Recensioni

Il quindicesimo album targato Eels è, per farla breve, bello. Bello nel senso che il termine può assumere nella peculiare dimensione espressiva dell’artista noto come Mr. E, al secolo Mark Oliver Everett. Una bellezza che affonda le radici nel terreno scivoloso al confine tra vita e canzoni, e che prende vita in forma di sequenze proiettate sulla membrana che separa le due dimensioni, uno schermo così poroso che pare sempre sul punto di dissolversi, o divenire il fantasma di se stesso. Uno schermo fantasma: che strana immagine.
Comunque.
Breve recap per chi ormai ricorda a singhiozzi (tipo il sottoscritto), per i distratti e per chi non c’era: il padre di Mark, il fisico Hugh Everett III (celebre per il suo contributo alla teoria dell’interpretazione a molti mondi della meccanica quantistica), morì improvvisamente per un attacco cardiaco a 51 anni, nel 1982, quando Mark aveva diciannove anni. Fu il primo di una serie di lutti: tra il 1996 e il 1998 se ne andarono la sorella (suicidio) e la madre (cancro ai polmoni), mentre una cugina – che lavorava come hostess – trovò la morte sull’aereo che colpì il Pentagono durante gli attentati dell’undici settembre 2001. Quest’ultimo, tragico evento sembrò una specie di macabra chiusura del cerchio, dal momento che Hugh Everett aveva lavorato proprio al Pentagono (Mark arriverà a chiedersi se l’impatto del volo 77 dell’American Airlines avesse raggiunto esattamente il vecchio ufficio del padre). Ma il cerchio non si era chiuso, o forse il cerchio è solo uno dei tanti costrutti mentali che disegniamo per abbozzare uno straccio di senso sotto la gragnuola delle assurdità. Ad esempio, sembra proprio la chiusura di un cerchio anche quello che è accaduto a Mark durante una visita di controllo, quella in cui gli è stato diagnosticato un aneurisma all’aorta. Ne è seguito un intervento chirurgico assai complesso che ci ha evitato di essere qui oggi a piangere un altro protagonista della musica a cavallo tra vecchio e nuovo secolo. E ha giocato con ogni evidenza un ruolo cruciale per questo nuovo lavoro.
Prima di proseguire, tocca allargare l’obiettivo e valutare a volo d’uccello la discografia degli Eels. Sarò brevissimo e necessariamente approssimativo: gli album che più ci hanno convinti e avvinti sono quelli in cui Mark faceva i conti col fallout dei lutti suddetti, dove cioè la ferita pulsava, riprendeva a sanguinare, infine cicatrizzava ma promettendo di esserci sempre. Beautiful Freak, Electro-Shock Blues, Daisies Of The Galaxy erano altrettanti tuffi nel e riemersioni dal dolore. In loro la membrana tra vita (morte) e canzoni era appena un velo, e sempre sul punto di lacerarsi. Molto di tutto quello che è venuto dopo è stato uno spettacolo d’arte varia che confidava nella recuperata consistenza di quel diaframma, nel poter confidare sullo stare di qua, dalla parte dei vivi e con tutti e due i piedi, seppure alle prese col groviglio inestricabile di chi si è dovuto sporgere troppo sull’altro versante. Tolto l’ottimo Blinking Lights and Other Revelations del 2005, nel quale Mark faceva bilancio e chiudeva più conti possibile nello sforzo di approdare a qualcosa che potesse definire maturità, gli altri album hanno galleggiato su una tutto sommato consistente stabilità, scozzando ispirazione e mestiere, divertimento e malinconia, con abilità e persino cuore, riuscendo in fin dei conti a tenersi lontano dal bordo di quell’abisso su cui ha dovuto sporgersi fin troppe volte. Dieci anni fa, nel tour seguito al buon The Cautionary Tales of Mark Oliver Everett, ha portato in giro il repertorio in modalità jazzy misurandosi anche con classici dal songbook americano: era uno show assai godibile, pareva proprio che i demoni fossero ormai morti e sepolti. Così va la vita (ed è bene che lo faccia, quella bastarda della vita).
E quindi? Cosa non andava? Niente. La velocità di crociera non impediva che ogni tanto dalle acque tranquille spuntasse un isolotto interessante, con ancora margine per l’insidia dei sentimenti irrisolti e una certa tumultuosità esistenziale (vedi il recente e assai buono Earth To Dora). Ma toccava un po’ rassegnarsi al fatto che, insomma, gli Eels sembravano destinati a sfornare dischi che si consumavano nel perimetro della loro stessa natura interlocutoria. Collezioni di canzoni che scorrevano lasciando la quiete relativa che avevano trovato, e non era il caso di rammaricarsene troppo.
Poi, l’aneurisma dell’aorta. L’intervento salvavita. E questo Eels Time! a dirci che, porca miseria, non è solo questione di saper scrivere canzoni. Non lo è, per gente come Mark. Che – è bene rimarcarlo – non ha mai smesso di dimostrare di saperlo fare (del resto è un’abilità che non puoi mai perdere, non del tutto almeno). Il punto però è un altro: ovvero da dove le canzoni provengono, e quanto è sottile e porosa e lacerata la membrana suddetta, come si sovrappongono dolore e amore, buio e speranza, vita e morte sul crinale in cui mette radici quella creaturina emotiva che in qualche strano modo, appunto, sboccia in forma di canzone.
Detta in maniera brutale, e se vogliamo anche un po’ macabra, nel caso degli Eels la canzone sembra avere valore per come sa farsi trasparente di fronte al tema del divenire, del consumarsi del tempo e del corpo, dell’estrema vulnerabilità di fronte all’imperscrutabile volgersi degli eventi. Della morte, insomma. Canzoni quindi che sembrano pervase di questa cognizione della finitezza, schiacciate fino alla rarefazione. Canzoni-membrana, canzoni-varchi, soglie su cui galleggiare in equilibrio, in un’esitazione tra dolore e grazia, tra la disperazione più nera e un’inerzia dolcissima.
Proprio da una nuvola di apprensione in bilico sulla soglia sembra spuntare l’iniziale Time, filastrocca folk minimale a bagno in un’orchestrazione tiepida che riflette con understatement sul senso del tempo (“Click-clack riding down the tracks/Never worried about coming back”), come avverrà a più riprese lungo la scaletta, tipo in quella If I’m Gonna Go Anywhere che procede a passo da zombie androide in un’angoscia fatalistica e angosciosa (“There’s no time left/To feel bereft and small”), oppure nella radiosamente impalpabile Song for You Know Who (“Time passes slowly and then it speeds up/You’ve gotta forgive and that is enough”), quest’ultima uno dei frutti della collaborazione in fase di scrittura con Tyson Ritter.
Se le tre canzoni citate rappresentano forse – o comunque a parere di chi scrive – i momenti migliori in programma, anche negli altri casi l’ispirazione si mantiene buona e a tratti buonissima, come nel caso di Goldy col suo incedere tignoso e beffardo che rimanda al caro vecchio Beck con un pizzico di delirio accorato Grandaddy, oppure vedi l’asprigna Lay with the Lambs (“All of my friends, they got jobs/They got wives, gives me hives/We all die alone/Don’t they even know that?”) col suo passo soul trasfigurato in chiave gothic-pop, la voce effettata, i coretti madreperlacei e la commozione orchestrale (insomma: un gioco di contrasti che fa Eels allo stato puro), o ancora la ballatina masticata da fantasmi innamorati di We Won’t See Her Like Again, e infine le particelle John Lennon a bagno in una brodaglia Radar Bros di Haunted Hero.
Preso nel suo insieme, Eels Time! è un album che esprime una gioia fragile e titubante, ma incontenibile. Suona come una di quelle illuminazioni semplici e banali che però sono in grado di allargarti il cuore, e darti un senso, tenerti in piedi sulla estrema instabilità del terreno che un giorno – lo sai bene – ti ingoierà. Ascoltarlo è liberatorio, come assistere al bruco della depressione trasformarsi nella farfalla della serenità e accorgersi che l’una è sempre presente nell’altra. E in questa consapevolezza quel che conta, in fondo, è solo l’esserci. Come canta Mark nella conclusiva Let’s Be Lucky: “But it’s still summer/It would be a shame/To waste a day like this”. Ed ecco che tutto torna. Anche se niente torna mai.
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