Recensioni

Gli Eels sono la band che ha cambiato le prospettive del pop rock alternativo negli anni novanta. Gli Eels sono Mark Oliver Everett, e questo è il punto. Dalla sua penna sono uscite canzoni formidabili: testi che t’inchiodano per la mistura di cinismo, disarmo, crudo dolore e un amore per la vita che cova sotto la cenere; melodie guizzanti, cristalline, brusche, setose. Un cantautore slacker folgorato sulla via dei Portishead, ai cui ectoplasmi filmici si è ispirato per ricollocare un sound altrimenti risaputo, azzeccando quella che per almeno tre album è sembrata la formula perfetta.
Ma tutto ciò non sarebbe bastato a farne ciò che è stato. L’uomo è l’ingrediente decisivo, Mark e la sua vicenda, quel modo di affrontare i cataclismi che il destino gentilmente gli ha vergato tra capo e collo senza riguardo né risparmio. Una cognizione del dolore che è vero e proprio brodo di coltura in cui fermenta tutto il repertorio, dal più mesto al più furibondo allo speranzoso. Con questa autobiografia, lo stesso Mark ci mette a parte di tutto ciò: è lo spietato ribollire di quel brodo, senza lesinare sugli ingredienti (il ritrovamento del cadavere del padre, l’agonia della madre e l’amara cerimonia funebre, le tristi vicissitudini della sorella Liz…). Il tutto condito da un fatalismo lucido e agro – al limite dello sprezzante – che inibisce ogni deriva melodrammatica, restituendoci il ritratto di un uomo selvatico e brillante, che in mancanza di pace col mondo sembra aver trovato quella con se stesso.
E che dire degli aneddoti folgoranti, illuminati da una luce quasi surreale, come la pennellata che dipinge un Elliott Smith ineffabile o il rovinoso quasi-incontro con uno scoppiato Elton John? Infine, esci da questo libro come dalle canzoni targate Eels, tramortito dalla zuffa tra intrattenimento e realtà, tra manufatto espressivo e vita vissuta. Verrebbe da augurargli un futuro da scrittore, al caro Mark, se non fosse un tipo tanto disilluso. Ma come fargliene un torto?
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