Recensioni
Occasione imperdibile per chi come me ha sempre seguito l’avventura sonora del vulcanico Mark Stewart fin dai suoi esordi con gli indimenticati Pop Group. L’occasione è data dall’uscita del suo ottavo album, questo The politics of envy che, diciamo la verità, ha suscitato più interesse per la rosa di collaborazioni (da Bobby Gillespie a Lee “Scratch” Perry passando per Keith Levine e Daddy G) che non per l’originalità del suono.
Ben conscio del “limite” compositivo della prova – e lo dice un fan di vecchia data -, ho cercato di approcciare il live sperando in un guizzo di genialità del nostro, soprattutto sperando che il bagaglio funk e dubscape urbano trovasse ancora un posto d’onore negli arrangiamenti dei brani. Nulla da eccepire sulla bravura della band e sulla presenza sul palco: memore di un passato post-punk e dell'attitudine critica nei confronti del sistema globale, il Pop Group ha ancora parecchio da dire a proposito dell'inquietudine che si respira per le strade di mezzo mondo, ribadito ancora di più da quell’Autonomia dedicata a Carlo Giuliani.
La tensione non si allenta mai durante l’esibizione ma il nuovo Mark predilige il post-punk a scapito dell'ibridazione dub/funk che ne ha forgiato la caratura leggendaria. Per accorgerene bastano le versioni live di Liberty City private di quell’obliquità dub o la conclusiva Hysteria, con un finale degno di una metal band.
A fine concerto non si nasconde l'amaro in bocca. Mark nei testi è sempre quel grande artista in grado di fondere nervosismo e ansia come nessun altro, eppure molti dei suoi spunti geniali sono ora al servizio di un ibrido electro/rock troppo nostalgico e mainstream.
Amazon
