccolo ho sempre cercato le sirene e gli effetti speciali che i dj mettevano nei set, ora che li ho trovati non riesco a smettere di giocarci” (Mark Stewart intervistato da The Quietus)

Della passione per il dub di Mark Stewart vanno scovate le tracce fin dalla scelta di Dennis ‘Blackbeard’ Bovell come producer del mitologico Y del Pop Group. Una collaborazione di lunga data con Adrian Sherwood e la cricca On-U hanno poi cementato, negli anni, un autentico credo soundsystem nel musicista left-wing britannico per eccellenza. Nasce così Exorcism Of Envy, album dub che eredita i feat. – Bobby GillespieLee Scratch Perry, Richard Hell, Daddy G dei Massive AttackKeith Levene (PiL), i Factory Floor – e le suggetioni basali dell’acclamato ma non del tutto riuscito The Politics Of Envy, rappresentandone nel contempo un creativo auto-sabotaggio.

Sappiamo quanto, trafficando con lo studio di registrazione, Stewart sia in grado di tirar fuori capolavori d’attivistica avanguardia come As The Veneer Of Democracy Stars To Fade e autentici pasticci come magari saranno state le session del 1995 con Tricky. Eppure, nel bene e nel male, il bello di questi collage è sempre stato l’assoluto caos anarchico di filtri, echi e lavatrici ritmiche che il bristoliano ha garantito. Un senso del gioco infuso a partire dall’inossidabile metafora del broadcast pirata “This is Radio Freedom”.

Così, attraverso l’“esorcismo dell’invidia”, il “funkenstein” (parole sue) che ritroviamo nelle orecchie è un soundsystem cubista d’analogiche ridotte all’osso, basse frequenze, scampoli rockstep (Codex Dub), dark synth (Sexorcist), elettrock da autoscontro (Gustav Says Dub), disco tamarra, reggae dub (Method To The Madness Dub), roborock (Mirror Wars) e tanto altro, senza soluzione di continuità. Con la voce in echo che va e viene, che c’è e non c’è, come poi tutto il missato.

Se da The Politics Of Envy emergeva uno Stewart gongolante con l’agenda telefonica in una mano e il pugno alzato nell’altra, qui si libera l’autentica ludica bestia creativa che di lui abbiamo sempre amato (e anche un po’ odiato) ed è proprio in forza di questo che l’esperimento può dirsi pienamente riuscito.

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