Recensioni

«Non sarei quello che sono senza Gramsci, Dalì, Bowie, senza persone che hanno usato la propria vita per innalzare vessilli e costruire il futuro del mondo. Non penso di avere necessariamente ragione, ma se non altro lancio idee nell’atmosfera, come nella band lanciamo linee di basso, beat hip-hop e punk funk: fa parte della creazione, non ha nulla a che fare con il predicare, è caos creativo». Questo dichiarava Mark Stewart, frontman del Pop Group, ai microfoni di Radio Città del Capo prima dell’inizio del recente mini tour che ha portato la formazione britannica in Italia. Un caos in realtà mixato al grande rigore riconducibile alla sezione ritmica della band, che abbiamo potuto apprezzare anche nella data al Bronson di Ravenna nonostante qualche temporaneo cambio di line up.

Caos e controllo, dunque, in ordine rigorosamente sparso: quella montagna d’uomo che è Mark Stewart, negli spazi stretti dello stage cozza amabilmente contro un Gareth Sager che è la metà di lui, alternando fermi immagine improvvisi, cavi che si attorcigliano e poi si staccano, mood da invasato, pugni chiusi alzati al cielo, testi mezzi cantati al microfono e mezzi biascicati in giro per il palco da una voce che sembra non sentire il peso degli anni, ma anche lo sguardo del lettore attento quando si tratta di girare pagina nel leggio che gli suggerisce i testi (?!); Sager, con la vitalità di un ragazzino, nella foga perde ogni tanto qualche fraseggio alla chitarra, ma che importanza può avere se poi per tutta la durata del set rimbalzi in trance agonistica tra accordi funk lancinanti, tastiere, sax e groove? Il tutto per dar vita a un suono sporco e al tempo stesso perfettamente calibrato, pulitissimo almeno quanto geneticamente dissonante, in cui ogni strumento si prende lo spazio che gli compete, e che esce dalle casse con una convinzione d’altri tempi – quelli in cui esso stesso era un elemento concettuale e politico (ritmiche giamaicane e dance comprese) che andava oltre la musica.

Il Pop Group è questo, prendere o lasciare: era avanguardista, ricettivo e incasinato già ai tempi di Y e di For How Much Longer Do We Tolerate Mass Murder?, e lo è ancora oggi, con un ottimo Citizen Zombie pubblicato nel 2015 e un Honeymoon On Mars dello scorso anno leggermente meno a fuoco ma comunque intrigante. Due dischi, questi ultimi, che la dicono lunga sullo stato di salute di una band che rientra tra quei pochissimi act “d’esperienza” ancora significativi e di cui ci si può fidare, sia discograficamente che in sede live (pensiamo, ad esempio, anche ai colleghi/ipotetici alter ego americani Pere Ubu). Quando l’approccio alla materia, nonostante il trascorrere del tempo, vive di passioni profonde e attitudine, e non solo di semplice mestiere o estetica, brani come Citizen Zombie, She is Beyond Good and Evil e We Are All Prostitutes sono ancora una botta terrificante in sede live, e valgono da soli il prezzo del biglietto. Un concerto che non è stato solo suono, ma anche scuola di vita e di coerenza, oltre che un bignami per i wannabe musicisti di domani.

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