Recensioni
Mark Oliver Everett
Cose che i miei nipoti devono sapere
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Carmine Vitale
- 8 Gennaio 2025

I tried to make the most of my situations
And enjoy what i had
I knew true love and i knew passion
And the difference between the two
And i had some regrets
But if i had to do it all again
Well, it’s something i’d like to do
Eels, Things The Grandchildren Should Know
Basterebbero i versi conclusivi dell’omonimo brano da cui è tratto il titolo dell’autobiografia di Mark Oliver Everett, anima e corpo degli Eels, per riassumere il senso di una narrazione che rifugge ogni forma di autoreferenzialità e che si pone, anzi, come racconto sincero – a tratti feroce e senza mezzi termini – al limite del genere diaristico. Cose che i miei nipoti devono sapere è la nuova edizione, curata dalla casa editrice Blackie, del volume uscito nel 2009 via Elliot Edizioni (tradotto da C. Nubile) con il titolo Rock, amore, morte, follia e un paio d’altre sciocchezze che i nipotini dovrebbero sapere, recensito su queste pagine da Stefano Solventi.
Anche nella sua nuova veste, l’autobiografia non si propone come prontuario con nozioni/indicazioni da seguire per raggiungere quella pacificazione che proprio Mr E pone in calce alla traccia conclusiva di quel Blinking Lights and Other Revelations (2005), album che delimita anche i confini narrativi ed episodici del volume; è molto più realisticamente una provocazione, in pieno stile E, suggellata da un episodio tragicomico raccontato proprio da Mark secondo cui, durante un’intervista per la promozione di Blinking Lights…, una giornalista gli aveva chiesto chi fossero i nipoti a cui era destinato il brano non essendo lui ancora genitore, ottenendo in risposta un sardonico: “Ho intenzione di passare direttamente ai nipoti. Li vedi solo nel weekend e puoi passare il resto della settimana in pace. Troverò il modo”.
Un passaggio che, a detta dell’autore, mette in luce le sue difficoltà di interazione oltre che un incompreso senso dell’umorismo (soprattutto con la stampa estera) ma che, più di ogni altra elucubrazione su ed intorno alle 220 pagine che si susseguono a perdifiato come un roller coaster, imprime un marchio a fuoco su quello che è il senso di una narrazione ‘libera’ e priva di fronzoli. “Trovare un modo” è l’espressione che risuona come un mantra e che taglia da parte a parte il racconto certosino messo a punto dall’autore: dall’infanzia in Virginia ai primi anni della scuola, passando per il dolceamaro tumultuoso dell’adolescenza fino alla presa di coscienza – seppur vissuta con il disincanto di chi non riesce a rifuggire l’etichetta di loser – di voler fare della musica la propria ragione d’esistere, a patto che fosse specchio fedele di quell’emotività dirompente e incontrollabile che ha portato migliaia di fan degli Eels a riconoscersi nelle storie e nei personaggi nati dalla penna di Everett.
Così vediamo Mark ‘trovare il modo’ di superare l’inguaribile timidezza nei suoi anni di formazione scolastica, gli amori non corrisposti, il lutto improvviso per quel padre (Hugh Everett III, noto per essere uno fra i fisici che hanno contribuito a formulare l’interpretazione a molti mondi della meccanica quantistica) silenzioso, inavvicinabile e incapace di adempiere alla funzione di capofamiglia. È costretto a trovare il modo di superare la perdita della sorella suicida Elizabeth, la Liz che amava Neil Young e che lo accompagna nella sua breve parentesi di perdizione tra droghe e bravate da fuorilegge e a cui dedica – con parole chirurgiche – uno dei passaggi più dolorosi del volume: la consapevolezza della fragilità autodistruttiva di sua sorella che non era riuscita, lei, a ‘trovare un modo’ per incanalare una sofferenza latente ed ingestibile. Non c’è spazio per l’autocommiserazione e, fin dall’incipit del racconto, emerge una lucida accettazione (ovviamente maturata in età adulta) e una totale repulsione di critica rispetto alle scelte compiute da persone così vicine: è costretto a farci i conti e lo fa affidando alla musica il ruolo di confidente; la chiusura del cerchio è cristallizzata in quel semplice e lapidario “And maybe it’s time to live” (dal brano P.S. You Rock My World) che chiude la discesa negli inferi e la complicata esorcizzazione e rinascita di Electro-shock Blues, album che pacifica il turbinio di sentimenti contrastanti provati per la perdita della sua Liz.
Facciamo un passo indietro. La morte del padre coincide anche con la necessità di allontanarsi da una quotidianità che rischia di risucchiarlo (è Mark a prendere le redini in mando della famiglia quando tutto inizia a crollare) e approda a Los Angeles senza grosse aspettative: lavora in un autolavaggio senza mai smettere di lavorare alle sue canzoni, coltivando il sogno di far capitare nelle mani giuste le centinaia di cassette (ne rifilerà addirittura una anche all’attrice Angie Dickinson ma senza alcun esito) che ogni giorno registra negli spazi angusti del suo monolocale. Sono necessari ben tre anni di “lavori avvilenti e cupa depressione” prima del fortuito turning point che vede sullo stesso autobus il Nostro ed il talent scout dell’Atlantic Records, John Carter, a sua volta licenziato proprio mentre era pronto a proporre un contratto al promettente giovane originario della Virginia. L’universo sembra però deciso a riequilibrare la spirale di negatività e proprio Carter diventa suo manager, proponendogli come produttore discografico quel Davitt Singerson che da lì a pochissimo viene nominato presidente della Polydor Records con cui pubblica i primi due album A man called E e Broken Toy Shop poco prima di essere scaricato nuovamente dalla casa discografica.
Segue una nuova parentesi di assoluto sconforto ma è questo il momento esatto – ed è raccontato con dovizia di dettagli – in cui prendono forma i brani che finiranno nell’acclamato esordio Beatiful Freak sotto sigla Eels quali Novocaine for the Soul, Susan’s House e My Beloved Monster che, per un’altra incredibile coincidenza, finiscono per passare alla radio pubblica locale KCRW, grazie ad una vecchia conoscenza ovvero il direttore della programmazione Chris Douridas; i brani in rotazione attirano l’attenzione su quel ragazzo impacciato e silenzioso che ora porta in giro la sua musica supportato dal bassista Tommy Walters ed il batterista Butch e da lì a poco arriva anche la firma con una nuova etichetta guidata da Lenny Waronker e Mo Ostin, la DreamWorks Records, il cui sodalizio durerà fino alla pubblicazione dell’album Shootenanny! (2003).
Nel mezzo, assistiamo alla scomparsa dolorosa della madre per cancro e alla perdita di una cugina, hostess di volo durante l’attacco alle Torri Gemelle del 2001 e in servizio sull’aereo poi dirottato sul Pentagono. Si tratta dell’ennesimo colpo basso, eppure è proprio in questo arco temporale che prendono forma i lavori (almeno per chi scrive) più suggestivi della produzione a firma Eels: oltre ai succitati Beautiful Freak e Electro-shock Blues, degno di nota è l’album Daisies Of The Galaxy (2000), più luminoso dei precedenti e così raccontato dall’autore: “se Electro-Shock Blues è la telefonata nel mezzo della notte alla quale il mondo non vuole rispondere, Daisies Of The Galaxy è la telefonata che ti sveglia in una stanza d’albergo e ti dice che la colazione è pronta”. I successivi Souljacker (2001) – tra le prove più rumorosamente rock del Nostro oltre che scritto insieme a John Parish – e Shotenanny!, “frutto di qualche pausa durante le registrazioni di Blinking Lights And Other Revelations” che uscirà invece nel 2005 sotto nuova etichetta, la Vagrant Records, e descritto dallo stesso Mark come “un’immensa opera rock che nessuno gli aveva richiesto”, trentatré brani e ospiti d’eccezione quali Tom Waits, Peter Buck, John Sebastian e Butch per un album che riporta a casa tutta la carriera e la vita privata del musicista.
Con la narrazione della tortuosa genesi e pubblicazione di Blinking Lights And Other Revelations si chiude anche il primo tempo (ed è lo stesso autore a non escludere la possibilità che ci sia un secondo tempo) di un’autobiografia assolutamente godibile, dove si ha la costante sensazione di essere amichevoli destinatari di confessioni dolorose e racconti di tenace resilienza. Un viaggio incredibile, soprattutto per il ragazzo che registrava le proprie cassette in cantina e non ama(va) parlare con le persone, denso di significato seppur semplice nella sua essenza: nessuno sa cosa attendersi da questa vita perciò tanto vale cercarsi la propria àncora di salvezza, stringere i denti restando fedeli a se stessi e attendere che l’accettazione si trasformi, pian piano, in saggezza. Cose che, senza dubbio, anche i miei nipoti dovrebbero sapere.
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