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Da dove iniziare? Forse da qui: ogni tanto è bene tirare fuori la testa dal liquido amniotico che smorza le grida e gli affanni di un mondo pazzesco. Un mondo tragico, cialtrone, distrattamente assassino. Ideologie cannibali ci accompagnano ovunque. Ci sostengono. Sono nelle nostre tasche, nel nostro stomaco, tra i nostri pensieri. Facciamola breve: volenti o nolenti, esistere significa anche essere complici di un crimine. Saperlo significa quantomeno scendere dal letto con una gerarchia diversa di pensieri.

Oppure, si potrebbe andare diritti al sodo. Al Pop Group, intendo. Per la precisione a For How Much Longer Do We Tolerate Mass Murder?, loro seconda e purtroppo ultima opus. Titolo impressionante, così come la brutale, struggente copertina. Ma niente paura: il contenuto ne è l’esatto pendant. Lavoro su cui gravava (e grava tuttora) l’ombra del predecessore, il gigantesco pastiche new e no wave, etno-funk e free jazz che risponde al nome di Y. Un debutto dallo scomodo peso specifico (che indusse una spaventata Warner a scaricarli) per una band che subito dopo iniziò a lacerarsi sotto la pressione delle troppe personalità. Tutto questo pesò non poco sul successore, che fu dunque “soltanto” una specie d’implosione funk, per quanto aspro e febbrile, per quanto commisto al dub, al cabaret, all’improv-jazz (e non solo, come vedremo). Pur tuttavia, un bolide incandescente.

Canzoni dalla semplice, esplosiva evidenza. Bastano, si bastano, non temono le ingiurie degli anni perché – ahinoi – frizzano ancora di stringente attualità. A partire dal declama cigolante di Feed The Hungry, reggae robotico digrignato tra strepitii percussivi, slap intruppati di basso e feedback urticante, Mark Stewart – il cantante – che si tuffa nella scia arroventata delle corde e attacca l’ugola al 220 volt spiegandoci l’olocausto invisibile, che potrebbe anche puzzare di retorica se non fosse tanto paranoide. Oppure prendete il dub-funk spezzettato di How Much Longer, zampate di basso, strumming scarabocchiati, riff oppiacei, effetti minacciosi, mentre il canto (canto?) è un incubo Morrison/Murphy/Curtis, rantolo di coscienza allo stremo che sembra farsi carico dell’impossibilità di sentirsi ancora coscienza: “nella nostra ignoranza la gente viene uccisa/nella nostra decadenza la gente muore“.

Coraggio, c’è dell’altro: l’iniziale Forces Of Oppressions, ululante, tiratissima, affilata, le urla di Stewart, le chitarre ed il sax avvinghiati al punto da sembrare indistinguibili, delirio teatrale Tom Waits e foga lucida Jello Biafra fusi in un solo orga(ni)smo deforme e palpitante. Al confronto, Justice si dipana lineare, quasi placida, ma è un nastro funk affilato/corrosivo, laddove invece Blind Faith mette in scena l’isterismo sfrangiato di chi ha scorto l’anima nera della psichedelia e ce ne offre il veleno: staffilate noise, ebbrezza beota, bailamme ritmico, sgretolamento strutturale progressivo, pazzesco finale con tralignate cineserie.

Se There Are No Spectators rotola su dub macilento una densa coltre di malanimo (sembra di attraversare la quiete sulfurea prima dell’apocalisse), One Out of Many è l’allucinato abito sonoro di un protorap dei Last Poets, mentre Rob A Bank mantiene ciò che promette, cioè punk-funk battagliero, digrignato con soave, quasi festosa atrocità. Ho tenuto per ultima Communicate per la sua natura improv-jazz caustica e schizoide, per quel sax a raffiche e quei riff sgretolati, per quel drumming caricaturale e nevrastenico, per quegli improvvisi slittamenti degli assolo – come Ornette Coleman sull’argine del fiume nell’attesa che passi il cadavere di James Chance – e per le apparizioni lacere/ectoplasmatiche della voce: è un bolide in pieno petto che scaraventa i pensieri sotto al tavolo, ti fa sentire sulla linea di tiro, ti volti per non scorgere il lampo dello sparo, assaporando il panico della vulnerabilità. Colpito.

Un bolide che ti strattona fino a farti sentire parte del problema e non “di fronte al”. Perché è inutile chiudere gli occhi, trastullarsi al suadente/trascinante profluvio dei cliché sonori, anche se proditoriamente guarniti di obliquo criticismo: il problema rimane, non scompare. Il problema sei tu. Per quanto sgomiti e ti affanni, se ne sta chiuso nella stessa scatola (cranica) dove sbocciano i tuoi pensieri più soffici e carini. Pop Group afferrano e offrono questa claustrofobica consapevolezza, se ne servono come un motore, innestano marce spigolose e ti portano a fare un giro. All’inferno e ritorno. Senza muoverti d’un passo. Perché è qui.

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